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Di la tua | AntimafiaDuemila

Pizzolungo, la mattina che la mafia fece esplodere la stagione del terrore

sola-con-te-in-un-futuro-apriledi Margherita Asta e Michela Gargiulo - 26 marzo 2015
Esce oggi il libro di Margherita Asta e Michela Gargiulo “Sola con te in un futuro aprile”, un racconto sulla strage di Pizzolungo, in Sicilia, attentato di Cosa Nostra contro il giudice Carlo Palermo (che rimase illeso) e nel quale rimasero uccisi una donna di 30 anni e i due figli gemelli di 6. Il libro è edito da Fandango Libri. Qui ne pubblichiamo un estratto.

Dichiarazioni di Antonino Cascio davanti alla Corte di assise di Caltanissetta. È uno dei pentiti grazie ai quali vengono riaperte le indagini su Pizzolungo e si celebra il nuovo processo a carico di Riina, Virga, Di Maggio e Madonia.

Lei parlò mai con Milazzo della strage di Pizzolungo e se si, in che occasione?
“Io dopo incontrai Milazzo, dopo un due o tre giorni che era successo il fatto e ho chiesto qualche notizia. Dico: ma sta cosa che è successo a Trapani che..? E lui mi ha spiegato alcune cose”.

Sì, che cosa le riferì?
“Mi ha detto che erano stati loro”

Chiarisca chi sono loro.
“Sì, mi disse che erano stati loro, gli alcamesi a fare questo... questa cosa. Mentre parlava si vedeva che... la sua mortificazione in faccia, perché era molto mortificato per il fatto che erano morti quei due bambini. Mi confidò che se avesse avuto lui in mano il telecomando forse non avrebbe premuto il pulsante in quell’attimo in cui c’era quell'altra macchina vicina. Quando mi spiegava ‘ste cose quasi... quasi piangeva. E poi mi disse che forse non c’era motivo di fare tutto ‘stu casino, mi ha detto lui. Fare tutto ‘stucosoquando si poteva raggiungere lo scopo meglio di come poi è finita, in un altro modo, facendolo con le pistole e i fucili insomma.”... “Ma che purtroppo l'ha dovuta fare perché... era stato ordinato così”.

Lei capì a che cosa si riferiva, dicendo che era stato ordinato così?
“E, si riferiva a Totò Riina”

...I giudici di appello inseriscono a pieno titolo la strage del 2 di aprile all’interno della strategia stragista dell’ala corleonese di Cosa Nostra elaborata da Totò Riina e dalle famiglie palermitane a esso alleate tra le quali la famiglia Brusca, la famiglia Gambino e la famiglia Madonia... Riina è stato indicato dalle stesse fonti di prova esaminate in questo processo come mandante della strage mentre le altre indicazioni dirette o indirette che sono state fornite indicano nei Brusca, nei Gambino, nei Madonia alcuni dei capi famiglia coinvolti nella deliberazione ed esecuzione della strage di Pizzolungo il cui movente, plurimo ed articolato, ha comunque alla base la sfida di Cosa Nostra alle istituzioni dello Stato e in particolare a quegli uomini che manifestavano la precisa volontà di svolgere fino in fondo e senza tentennamenti il proprio ruolo istituzionale di contrasto e repressione nei confronti dell’organizzazione mafiosa, la cui ragione d’essere storica sta nella strutturale collusione con settori importanti dello Stato e nella garanzia di poter lucrare comunque attraverso manovre, contatti, alleanze e l’impunità...

La convinzione di Riina e dei suoi alleati di un sostanziale isolamento degli uomini dello Stato che rifiutavano il tradizionale atteggiamento che è stato definito di convivenza con la mafia, indusse Cosa Nostra negli anni Ottanta a pensare di poter sfidare lo Stato e questi suoi fedeli servitori deliberandone l’eliminazione fisica al duplice scopo di dissuadere dal seguirne l’esempio e dall’indurre lo Stato a venire a patti con Cosa Nostra mantenendone una sostanziale impunità... L’attentato di Pizzolungo diretto contro il dottor Carlo Palermo costituisce l’ennesima azione terroristica di Cosa Nostra contro un magistrato che aveva osato sfidarla così come aveva sfidato in precedenza altri poteri forti, subendone pesanti ritorsioni. Non è escluso che con la soppressione di Carlo Palermo il vertice siciliano di Cosa nostra pensasse di rendere un favore non solo a se stesso... Al contempo, collocandosi la strage a distanza temporale di soli pochi mesi dagli arresti ordinati dal pool dell’ufficio istruzione di Palermo, a seguito delle propalazioni di Tommaso Buscetta, l’attentato costituiva una risposta terroristica a quelle iniziative giudiziarie e doveva servire ad alzare il livello dello scontro e ad annunciare la prospettiva terroristica alla quale l’organizzazione si stava indirizzano. Un messaggio intimidatorio rivolto soprattutto a Caponnetto, Falcone e Borsellino che della rinnovata vitalità dell’iniziativa giudiziaria antimafia erano protagonisti, ma anche un messaggio ai propri referenti politici perché valutassero le conseguenze di quelle scelte sul piano della rottura degli equilibri instaurati nei rapporti mafia-politica.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 26 marzo 2015

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