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Di la tua | AntimafiaDuemila

Le tante dimenticanze della politica nella lotta alle mafie

di Piero Innocenti
Che la lotta alla criminalità mafiosa nel nostro Paese, in UE e fuori Europa, sia carente, continua ad essere il grande tema politico che non viene affrontato e resta “sotto traccia”. Anzi, nell’attuale agenda politica italiana di contrasto alle mafie non vi è proprio nessuna traccia mentre in UE si parla, proprio in questi giorni di mafie con Libera che ha presentato il 3 aprile scorso, presso il Parlamento europeo, la nuova Agenda Politica promossa con Chance (Civil Hub Against orgaNised Crime in Europe). Da noi non conviene, sul piano politico, scodellare in piazza le tante, troppe, dimenticanze e inadempienze che si rilevano nella lotta alle mafie. Questo senza voler sminuire l’impegno e i risultati conseguiti in molte operazioni e inchieste giudiziarie svolte dalle nostre forze di polizia e dalla magistratura, in via prioritaria, dalla DIA (si vedano le relazioni semestrali, l’ultima delle quali del primo semestre del 2018) e da alcune DDA coordinate dalla DNAA. Sulla criminalità mafiosa, sui suoi legami e complicità con personaggi pubblici e logge massoniche deviate, si sa tutto o quasi. Sugli strumenti normativi predisposti in passato, sulla loro segnalata inadeguatezza con il trascorrere del tempo e sulla necessità di approntarne nuovi, si sono scritte decine, centinaia di relazioni anche da organismi autorevolissimi come le diverse Commissioni parlamentari Antimafia che si sono succedute da oltre mezzo secolo nelle varie Legislature. Commissioni che spesso hanno svolto un pregevole lavoro di inchiesta (per questo sono nate), di analisi, di proposte interessanti e credibili, di sollecitazioni ai Governi. Spesso senza avere alcun riscontro, talvolta con silenzi inquietanti, lasciando che quelle relazioni contenenti proposte programmatiche e iniziative per rafforzare il contrasto alla criminalità organizzata, finissero ricoperte di polvere negli archivi parlamentari e governativi. E’ la fine che ha fatto la più recente di tali relazioni, quella conclusiva della scorsa Legislatura, inviata ai presidenti delle due Camere, da poco sciolte, a febbraio del 2018 e con sollecitazioni ed auspici su punti importanti rimasti lettera morta. Per non parlare dell’altra relazione, sempre presieduta da Rosi Bindi, (relatrice l’on Laura Garavini) approvata il 17 giugno 2014 nel periodo di presidenza italiana dell’UE sul tema della lotta alla criminalità mafiosa su base europea ed extraeuropea. Anche in questo caso un desolante silenzio. Che fine ha fatto il progetto relativo alla “rete operativa antimafia” (un gruppo di investigatori italiani della DIA e di analoghi organismi investigativi degli altri Stati membri) per rafforzare la cooperazione di polizia, la prevenzione e la lotta alla criminalità in linea con la risoluzione del Parlamento europeo 2013/0444 del 23 ottobre 2013? Fu presentata, come iniziativa italiana, il 25 marzo 2014 a Bruxelles nell’ambito del Gruppo di lavoro Law Enforcement (LEWP) presso il Consiglio dell’UE e, da allora, si son perse le tracce. Stessa dimenticanza si rileva sulla istituzione delle squadre investigative comuni (previste da un impegno assunto a Tampere nel 1999) allo scopo di combattere il narcotraffico, la tratta di esseri umani e il terrorismo. Allo stato è prevista la possibilità di costituire squadre investigative comuni solo in base ad accordi bilaterali sottoscritti dal nostro Paese con Albania, Spagna e Svizzera. Non esiste ancora l’Ufficio del pubblico ministero europeo che trova la fonte legale per la sua istituzione nell’art.86 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (introdotto dal Trattato di Lisbona) ed è rimasto nel dimenticatoio la proposta legislativa per la sua istituzione presentata dalla Commissione europea il 17 luglio 2013. Procede a rilento l’attività della CEPOL (l’agenzia europea che riunisce alti funzionari delle forze di polizia di tutta l’Europa per incoraggiare la cooperazione transfrontaliera in tema di lotta alla criminalità) il cui obiettivo, entro il 2020, era quello della partecipazione della metà degli operatori del diritto ad una attività di formazione giudiziaria europea. Insomma, tante buone intenzioni che spesso restano tali mentre si fa sempre più stringente l’esigenza di una forte azione comune antimafia in ambito UE.

Tratto da: liberainformazione.org

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