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Di la tua | AntimafiaDuemila

25 anni dopo Capaci. Angela Caponnetto, inseguita e minacciata di morte

caponnetto angela c fnsidi Milene Mucci
Sono al telefono con Angela, Angela Caponnetto, giornalista. Giornalista impegnata in questi giorni con la sua troupe nel seguire l'inchiesta della DDA di Catanzaro sulla sede crotonese della secolare Confraternita delle Misericordie. La voce è ferma, decisa, solo un leggero tremito di rabbia nel sovrapporsi veloce delle parole e delle tante cose da dire dato che la telefonata deve essere breve. Angela Caponnetto, giornalista, si trova infatti in questo momento in una stanza del Tribunale di Crotone. Tribunale dove sono in corso gli interrogatori di garanzia per i fatti accaduti a Isola Capo Rizzuto. In un Tribunale italiano, a raccontare che in una parte di territorio, italiano, una giornalista con la sua troupe è stata minacciata di morte, inseguita in macchina per tutto un paese e chiusa in un vicolo cieco prima di riuscire a scappare.

Una giornalista, in un Tribunale italiano, a raccontare di altre troupe di giornalisti, cameraman ed operatori nminacciati. Della troupe de La7 che hanno tentato di investire, per esempio. Una giornalista al telefono che mi racconta la sua preoccupazione non tanto per lei, che alla fine in quel territorio non ci vive tutti i giorni, ma quella per i colleghi del posto. Che mi racconta del senso di responsabilità per cui si strugge per loro per il pericolo in cui sono coinvolti insieme a lei. "Ci hanno inseguito con la macchina per tutto il paese", mi racconta. "Ci hanno bloccati e hanno iniziato a fotografare. A quel punto ho iniziato anch'io a farlo, a fotografare".

Sono al telefono con lei e cerco di restare lucida perché il tempo che abbiamo per parlare è poco ma ho la pelle d'oca e, vi confesso, anche gli occhi lucidi. Avverto nettamente l'emozione di Angela, me la immagino lì, col pensiero principale "che si faccia male un collega" di cui mi parla più di una volta. È in un tribunale, ripeto quello di Crotone, e anche in quel luogo in una "zona protetta", lontani dagli altri interrogati perché potrebbe essere pericoloso, sì anche in tribunale, essere in pubblico.

Non so... le parole mi mancano e credo vorrei solo semplicemente essere lì per abbracciarla ma le chiedo, ed è la domanda che mi faccio quando mi trovo davanti persone che ancora rischiano la vita per raccontare, testimoniare o fare semplicemente il proprio lavoro correttamente come l'amico caro Paolo Borrometi: "Cosa pensi Angela oggi di tutto questo? Quale è la tua emozione... cosa ne trai alla fine?". Non ci pensa un secondo Angela, la risposta arriva. Come sempre, quando ti trovi davanti o interagisci con persone che rendono un miracolo fare onestamente il proprio lavoro in situazioni terribili che, invece, sarebbero solamente normali, in contesti logici, umani. Cosi il racconto della l'amara analisi che vi sia un territorio in Italia dove alle persone libere è impedito di lavorare correttamente e liberamente. Oppure, e qui la voce si incrina un po' per l'emozione e io resto in silenzio, commossa, che le "loro" minacce non la spaventano. Non la spaventano semplicemente perché non devono spaventare. Che possono averla anche stretta in quel vicolo ed inseguita ma la "strada" non è "casa" loro. "La strada e' di tutti, la 'strada' non è casa della 'ndrangheta, la 'strada' è 'nostra', la nostra casa". La telefonata deve chiudersi, Angela è in tribunale e la tensione immagino sia alta.

La saluto, e chiudo con il cuore che batte e la pelle d'oca. Un dolore sordo nello stomaco pensando a lei lì, a lei, ai suoi collaboratori e anche alla cura con cui ne ha parlato. Penso che ci avviciniamo ai venticinque anni, pesantissimi e sempre dolorosi, da Capaci ma anche che niente "è finito" davvero, niente, finché c'è chi racconta quello che accade e, soprattutto, chi non lascia solo chi lo fa. Ma siamo in Italia. Accade questo. Ancora.

Foto © FNSI

Tratto da: huffingtonpost.it

Ad Angela Caponnetto e a tutti i colleghi aggrediti e minacciati per aver fatto solo il proprio dovere l'abbraccio e la solidarietà della redazione di Antimafia Duemila nella speranza che al più presto siano puniti gli autori di questi vili attacchi.

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