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Di la tua | AntimafiaDuemila

L'Italicus non è una metafora

di Mauro Zennaro
Quella domenica ce ne stavamo andando a zonzo per il centro di Copenaghen. Il mio amico Andrea e io, ventunenni e dunque, in base alle leggi dell’epoca, appena entrati nella maggior età, vi eravamo arrivati il giorno prima in autostop. Durante l’inverno avevamo pianificato il viaggio sull’atlante, dopo aver girovagato a lungo sulle carte geografiche e percorso con un dito migliaia di chilometri. La nostra meta era Stavanger, ridente città della Norvegia, e per la precisione la nostra amica norvegese Anna, conosciuta poco tempo prima e per la quale tutti e due avevamo un certo debole.

Era la prima volta che ci avventuravamo lontano da casa. Durante le tappe del nostro viaggio avevamo visitato l’Università di Heidelberg, fondata nel 1386 e frequentata da Hegel, e soprattutto animata d’estate da studenti di ogni paese; fu qui che per la prima volta vidi un mucchio di ragazzi e ragazze statunitensi giocare a freesbee, mi unii a loro e la cosa mi parve subito molto più eccitante del vecchio Georg Wilhelm Fiedrich e della sua filosofia. Visitammo poi con una certa emozione Amburgo, città bella e peccaminosissima, e Lubecca, patria dei Buddenbrook e di Tonio Kröger, e conoscemmo un mucchio di gente simpatica che ci diede passaggi, con cui scambiammo indirizzi e promesse e che non vedemmo mai più.

Bighellonando per Copenaghen arrivammo in Radhusplassen, la piazza del municipio, ne ammirammo le architetture e ci fermammo a crogiolarci al sole davanti all’edificio che ospita la sede di un importante giornale danese. In alto, sulla facciata dell’edificio, un nastro con lampadine che si accendevano in sequenza componeva una scritta continua e scorrevole; era la sede del quotidiano Politiken e la scritta, capimmo, era un sommario delle notizie del giorno. Ce ne stemmo lì a guardar scorrere tutte quelle incomprensibili parole in danese costellate di lettere strane, come la ø e la å, divertendoci a ipotizzarne il senso e la pronuncia, quando apparve, da destra a sinistra, una parola che capivamo: “Italicus”. Questo latino ci incuriosì, sembrava stonare in mezzo a tutto quell’ostrogoto. Aspettammo che la serie finisse e poi ricominciasse da capo, riapparvero le stesse frasi vichinghe e poi di nuovo: “Italicus”. Doveva essere successo qualcosa. Cercammo un’edicola dove comprare giornali italiani. L’indomani, lunedì 5 agosto 1974, la trovammo.

La casa di Anna era in un’isola davanti a Stavanger, era gialla, di assi di legno sovrapposte e sembrava quella di Paperino. Trascorremmo con lei, i suoi amici e le sue amiche alcuni giorni piacevoli e, per noi, molto scandinavi: mangiammo frittelle con marmellata di ribes del giardino di Anna, bevemmo tazze di tè profumato seduti sulla sua moquette in mezzo a mille romantiche candele accese, andammo a pesca, sgranocchiammo cartocci di gamberetti salati lungo il molo, ammirammo la linda ed efficiente biblioteca comunale gremita di bambine e bambini biondissimi che leggevano compìti libri per l’infanzia dalle splendide illustrazioni, facemmo merenda nell’accogliente cafeteria del liceo, aperta anche d’estate. Eravamo molto lontani – tutto era molto lontano – dall’Italia.

Esaurite le chiacchiere dei primi momenti, raccontati i particolari dei nostri studi e della salute delle nostre famiglie, cantate e strimpellate insieme alcune canzoni strafamose di Bob Dylan e dei Beatles, il discorso cadde su quello che era appena successo dalle nostre parti e di cui anche qui, nel posto più perfetto del mondo, era giunta eco. Andrea e io ci cercammo di raccontare. Ma la cronaca recente non bastava, non serviva a capire. Solo cinque anni prima, il 12 dicembre del 1969, eravamo stati sconvolti dalla bomba esplosa nella Banca dell’Agricoltura a piazza Fontana, a Milano: 17 persone morte e 88 ferite; nel 1970 dalla strage di Gioia Tauro: 6 persone morte e 66 ferite; circa due mesi prima dalla strage di piazza della Loggia a Brescia: 8 persone morte e 102 ferite; adesso dalla bomba sul treno, 12 persone morte e 48 ferite. Senza contare Peteano (1972) e la questura di Milano (1973). E senza contare che da noi, nelle feste popolari, si continuava a cantare Per i morti di Reggio Emilia.

Ci chiesero come e perché. Quello che avevamo saputo dalla copia del Corriere della Sera comprata a Copenaghen e dalle veloci telefonate a casa – soldi per i gettoni telefonici ne avevamo pochi – era che nell’espresso 1486 “Italicus” Roma-Monaco di Baviera era scoppiata una bomba all’uscita da una galleria, vicino a San Benedetto Val di Sambro, in Emilia. La deflagrazione della bomba, composta da una miscela esplosiva e una incendiaria, sarebbe dovuta avvenire in mezzo alla lunga galleria, ma il treno era in leggero anticipo, quindi l’ordigno scoppiò a pochi metri dall’uscita. L’esito avrebbe potuto essere addirittura più devastante. Un volantino, firmato dal gruppo fascista Ordine Nero, fu trovato in una cabina telefonica di Bologna; rivendicava l’attentato, sottolineava che avrebbero potuto colpire sempre e ovunque e che, con l’autunno, avrebbero “seppellito la democrazia sotto una montagna di morti”.

«E perché?», ci chiesero. «Be’, perché, perché…» Andrea e io ci guardammo smarriti. E adesso che gli potevamo raccontare? 

Il volantino di Ordine Nero fu poi smentito ma le indagini rivelarono un vero groviglio di vipere. L’istruttoria si concluse sei anni dopo, il 1° agosto 1980, il giorno precedente alla strage della stazione di Bologna, con il rinvio a giudizio di Mario Tuti, Luciano Franci, Piero Malentacchi, Margherita Luddi per aver commesso l’attentato, oltre a Emanuele Bartoli, Maurizio Barbieri, Rodolfo Poli e Francesco Sgrò per ricostituzione del partito fascista e calunnia. Tre anni più tardi Tuti, Franci, Malentacchi e Luddi furono assolti per insufficienza di prove. In appello, nel 1986, Tuti e Franci furono condannati all’ergastolo ma, nel 1987, la sentenza fu annullata e l’assoluzione fu confermata anche nel 1991 e nel 1992. Nonostante gli indizi, gli intrecci, le confidenze, i depistaggi, le intercettazioni portassero tutte al variegato mondo dell’ultradestra, fino a oggi mandanti ed esecutori non sono ufficialmente noti né, quindi, condannati. Allora cosa c’è di vero?

C’è di vero che quel treno è scoppiato e che c’è stata gente morta e gente ferita; che circa un mese prima un membro del gruppo terrorista Squadre d’azione Mussolini era stato ucciso in un conflitto a fuoco con i Carabinieri e che la strage, secondo il volantino e le telefonate al Resto del Carlino dopo l’attentato all’Italicus, intendeva vendicarlo; che l’allora ministro degli Esteri Aldo Moro, secondo quanto affermato da sua figlia Maria Fida nel 2004, avrebbe dovuto trovarsi su quel treno e per puro caso non l’aveva preso (ma fu ammazzato ugualmente quattro anni dopo); che in Italia era appena stato sconfitto il tentativo della destra di abrogare con un referendum la legge sul divorzio; che mille figure fosche vengono poste in collegamento all’Italicus nelle indagini sulle altre stragi; che, tanto per citare l’ultima fonte autorevole glissando sulle mille altre – tutte reperibili in rete e, dal 2012, non più coperte da segreto di Stato e consultabili – tra il 2010 e il 2013 il sito Wikileaks ha pubblicato documenti quali i Kissinger Cables, comunicazioni diplomatiche statunitensi degli anni Settanta dalle quali emerge la simpatia verso i vari piani eversivi neofascisti italiani, l’accusa di filocomunismo rivolta alla nostra magistratura, lo sforzo costante per impedire a ogni costo e con ogni mezzo la partecipazione del Partito comunista al governo.

Ecco perché. Ma, in quell’agosto 1974, in quell’isola norvegese in cui tutto era pacifico, lindo e perfetto, come facevamo a spiegarglielo? Non lo capivamo nemmeno noi. Avemmo un bel dire che, insomma, l’Italia era un paese con tanti problemi, che avevamo avuto vent’anni di fascismo e a parecchi era pure piaciuto, che c’era stata una Resistenza popolare e a parecchi non era piaciuta, che il Piano Marshall, che la Democrazia cristiana, che il Partito comunista, che l’autunno caldo, che i morti in piazza… Come facevamo a spiegarglielo?

In un sussulto di amichevole sincerità, la bionda Anna dagli occhi azzurri ci aveva anche raccontato imbarazzatissima di quella sua compagna di scuola innamorata di un immigrato italiano, l’aveva sposato contro i consigli della famiglia ma poi lui l’aveva picchiata, e non si capacitava che al mondo si verificassero simili abomini. «Non che tutti gli italiani siano così, naturalmente…», aggiunse perché temeva di averci offesi. Quindi, come spiegare? La bomba sull’Italicus non era altro che un altro episodio del malessere italiano? Un’eclatante metafora del nostro marciume profondo? No. Sangue e morte, non figure retoriche.

Abbiamo parlato e parlato, forse pure troppo, forse bastava dirgli: è troppo difficile, se volete comprendere studiate.

Quindi non so se hanno capito. Come non so se hanno capito Anders Behring Breivik, il nazista che il 22 luglio 2011 massacrò 87 norvegesi e ne ferì 319, con tecniche e finalità non tanto diverse dalle stragi nostrane.

Il Male? Forse. Ma le cause umane ci sono e vanno trovate.

Silver Sirotti, di Forlì, ora molto meno noto ai più che non Breivik e Kissinger, è il ferroviere venticinquenne che, quella notte all’1,23, nella galleria presso San benedetto Val di Sambro, invece di mettersi in salvo restò su quello che restava del treno Italicus per cercare di estrarre qualcuno dalle lamiere. Fu centrato da una fiammata. Un testimone disse: «Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. “Vieni via da lì”, gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo». Gli hanno dato la Medaglia d’oro al valor civile e monumenti e intitolazioni di strade in Emilia-Romagna.

Esaurite le canzoni dei Beatles e di Bob Dylan, le nostre amiche e i nostri amici norvegesi ci fecero sentire le loro belle canzoni piene d’amore per la loro terra. Poi ci chiesero le nostre. La loro conoscenza del nostro Paese era quella di tutti: O’ sole mio, pizza, mafia, mandolini, latin lovers, insomma le cose italiane al cento percento che noi non sopportavamo più. Ma credevano di essere gentili a chiedercele. Erano norvegesi purosangue, buoni, puliti, il loro Paese non li aveva ancora delusi, e noi, dopo esserci riempiti gli occhi di fiordi, nevi eterne, gentilezza, dopo esserci immersi in quel mondo immacolato, ci sentivamo brutti sporchi e cattivi.

Sarebbe stato antipatico e ingiusto non cantare anche noi le bellezze patrie. Però eravamo stufi di tutta questa Bell’Italia che nemmeno capivamo, e intonammo Per i morti di Reggio Emilia. Pensammo a Silver Sirotti cantando “Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi”.

Tratto da: vitaminevaganti.com

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