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L’incendio in provincia di Pavia e la terra dei fuochi lombarda

incendio capannone paviadi Alessio Di Florio
Un’altissima colonna di fumo nero visibile per quasi tutta la Bassa Pavese. Alzando gli occhi al cielo questo ha caratterizzato il panorama lo scorso 3 gennaio. La colonna veniva dalla provinciale 31, tra Corteolona e Genzone. Provocata da un violentissimo incendio che ha colpito un capannone in disuso di 2000 metri quadrati. Il capannone è ufficialmente abbandonato, ma molti residenti da diversi mesi segnalano un via vai sospetto di camion che entrano nel capannone e scaricano materiali. All’interno del capannone sicuramente sono presenti pneumatici, fusti e varie materie plastiche. Che non dovevano esserci. Saranno gli inquirenti, ovviamente, a indagare per capire chi può aver depositato nel capannone e la provenienza dei camion. E chi e perché ha appiccato l’incendio. Ma sono tanti i fattori e le situazioni su cui si può, e probabilmente si deve, porre l’attenzione già ora.

Una serie sospetta di incendi e il triangolo della diossina
L’incendio del 3 gennaio è solo l’ultimo, in ordine di tempo, che ha colpito luoghi dove sono stati stoccati rifiuti. Almeno 4 sono avvenuti solo la scorsa estate. Tra cui, il 6 settembre, il deposito di stoccaggio della Eredi Berté di Mortara. Un incendio che fu domato solo dopo 8 giorni. Nell’occasione il direttore generale di Legambiente Ciafani espresse “crescente preoccupazione” per la “strana epidemia di roghi” in impianti che trattano rifiuti in varie parti d’Italia. Tra cui, appunto, quello di Mortara “avvenuto nell’imminenza di una ispezione dei tecnici dell’Arpa Lombardia. È sempre più forte il sospetto che dietro alle fiamme non ci solo tragica fatalità, visto che, se gestiti in piena sintonia con le normative ambientali e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, è evento rarissimo che i rifiuti prendano così facilmente fuoco”.

Il WWF è tornato a denunciare quel che ha definito il “triangolo della diossina” già nel settembre scorso. Un triangolo tra Mortara, Cortoleona e Parona dove sono presenti numerose aziende attive nel settore dei rifiuti. Imprese che “lavorano nel settore dei rifiuti che operano con le modeste “verifiche di VIA” che hanno escluso l’assoggettamento a VIA”. “La gestione dei rifiuti nel triangolo della diossina - secondo l’associazione del Panda - è, purtroppo una bomba ecologica ad orologeria che va disinnescata al più presto attraverso controlli puntuali e continui che portino al riesame delle verifiche di VIA e delle VIA rilasciate, aggiornando prescrizioni per tutelare la salute e l’ambiente”.

Le rivelazioni di Perrella e il coinvolgimento lombardo nell’Italia della “Terra dei Fuochi”
Una delle maggiori inchieste del 2017 sugli illeciti nel ciclo dei rifiuti ha coinvolto Brescia. Nel luglio scorso un’inchiesta, partita dalle indagini su un incendio alla Trailer Rezzato, provincia di Brescia, e che ha coinvolto anche dipendenti di Herambiente, A2A e Aral, ha portato all’emersione di un enorme traffico di rifiuti tombati o bruciati illecitamente in Piemonte e Lombardia. Secondo il NOE solo nello stabilimento di Rezzato sarebbero stati stoccati mille tonnellate di rifiuti solidi urbani.
Il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti è un business che da sempre stuzzica appetiti criminali. E nessuna zona d’Italia è esente dall’intreccio tra devastazione ambientale, clan camorristici, imprenditoria senza scrupoli e politici conniventi. La Terra dei Fuochinon è un perimetro geografico ma un modello di sviluppo economico” che coinvolge sfere imprenditoriali e politiche. Nel quale, secondo il pentito di camorra Nunzio Perrella, “la camorra è stata la manovalanza della politica”. Lo stesso Perrella varie volte ha citato la provincia di Brescia che sarebbe “messo peggio” della Campania. Almeno dal 1989 al 1992 ha rivelato che avrebbe seppellito rifiuti di ogni tipo a Montichiari, Ospitaletto, Castegnato e Rovato (espressamente citati in un’intervista televisiva di Nello Trocchia dell’anno scorso). Aggiungendo di essere arrivato fino a Mantova. Nunzio Perrella ha raccontato che tutto il Nord Italia sarebbe “pieno” di rifiuti tossici. Solo quando era ormai impossibile continuare a seppellire al Nord, il Meridione ne è diventato la discarica di servizio. E’ la storia criminale degli ultimi venti-trent’anni italiani. E’ quello che è stato documentato con inchieste come Resit, Adelphi e Cassiopea, per esempio.

La Commissione Bilaterale Parlamentare sul ciclo dei rifiuti presieduta da Massimo Scalia nella legislatura 1996-2001 definì “ostensivo (quasi di scuola)” il caso dei rifiuti urbani milanesi giunti in Abruzzo. “L’azienda municipalizzata di quel capoluogo - scrisse la Commissione nella Relazione finale relativa alla regione adriatica - non smaltiva direttamente in Abruzzo, atteso il divieto fissato da una legge regionale. Con una serie di appalti a società commerciali, dei quali si è interessata la procura presso il tribunale di Milano, incaricava le medesime società di dividere i rifiuti tra secchi ed umidi. Tutti i rifiuti erano, quindi, inviati per il trattamento e per la cernita in Abruzzo; una volta entrati nello stabilimento il rifiuto acquistava cittadinanza abruzzese e di conseguenza, per circa il 95 per cento, veniva smaltito come rifiuto in quel sito”. Negli stessi anni altre inchieste si interessarono dell’arrivo di rifiuti dal Nord. L’operazione ECO documentò come dal giugno 1994 al marzo 1996 centinaia di migliaia di rifiuti speciali derivanti dalla lavorazione di metalli pesanti, arrivarono dal Piemonte e dalla Lombardia. I Casalesi acquistavano i rifiuti tramite intermediari e, con documenti falsi, li facevano arrivare in centri di stoccaggio di Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo. Da lì i rifiuti vennero dirottati in aziende e discariche abusive delle provincie di Caserta, Benevento e Salerno. Nel dicembre 1996 l’operazione Ebano documentò un giro di rifiuti speciali e industriali provenienti dalla Lombardia e smaltiti illegalmente nelle cave abbandonate della Marsica.

Tratto da: lagiustizia.info

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