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Di la tua | AntimafiaDuemila

Si chiamava Calogero Zucchetto ed è stato ucciso dalla mafia il 14 novembre 1982

di Roberto Greco
Siamo a Palermo, in via Notarbartolo, salotto bene della città. È domenica 14 novembre 1982, sono circa le 21:25 e il buio della notte si è oramai impadronito della città. Dal bar Collica esce un ragazzo e si avvia verso la sua Renault 5. Ha appena mangiato un panino e bevuto una birra. Si guarda attorno, assorto nei suoi pensieri. Sta andando a casa di della sua fidanzata che, presto, diventerà sua moglie. Una moto, con due persone a bordo, lo raggiunge alle spalle. Si tratta di Pino Greco detto “Scarpuzzedda” e Mario Prestifilippo. Cinque colpi di pistola calibro 38, in rapida successione, lo colpiscono alla testa. Calogero Zucchetto cade a terra per morire immerso nel suo sangue. Ma chi è Calogero Zucchetto e perché due mafiosi “di rango” lo hanno assassinato?
Calogero Zucchetto, per gli amici Lillo, nacque a Sutera in provincia di Caltanissetta il 3 febbraio del 1955. Si arruolò nell’arma molto giovane, iniziando il suo apprendistato già a 19 anni nella prima rudimentale scorta del giudice Falcone. Ma Lillo era un ragazzo dinamico, intraprendente, ed a lui la scorta stava stretta. Voleva la strada, e fu accontentato: nei primi anni 80 entrò a far parte della Squadra mobile di Palermo, alle dipendenze di Ninni Cassarà, assassinato a sua volta il 6 agosto 1985. Esuberante, intelligente, gran lavoratore, Zucchetto intraprese la sua missione con grande entusiasmo. Trascorreva nottate intere nelle discoteche e nelle paninerie palermitane, aveva agganci nel mondo della prostituzione, delle sale corse e del mercato ortofrutticolo, punti di raccolta dei malavitosi dell’epoca. Collaborò con Cassarà alla stesura del “rapporto Greco Michele + 161” che tracciava un quadro della guerra di mafia iniziata nel 1981, dei nuovi assetti delle cosche, segnalando in particolare l’ascesa del clan dei corleonesi di Leggio, Riina e Provenzano. Riuscì a entrare in contatto anche con il pentito Totuccio Contorno convincendolo a collaborare, tanto che le sue confessioni furono utilissime per la redazione del rapporto dei 162, una vera e propria mappa sulle famiglie mafiose di Cosa Nostra. Fu uno dei primi agenti a giungere in via Carini, il luogo in cui il 3 settembre del 1982 venne ucciso il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. Con il Commissario Ninni Cassarà andava spesso in giro in moto, anche pagando di tasca propria il carburante consumato, per i vicoli di Palermo, in particolare per quelli della borgata di Ciaculli, il feudo del boss Michele Greco. La zona era considerata un agro impenetrabile, off-limits per la polizia. Infatti la presenza di Zucchetto e degli altri colleghi fu considerata una profanazione della “zona franca” di Cosa nostra, un affronto da non perdonare. In uno di questi giri, incontrò Pino Greco detto “scarpuzzedda” e Mario Prestifilippo, due killer al servizio dei corleonesi che lui aveva conosciuto quando non erano ancora schedati come mafiosi. Naturalmente i due riconoscendolo evitarono la cattura. L’episodio lo preoccupò molto e confidò i suoi timori ai colleghi, ma il suo destino fu segnato per sempre. Zucchetto conosceva benissimo il territorio palermitano e la periferia del capoluogo e, anche per questo, con il Commissario Cassarà e altri colleghi prese parte ad una operazione che doveva portare all’arresto del latitante capo famiglia di Villabate, Salvatore Montalto. Da settembre ai primi di novembre del 1982 a Ciaculli la squadra tenne sotto stretta sorveglianza una villetta dove il latitante aveva trovato rifugio. Lillo era l’esperto e fu proprio lui che riconobbe il Montalto, catturato successivamente con un blitz il 7 novembre. Lillo si sarebbe potuto salvare se non avesse preso parte a questa operazione ma lui doveva dimostrare che la mafia non gli faceva paura e che lo Stato era sopra tutto. Gli autori dell’assassinio vennero individuati in Mario Prestifilippo e Pino Greco, gli stessi che aveva incrociato in motorino. Come mandanti furono in seguito condannati Totò Riina, Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci e altri.


Riportiamo l’intervista apparsa su diecieventicinque.it realizzata da Giulia Silvestri a Pippo Giordano, collega e amico di Lillo Zucchetto.

giordano pippoPippo Giordano lo ha conosciuto proprio nella veste lavorativa ai tempi della Squadra Mobile di Palermo. Quando, per il Presidio Universitario di Bologna, gli ho chiesto di raccontarmelo, lo ha fatto così.

Chi era, per te, Calogero Zucchetto?
Se dicessi che Lillo era un collega e basta, direi la più grossa banalità di questo mondo. Lillo ha rappresentato per me il “ragazzo” siciliano al quale ho affidato la mia vita. E, ironia della sorte, lui morì a posto mio. E sì! La bieca furia assassina del gruppo di fuoco di Ciaculli riversò su Lillo la rabbia per aver arrestato il capo famigghia di Villabate, Salvatore Montalto. Addebitarono a Lillo una responsabilità che non aveva, ovvero aver profanato l’agro di Ciaculli, luogo dove si nascondeva il Montalto. Invero, a Ciaculli lo portai io sulla base di una “confidenza” che ricevetti da un uomo anziano che conoscevo sin da bambino. Il fatale errore nacque perchè Lillo insieme a Ninni Cassarà, fu intercettato alle Balate di Ciaculli mentre entrambi, col vespone di Ninni stavano compiendo un sopralluogo. Per me Lillo era l’anima onesta e sincera della Squadra mobile palermitana. Il suo grande spirito di servizio, l’alto senso di attaccamento alla Divisa, fece nascere in noi un’amicizia vera. Per quei pochi mesi che abbiamo trascorso insieme giunsi a considerare Lillo un galantuomo siciliano. Stimavo Lillo per la sua semplicità e per la bellezza dei suoi comportamenti, sempre improntati al rispetto. Lillo, volle confidarsi raccontandomi episodi opinabili commessi da colleghi e mentre li esternava, io coglievo la sua amarezza, il suo dolore. Ed è per questi motivi che amo ricordare Lillo come una delle persone oneste che ho conosciuto nel corso della mia vita.

Qual è il tuo ricordo più bello legato a Lillo?

E’ un episodio che accadde il giorno prima della sua uccisione. Nella mattinata, era un sabato, avevo incontrato il confidente che m’aveva dato la dritta su Montalto, dicendomi: “ se tu avessi scavalcato il muro di cinta della Favarella, avresti preso il Papa (Michele Greco), che al momento dell’arresto di Montalto si trovava li”. Tuttavia, mi fornisce delle notizie precise come riuscire a catturarlo. Quindi, quel sabato al termine del servizio e mentre stiamo per salutarci innanzi alla Squadra mobile, dico a Lillo e a Ciccio (l’altro elemento della mia pattuglia): “lunedì anziché venire alle otto, venite prima, che dobbiamo travagghiare pi pigghiari u Papa, ho avuto una bella notizia”. Lillo mi guarda e sfodera un bellissimo sorriso: mi abbraccia. Lo stesso fa Ciccio. Colsi in tutti e due la felicità degli innocenti bambini. Quella fu l’ultima volta che vidi Lillo: gaio e sorridente. Dopo la morte di Lillo, iniziai il servizio per la cattura di Michele Greco, così come avevo annunciato a Lillo. Lo intercettammo, non era solo ma in compagnia di Pino Greco “scarpuzzedda” e di altre tre persone. Tra noi e loro c’era un alto cancello chiuso, riuscirono a fuggire. Noi potevamo fermarli con una raffica di mitra, ma io non diedi l’ordine di sparare.

Ogni incontro ci cambia la vita. Com’è cambiata la tua quando lo hai conosciuto e dopo la sua morte?

Dal 14 novembre 1982 mi assilla una domanda, alla quale io stesso do la risposta. Se io non avessi raccolto la confidenza su Montalto e se quella mattina Lillo non fosse entrato nello schedario, sarebbe ancora in vita, Ne sono certo. La mia vita cambiò, nel momento in cui Lillo mi disse “u canusciu bono il Montalto”. La confidenza della fonte informativa mi fece cambiare sezione, dalle “rapine” alla “investigativa” di Cassarà. Dopo la morte di Lillo, io non fui più lo stesso. Cambiai umore, diventai più taciturno del solito e soprattutto divenni diffidenti di tutto e di tutti. Quel giovane corpo martoriato disteso su una lastra di marmo, cambiò per sempre il mio carattere. Poi, vedere la mia città Palermo, assente ai suoi funerali, mi fece comprendere ancor di più che il martirio di Lillo era considerato una fatto di “sbirri”. Mi buttai a capofitto sulle indagini e un giorno svelerò una verità, ancora non scritta. Spesso, faccio fatica ad addormentarmi, dopo Lillo toccò a Beppe Montana, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia e Natale Mondo. Due persone mi salvarono la vita. Lillo che morì a posto mio e Cassarà che m’impedì, quando già avevo lasciato Palermo, di partecipare ai funerali di Beppe Montana. Seppi dopo la morte di Cassarà che mi “aspettavano”, ma Ninni non mi disse nulla. Che importanza ha avuto il tuo lavoro, all’interno della squadra mobile, per noi oggi? Ci tengo a dire che io non feci nulla di diverso da tutti gli altri miei colleghi palermitani. Certo potevo distillare i miei comportamenti e dare retta a chi mi diceva “ma cu tu fa fari”. E invece preferii lavorare non lesinando tempo alle investigazioni contro Cosa nostra. Oggi mi rendo conto che feci pagare alla mia famiglia, un prezzo altissimo, soprattutto per la forzata partenza da Palermo e per essere stato per molto tempo assente. Contrabbandai il lor affetto con l’amore verso il mio lavoro e la dedizione alla Polizia di Stato. Eppure, se tornassi indietro farei esattamente quello che ho fatto. E’ difficile spiegare le emozioni, la fratellanza, l’amicizia che accomunava la Squadra mobile degli anni 80. Nessuno di noi si chiese se dopo gli omicidi di colleghi e carabinieri, era il caso di desistere. No! Sembra un paradosso ma ad ogni vittima ci sentivamo più forti e determinati a proseguire la lotta. Penso che il mio modesto lavoro svolto a Palermo con la Squadra mobile prima, e con la DIA dopo, sia la testimonianza di un impegno profuso per garantire a questo Paese una dignità vera e non di facciata. Noi poliziotti, carabinieri e magistrati, abbiamo pagato un alto tributo di sangue per consentire agli italiani di vivere in uno Stato senza condizionamenti mafiosi. Purtroppo non ci siamo riusciti e nemmeno il martirio di Lillo Zucchetto, ragazzo di soli 26 anni, contribuì a far cambiare le sorti della lotta mafiosa. Ci sono voluti le stragi del 92/93 per accendere i riflettori sulle mafie e sui politici corrotti. Mi permetto di ringraziare pubblicamente PIF, per i suoi continui ricordi di Lillo Zucchetto. A voi prossimi laureandi in giurisprudenza, auguro di raggiungere i sogni della vostra vita. Permettetemi di suggerirvi che se scegliete la carriera di magistrati o l’attività forense, onorate la vostra professione, siate onesti e leali nel far applicare la Legge: non percorrete scorciatoie, i martiri della violenza mafiosa, compreso Lillo Zucchetto, non lo meritano.
(rg)

Tratto da: robigreco.wordpress.com

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