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Di la tua | AntimafiaDuemila

Dire ''mafioso'' a un mafioso, anche presunto, non è un reato

di Salvo Vitale
Archiviata la denuncia per diffamazione di Benny Valenza a Salvo Vitale e Riccardo Orioles

Il giudice per le indagini preliminari Claudia Rosini, esaminati gli atti del procedimento penale a carico di Riccardo Orioles e Salvo Vitale per il reato di cui all’art.595, letta la richiesta di archiviazione avanzata dal pm per infondatezza della notizia di reato e visto l’atto di opposizione presentato da Benedetto Valenza, detto Benny, ha deciso l’archiviazione del procedimento. La sentenza fa riferimento a una denuncia sporta da Valenza, imprenditore di Borgetto, nei confronti di Salvo Vitale, estensore di un articolo relativo all’operazione Kelevra, condotta dalle forze dell’ordine di Partinico, coordinate dalla Procura di Palermo, nei confronti di alcuni esponenti di spicco della mafia di Borgetto, e di Riccardo Orioles, nella sua qualità di direttore responsabile della testata televisiva Telejato. Nell’operazione era stato anche associato Pino Maniaci, il cui caso è stato poi stralciato con un processo a parte, ancora in corso. L’accusa è quella in cui, spesso capita di incappare a chi fa il difficile mestiere di giornalista, ovvero quella della diffamazione a mezzo stampa. Nel procedimento il denunciante Benny Valenza risultava come parte offesa, poiché nei suoi confronti era stata avanzata una richiesta di pizzo, da parte del presunto (ma non troppo) capomafia di Borgetto Nicolò Salto. Va precisato che il Valenza è un imprenditore di Borgetto, appartenente a una notissima famiglia mafiosa degli anni 60, scomparsa nel corso della guerra di mafia tra il clan dei Badalamenti, cui era legata, e quello dei Corleonesi. Valenza si occupa della vendita di calcestruzzo: in alcuni casi, come quelli del porto di Balestrate o addirittura di una caserma di Alcamo il calcestruzzo è risultato depotenziato e sono stati fermati i lavori. La difesa del Valenza ha prodotto alcuni procedimenti a carico di Valenza, conclusisi con una sentenza di assoluzione e pertanto ha ritenuto diffamatorie due frasi: in una di esse Vitale scriveva: “Quella dei mafiosi che chiedono il pizzo a loro stessi, tra di loro, è uno sviluppo interessante per capire che i malandrini di Borgetto sono proprio con il culo per terra”. In un’altra nota, relativa sempre all’operazione Kelevra, era scritto: “Si tratta di Nicolò Salto, accusato di una serie di reati d’estorsione, tra cui una richiesta di pizzo al suo sodale Benny Valenza, il quale non ha pagato. Scherziamo? Non si ruba a casa del ladro”. Valenza si è pertanto ritenuto offeso per essere stato definito “mafioso” e assimilato ai mafiosi di Borgetto.
Il curriculum del personaggio lascia presumere come l’appellativo di “mafioso” sia ampiamente giustificato nel contesto cui si riferisce l’articolo. A partire dal 2002 Valenza è stato sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni. La sentenza di assoluzione del 2001 parla di insufficienza di elementi, pur notando, con ampiezza di documentazione che Valenza, secondo dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Brusca, Siino, Mazzola, Lazio, fosse legato alla famiglia mafiosa dei Vitale-Fardazza di Partinico. Ulteriori dichiarazioni di Michele Seidita e di Giusy Vitale, sorella pentita dei Fardazza, ne confermavano l’appartenenza, e gli veniva riproposta la misura cautelare della sorveglianza speciale per altri due anni, dal 2005 al 2007. Al Valenza sono stati confiscati, con vari procedimenti, tutti i beni di famiglia, compresa, recentemente anche una villa galattica del valore di quattro milioni di euro in territorio di Partinico. Il giudice ha ritenuto legittima la facoltà di espressione del pensiero in un contesto territoriale, come quello di Partinico-Borgetto, dove si svolge l’attività di Telejato, ad alta densità mafiosa, data la rilevanza sociale del problema e la necessità di mantenere alta la sensibilità della collettività verso i temi affrontati nell’articolo. A corredo dell’archiviazione si fa riferimento a una serie di sentenze nelle quali si ritiene la prevalenza dell’interesse pubblico ad una libera informazione rispetto al diritto all’onore, pur ammettendo che esiste “un difficile sistema di equilibri e un elaborato esercizio di contemperamenti”.
In pratica, anche se non esiste una specifica sentenza che definisca “mafioso” un mafioso, lo si può chiamare “mafioso” se ci sono una serie di elementi che ne giustifichino l’affermazione in un contesto in cui si esercita il diritto di critica e di libera espressione. E quindi, una volta tanto, dopo questa sentenza, attenzione, solo i giornalisti possono permetterselo.

Foto © Salvo Vitale

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