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Di la tua | AntimafiaDuemila

Giovanni Falcone, storia di un martire creduto solo da morto

20200321 c era una volta a palermodi Marta Capaccioni - Video
Su Rai Cultura la vita del giudice raccontata da chi gli fu più vicino

Si vive una volta sola” rispondeva Giovanni Falcone davanti alla preoccupazione della sorella Maria. Nessuna tentazione di abbandonare la lotta aveva mai sfiorato la sua mente, nessuna paura di morire, per quanto umana, era mai riuscita a modificare il suo atteggiamento e la sua fermezza. Era “soltanto lo spirito di servizio” a guidarlo, in ogni minuto della sua esistenza, nella vita quotidiana e lavorativa: quando andava al cinema, dal barbiere o a scegliere una cravatta, quando entrava in ufficio, nell’aula del tribunale o in quella dell’interrogatorio, quando l’Italia derideva la sua lotta in favore della democrazia. Una guerra a cui ogni cittadino avrebbe dovuto unirsi.
La sua storia è stata raccontata in 58 minuti nel servizio di Rai Cultura, presentato con il titolo di “Giovanni Falcone, c’era una volta a Palermo”, a cui hanno preso parte tanti noti giornalisti, colleghi e amici del magistrato e anche la sorella Maria. Attraverso le loro parole e quelle della voce narrante di Roberto Pedicini è stata ricostruita la sua vita, a partire dalla sua entrata in magistratura alla giovane età di 24 anni, fino al giorno del suo omicidio, di quello della moglie Francesca Morvillo, e dei tre agenti della sua scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, il 23 maggio 1992.
Una guerra costante quella combattuta dal magistrato. Nel momento in cui diventa giudice istruttore a Palermo, mentre la città è una polveriera che conta centinaia di morti ogni anno, con strade lastricate di sangue e immagini che raccontano ansia e paura, le indagini del magistrato sorpassano un muro di omertà e di indifferenza.
Follow the money” era il modello che Falcone utilizzava, ricostruendo il filo conduttore di ogni singolo movimento che riguardava operazioni bancarie e che lo portò ad essere accusato della rovina dell’economia siciliana. Il giudice fu il primo a capire che la mafia non poteva essere combattuta perseguendo singoli reati, ma solamente trattandola come fenomeno unitario, cooperando con gli altri Stati del mondo. Infatti viaggiò, di nazione in nazione, era un paladino della giustizia che tutti ci invidiavano. Solo l’Italia non capiva, contrastava il suo lavoro e ancora peggio, lo scherniva. E lui presto si rese conto degli equilibri secolari che le sue indagini stavano finalmente rivelando e rompendo, perché la mafia era un cancro stabilizzante, dava lavoro e soldi e, soprattutto, aveva il consenso.
Falcone aveva la visione del futuro, dell’evoluzione dei fenomeni”, ha detto durante il servizio l’ex presidente del Senato Pietro Grasso. E quella coppia perfetta, quanto terribilmente scomoda, che il giudice formava insieme al coetaneo e “fratello” Paolo Borsellino, aveva “la capacità di lavorare senza stancarsi mai”, ha continuato Grasso. Per questo era vincente e non si spezzava di fronte a nulla.
Di anno in anno la condizione dei magistrati andava peggiorando. Il pool antimafia, istituito nel 1983 da Antonino Caponnetto in seguito alla morte di Rocco Chinnici, cambiò ulteriormente le loro vite, esponendoli giorno dopo giorno ad un rischio sempre maggiore e arrivò ad un punto di svolta quando il boss Tommaso Buscetta venne arrestato in Brasile e cominciò dopo poco tempo a collaborare. Come ha ricordato il Procuratore generale della Corte di Appello di Palermo, Roberto Scarpinato, fu proprio il pentito a rispondere alla domanda di Falcone riguardo ai rapporti tra mafia e politica dicendo che “il Paese non era maturo per conoscere questa verità e che se lui avesse detto quello che sapeva sui rapporti mafia e politica Falcone sarebbe stato ucciso e lui sarebbe stato preso per pazzo”. Sapevano entrambi che dovevano stare attenti, che prima o poi sarebbe arrivato il loro turno, che l’unico modo per restare in vita era abbandonare quella lotta che tutti stavano cercando di ostacolare. Paradossalmente il timore della morte non riusciva a turbarli nella loro missione, però l’isolamento assordante con cui erano tenuti a convivere sì, li amareggiava molto. Durante l’estate in cui decisero di rinchiudersi nel carcere blindato dell’isola Asinara, scrissero quella sentenza di rinvio a giudizio che poi diventerà il Maxi-processo, un vero e proprio attentato alla mafia che dopo 2 anni di dibattimento portò a 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di carcere. In quelle 8.000 pagine erano riusciti a far comprendere che Cosa Nostra non era solo una banda di criminali, ma un pericolosissimo collegamento con la grande imprenditoria e la politica.
Da quel momento cominciarono forse gli anni più duri di Falcone, con la bocciatura della sua candidatura da parte del Csm alla direzione dell’ufficio d’Istruzione di Palermo, il successivo smantellamento del pool, e ancora il fallito attentato all’Addaura nel giugno del 1989, a cui seguirono accuse ingiuste e crudeli che affermavano la falsità dell’avvenimento. “Per essere credibile bisogna essere ammazzato, questo è il Paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e questa bomba fortunatamente non esplode la colpa è tua che non l’hai fatto esplodere”, le parole di Falcone a cui seguirono anche quelle più famose, quanto inquietanti, che rivelavano la consapevolezza di Falcone. La sua morte non sarebbe avvenuta per mano della mafia, ma per mano di “menti raffinatissime e di centri occulti di potere capaci di orientare anche le scelte di Cosa Nostra”.
Una stagione terribile, che negli anni seguenti lo spinse a spostarsi per un piccolo periodo di tempo a Roma, dove lavorò nella Direzione nazionale degli Affari penali insieme a Claudio Martelli, allora Ministro di grazie e giustizia. Un’esperienza indispensabile, grazie alla quale venne ideata quella che sarà la nostra legislazione antimafia e la Direzione investigativa antimafia, istituita per coordinare le indagini della polizia giudiziaria con quelle della procura. “Un’istituzione di cui non abbiamo bisogno”, dissero in tanti.
Altre sofferenze, che furono accompagnate nel gennaio del 1992 dalla grande soddisfazione di ascoltare la pronuncia della Corte di Cassazione che infine confermava l’impianto accusatorio della sentenza di primo grado. Le condanne divennero definitive. Quindi Falcone e Borsellino avevano ragione. Contro tutto e contro tutti avevano avuto ragione fin dall’inizio. E purtroppo avevano ragione anche ad aspettarsi una risposta dall’altra parte, perché quella guerra non era affatto vinta, ma solo iniziata. Oggi si fa memoria, ci si accontenta di parole che quanto a futilità fanno quasi arrossire, creando amarezza in quei pochi che con lo stesso “spirito di servizio” non si stancano mai di lavorare e di ricordare, ma nelle azioni, quei due guerrieri odiati quanto amati dalla nostra Nazione.

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