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Di la tua | AntimafiaDuemila

Le mafie alla conquista dei mezzi di comunicazione

di Vincenzo Musacchio*
Una volta c’erano “L’Ora”, “I Siciliani”, “Radio Aut”, due giornali e un emittente radiofonica che parlavano di mafie senza macchia e senza paura raccontando i fatti. Dopo gli assassini di Mauro De Mauro, Mario Francese, Pippo Fava, Peppino Impastato (solo per citarle alcuni) oggi restano in pochi, anzi pochissimi, a riportare i fatti di mafia con coraggio, onestà e autenticità. Non è una novità che alcuni giornali sono contigui alla criminalità organizzata. Si chiama “informazione contigua” perché compiacente o collusa. Prova inconfutabile sono gli editori condannati per concorso esterno in associazione mafiosa. Si è formato un reticolato d’interessi mafiosi che ha trovato in alcuni mezzi d’informazione e in alcuni editori un punto di saldatura e di reciproca tutela. Ci sono cronisti minacciati e giornali collusi con le associazioni criminali in un mix che porta la nostra informazione a non essere più obiettiva. Il nostro giornalismo ha perso l'importanza che in una democrazia dovrebbe rivestire. In una Nazione libera come dovrebbe essere la nostra, il giornalismo è uno dei principali elementi della società civile paragonabile all’aria che respiriamo, sana o inquinata secondo come il giornalista decida di divulgare una notizia e di conseguenza informare i cittadini. Un giornalismo veritiero, per assolvere la sua funzione più intima, dovrebbe impedire lo svilupparsi della corruzione, frenare la criminalità organizzata, controllare e vigilare sulle opere pubbliche fondamentali, reclamare il funzionamento dei servizi sociali, tenere allerta le forze dell'ordine, sollecitare il funzionamento della giustizia, richiamare all’ordine i politici al buon governo e al bene comune. Questa dovrebbe essere l’essenza del vero giornalismo. Oggi, viceversa, i media hanno perso buona parte dei connotati morali di libertà occupandosi sempre meno del cancro mafioso all'interno della politica, delle istituzioni, dell'imprenditoria e della società civile. Le commistioni tra mafie, imprenditoria e politica sono in grado oggi di schiacciare la giustizia e la verità perché possiedono e indirizzano giornali e giornalisti e laddove non riescono a esercitare questo potere, sono in grado di influenzare i mezzi di sostentamento dei mezzi di comunicazione di massa. Motivi questi per i quali occorre denunciare la grande criminalità organizzata: quella che governa e regna nelle istituzioni, che insozza la società civile, che attraverso il clientelismo e il nepotismo impera nelle stanze dei bottoni dei poteri forti. Come abbiamo potuto costatare (l’hanno sentenziato i giudici) i mafiosi stanno in Parlamento, a volte sono addirittura ministri, stanno nei Consigli regionali e a volte sono presidenti, i mafiosi sono imprenditori, banchieri, professori universitari, i mafiosi “veri” sono quelli che in questo momento sono in grado di decidere le sorti del nostro Paese e della nostra gioventù. Ecco perché ripeto ancora una volta che il compito del vero giornalista, libero e indipendente, è semplicemente quello di raccontare la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità. I giornalisti devono svelare i rapporti tra mafia, imprenditoria, politica e corruzione evitando i silenzi, i veli omertosi, la poca chiarezza, tutti comportamenti che li rendono complici di questi criminali. Non dimentichiamoci mai che tra le funzioni della stampa vi è anche quella di informare il cittadino affinché possa esercitare consciamente la sua sovranità. Chi scrive sulla mafia, oggi, è di solito emarginato e lo fa rischiando in proprio e a volte mettendo a rischio anche i propri familiari. Negli ultimi trent’anni sono stati quindici in Italia i rappresentanti della stampa uccisi dalla mafia. Un numero che non ha pari in nessuna parte del mondo. Molti giornalisti sono minacciati, con avvertimenti di ogni tipo che vanno dalle lettere intimidatorie, ai proiettili, fino agli incendi di autovetture. A ciò si aggiungano le “utili” richieste di risarcimento danni e le eventuali denunce per diffamazioni che servono da deterrente efficace, tenuto conto della lentezza della giustizia, e della debole difesa di chi scrive di mafia. L’obiettivo dei mafiosi è di sfiancare il libero pensiero e la ricerca della verità. Paolo Borsellino ci ha insegnato che le mafie vogliono che di loro si parli il meno possibile. Il loro ideale sarebbe il silenzio assoluto che si sta raggiungendo lentamente poiché i luoghi e i mezzi di diffusione del pensiero disponibili sono pochi e spesso non sono all’altezza della sfida. Gli affari loschi delle mafie in Italia ottengono scarsa attenzione in proporzione ai danni che esse producono all’economia e alla società civile, in modo particolare nei confronti della nostra gioventù. Scrivere di mafie è sempre più difficile e dispendioso. Raccontare la verità e diventato quasi impossibile. La lotta alle mafie oltre ad una reazione sociale forte, a forze dell’ordine e magistratura dotate di mezzi efficaci oggi più che mai ha bisogno di una stampa libera e indipendente che faccia da guardiano al potere provando a impedire di portare alla rovina e al decadimento definitivo il nostro Paese.

* Giurista, associato per il diritto penale alla School of Public Affairs and Administration della Reuters University di Newark

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