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Di la tua | AntimafiaDuemila

Fascismo e antifascismo nell’esperienza politica di Peppino Impastato

di Salvo Vitale
Dal balcone di Casa Memoria Giovanni Impastato ha salutato l’affollato corteo venuto per commemorare il 41° anniversario della morte di Peppino Impastato con un durissimo intervento nei confronti dell’attuale riemergere di rigurgiti fascisti, attribuendone la responsabilità alla Lega e al Movimento Cinquestelle, suo alleato e quasi sempre succube nell’attuale deriva autoritaria, che sta rimettendo in discussione i principi cui si ispira la nostra costituzione: “Noi dobbiamo combattere contro le persone che sono al Governo e che ci fanno credere che il problema sono i migranti, consegnando l'Italia ad affaristi, mafiosi e fascisti. La nostra storia si fonda sul pensiero di Gramsci, sul pensiero libero di Pasolini e Sciascia, sulle lotte partigiane, sui contadini che sono stati uccisi a Portella della Ginestra e sui sindacalisti uccisi dalla mafia con la complicità dello Stato". L’increscioso episodio di alcuni esponenti dei Cinquestelle, cacciati dal casolare e dal corteo ha certamente questa chiave di lettura, direttamente ispirata dall’antifascismo militante di Peppino e del suo gruppo. Un antifascismo che si scontra con i numerosi episodi di tolleranza nei confronti di dimostrazioni di camerati con saluti romani, striscioni, pubblicazioni e apologie varie, malgrado la Costituzione, la legge Scelba del 1952 e la legge Mancino del 1975, mai applicate.
Proprio questo fatto mi ha riportato indietro al lontano ‘68, allorchè con Peppino e altri pochi compagni, tra i quali ricordo Salvatore Lo Leggio e Nino Sole, in gran parte legati al PCdI “linea rossa”, avevamo occupato la facoltà di lettere di Palermo ed era nato un dibattito se ammettere a un’assemblea i fascisti. Malgrado molti mugugni alla fine avevamo deciso di farli entrare, salvo poi metterli nelle condizioni di andarsene, dopo averli umiliati con vari interventi nel corso dell’assemblea. Anche Corradino Mineo era presente, come era presente al corteo, e se ne dovrebbe ricordare. Il che vuol dire che con i fascisti, quando è possibile e ci sono rapporti di forza, ci si può confrontare, oppure cercare di metterli nell’angolo, di ignorarli, con il rischio che possa nascere una proliferazione di consensi nei confronti degli emarginati o perseguitati.
Altro scontro avvenne a Cinisi, allorchè Peppino e alcuni suoi compagni stavano affiggendo alcune copie di un manifesto, scritto col pennarello, in cui si denunciava l’operato del responsabile dell’ufficio di collocamento, un fascista che faceva assunzioni clientelari e gestiva l’ufficio come una sua personale bottega. Ripassando da un posto in cui avevamo messo un manifesto, ci accorgemmo che questo non c’era più. Ne mettemmo un altro e ci appostammo all’angolo della strada, sino a quando non scorgemmo un gruppo di neofascisti, guidati dal ducetto locale, che lo stavano scollando. Peppino si avvicinò al ducetto e gli disse: “Inginocchiati e chiedi perdono”. Quello gli si buttò addosso e ne nacque una rissa. Mentre Peppino rischiava di prenderle, perché il ducetto era molto più forte di lui, uscì di casa la mamma di Peppino che afferrò per il colletto il piccolo duce e gli disse: “Ah, tu sei? Mascalzone, lascia stare mio figlio e vattene a casa. Domani ci penso io a parlare con tuo padre. E guai se vi permettete di venire qua con i vostri amici di Palermo. Ce n’è anche per loro”. Ognuno se ne tornò a casa, ma l’indomani il ducetto si recò in caserma e sporse una denuncia, sostenendo di avere subito un’ aggressione mafiosa e consegnando in caserma un elenco di 27 presunti aggressori, molti dei quali da tempo non erano più a Cinisi, altri erano assenti: in pratica una vera e propria schedatura, chiesta dagli stessi carabinieri: secondo Peppino la lista era addirittura stata compilata prima dello scontro. Il processo continuò sei mesi dopo la morte di Peppino, allorchè anche a lui arrivò una citazione. Allora Gianni Lo Monaco, su mio suggerimento, scrisse sul giornale L’Ora un ironico articolo dal titolo: “Impastato, risorgi, in nome del popolo italiano”. Alla fine furono tutti assolti.
I due episodi documentano come l’attività antifascista fu sempre uno dei momenti centrali di lotta politica di Peppino. Egli conosceva bene gli intrecci sotterranei che legavano massoneria, mafia e, in alcuni casi anche esponenti di servizi dell’ordine pubblico e della magistratura. Negli anni ’50 il cav. Peppino Badalamenti, cugino dell’omonimo Badalamenti, capomafia di Cinisi, era legato ad ambienti monarchici della Massoneria palermitana e all’allora maresciallo di Cinisi Giuliano. Monarchico era anche l’avvocaticchio deputato Cusumano Geloso, che faceva da trait d’union con la banda dell’altro Giuliano brigante Ma il connubio tra fascisti e mafiosi trova la sua più chiara conferma al momento della preparazione del golpe che avrebbe dovuto esser messo in atto il 7 dicembre 1970, da parte del principe nero Junio Valerio Borghese: i “picciotti” di Badalamenti avrebbero dovuto imbarcarsi a Palermo, sbarcare a Civitavecchia e dare una mano nell’assalto ai centri di potere romani: “Minchia, dopo i mille di Garibaldi, i mille di Badalamenti”, avrebbe detto Buscetta (vedi Alfio Caruso, “Il lungo intrigo” Longanesi 2007, pag.168).
Lo sviluppo delle indagini sull’omicidio di Peppino, riaperte nel 1986 e assegnate al giudice De Francisci, ha preso in considerazione anche l’ipotesi di una responsabilità dei neofascisti nell’omicidio di Peppino, cosa di cui uno dei giudici della commissione Antimafia che si occupò del caso di Peppino, Donadio, era fermamente convinto. Nella sentenza del 27 febbraio 1992, con la quale si archiviava per la seconda volta il procedimento, il magistrato scrive: “Per quanto riguarda la deposizione di Angelo Izzo, personaggio inserito nell’ambito della destra extra-parlamentare, che ha riferito - nel contesto di dichiarazioni più in generale rese nel processo per l’omicidio del Presidente della Regione Piesanti Mattarella, avvenuto il 6 gennaio 1980, del coinvolgimento di elementi dell’estrema destra, quali esecutori materiali dell’omicidio dell’Impastato, e in particolare di un certo Miranda, detto “il Nano”, vanno fatte alcune precisazioni. Innanzitutto è da mettere in serio dubbio l’attendibilità dell’Izzo a fronte delle contraddizioni e della mancanza di riscontri probatori alle sue dichiarazioni. Tale notazione riguarda in particolare le notizie che, come nel caso di specie, Angelo Izzo afferma di avere apprese personalmente da Pierluigi Concutelli. Si tratta infatti di notizie che non hanno avuto alcun sostegno e che non sono state confermate da coloro che Izzo assume essere stati suoi confidenti ( si v. l’ordinanza-sentenza emessa nel procedimento penale contro Greco Michele + 18 per gli omicidi Reina, Mattarella, La Torre, Di Salvo, pag. 455 e segg.). Peraltro, nel presente procedimento, a non volere null’altro tralasciare, nell’agosto del ’91 è stato sentito Pierluigi Concutelli, in ordine a queste presunte confidenze che egli avrebbe fatto all’Izzo, relative all’omicidio Impastato. Nessun nuovo elemento è emerso, avendo il Concutelli negato sia le specifiche circostanze che l’esistenza di un rapporto diretto tra criminalità organizzata e forse eversive dell’estrema destra. Ha invece ammesso la conoscenza di tale Roberto Miranda, suo amico e coimputato, che a causa della bassa statura poteva anche essere stato identificato come “il Nano”, senza tuttavia essere in grado di dare chiarimenti sull’eventuale coinvolgimento dello stesso nell’omicidio Impastato".
A integrazione di quanto sopra riporto un articolo scritto da Agostino Vitale per un numero unico a cura del PCI e della FGCI dal titolo “CONFRONTO” che rimane un utile documento sulla cronaca di quegli anni: per due volte viene citata «un’organizzazione della sinistra», che evidentemente era “Lotta continua”.

Attività neofasciste a Cinisi
“Nel 1970, con Valpreda in galera e la sinistra ufficialmente incolpata di terrorismo sanguinario, il neofascismo, ormai sicuro della propria impunità, oltre a continuare negli attentati e nelle violenze cominciò a giocare apertamente la carta della distruzione dello stato democratico. Ci pensò Valerio Borghese con il tentato colpo di stato del 7 dicembre, del quale, grazie alla rete di connivenze e protezioni di cui godevano i fascisti fra certi settori della magistratura, della polizia e delle forze politiche vicine al governo, si seppe qualcosa soltanto nel ’72 dietro le rivelazioni del quotidiano “Paese Sera”. In seguito a queste rivelazioni S. Maltese, 26 anni, geometra, (segretario della locale sezione del MSI); suo fratello V., 22 anni; S. Leone, 26 anni, universitario, e altri giovani legati all’MSI-DN, affissero un tracotante manifesto dove si sputava veleno sulla democrazia e si lanciavano appelli per uno Stato forte.
La vigilanza antifascista delle sinistre a Cinisi impedì che questa ed altre provocazioni che ad essa seguirono, giungessero ad un qualsiasi risultato.
Nel 1972 (quando i magistrati Gerardo D’Ambrosio, Emilio Alessandrini, Luigi Fiasconaro e Giancarlo Stiz, vincendo ostruzionismi e omertà riuscirono ad orientare le indagini sulle stragi fra gli ambienti di destra e arrestarono i fascisti Freda, Ventura e Rauti accusandoli di essere gli autori della strage di piazza Fontana) il PCI fece affiggere un manifesto che riproduceva il testo integrale fotostatico del bando con cui il fascista Almirante (segretario nazionale dell’MSI-DN coinvolto oggi nelle inchieste giudiziarie sulle trame nere) ordinava la fucilazione alla schiena di partigiani e combattenti antifascisti durante la dittatura. I missini coprirono numerosi manifesti del PCI con altri che preannunciavano un comizio a Cinisi del fucilatore Almirante, trovando ancora una volta pronta risposta nella vigilanza antifascista dei giovani democratici di Cinisi. Nel luglio '73 (quando ormai, grazie agli sforzi e al coraggio dei giornali e dei giudici democratici, il castello delle menzogne edificato a sostegno dei piani criminali delle destre era stato distrutto e la strategia della tensione scopriva la sua matrice nera), a Cinisi scoppiava uno scandalo all’Ufficio di collocamento gestito a quel tempo da A. Silvestri, 65 anni pensionato, da sempre legato agli ambienti dell’estrema destra.
La Commissione di controllo aveva creduto di ravvisare delle irregolarità nella compilazione delle liste di collocamento, correndo voci che accusavano il Silvestri (indicato da più parti come un trafficante di posti) di servirsi del suo incarico ad usi personali e per scopi politici.
La locale sezione del MSI reagì rozzamente e in un pubblico comizio furono rilanciate le accuse di corruzione contro la Commissione nella sua componente CGIL. Fu a questo punto che intervenne una organizzazione della sinistra diffondendo un manifesto che doveva suscitare scalpore a Cinisi.
Il manifesto riproduceva dei personaggi nei quali l’opinione pubblica credette di riconoscere S.. Maltese e lo stesso Silvestri, immaginato questo nella sua presunta funzione di postivendolo. Quella stessa sera (era l’8 luglio), dopo tutta una giornata passata all’insegna dell’intolleranza e della provocazione, il Maltese ed alcuni suoi amici furono sorpresi a strappare alcuni di quei manifesti nel centralissimo corso Umberto. Avvicinati da alcuni esponenti della sinistra venne loro chiesta la ragione di quella bravata. I fascisti passarono subito alle vie di fatto. Per gli incidenti che ne nacquero furono denunziati, secondo il “Giornale di Sicilia” del 12 gennaio 1974, 25 giovani democratici la maggior parte dei quali non era neppure presente ai fatti. Il giornale, affermando di attenersi scrupolosamente ad un rapporto della caserma dei carabinieri, portava avanti un discorso provocatorio e tendenzioso nel quale il Maltese risultava atteggiarsi a «vittima innocente delle minacce e delle intimidazioni - diceva testualmente l’articolo - sintomatici di un determinato tipo di episodi mafiosi». Così, di punto in bianco, grazie alla relazione dei carabinieri (se vi fu) e alla deposizione dei fascisti coinvolti negli incidenti, i giovani democratici di Cinisi erano diventati pericolosi mafiosi.
La grottesca montatura, che evidentemente tendeva a svuotare la faccenda del suo risvolto politico per appesantirne la portata in sede giudiziale, durò poco. Il giorno dopo infatti “L’Ora” in un articolo intitolato «...Ma ché mafiosi: denunciati perché facevano a botte con i fascisti», riportò tutta la vicenda alle sue caratteristiche originarie. Parallelamente al ritrovamento di bombe inesplose in varie parti d’Italia e ad attentati, che i neofascisti tentarono ormai senza successo di tingere di rosso, fu rinvenuta (dopo alcuni giorni gli incidenti riportati sopra) una bomba presso l’abitazione dell’appuntato dei carabinieri Meli e la sua auto fu ritrovata semincendiata.
L’episodio a suo tempo fu attribuito a un personaggio non estraneo alla cronaca nera. Un anno prima (agosto 1972) “L’Ora” aveva pubblicato cose interessantissime sulla scoperta di un campo paramilitare a Menfi. L’estate del ’72, come del resto quelle degli anni precedenti, fu densa di cronache che rivelano l’esistenza, un po’ ovunque, di campi paramilitari dove aspiranti camicie nere si addestravano alla guerra, preparandosi a portare il loro contributo a quel colpo di stato da tante parti ventilato e ritenuto ormai come imminente.
In effetti le ricorrenti crisi di governo, il vuoto di potere, il moltiplicarsi delle gesta terroristiche, l’incapacità di governo a districarsi dal macabro groviglio delle responsabilità, facevano pensare a un prossimo rovinoso precipitare della situazione. “L’Ora”, in un articolo intitolato “CARNEVALE FASCISTA A CINISI”, pubblicava una foto che ritraeva S. Maltese in tenuta militare mentre si produceva in un paludatissimo saluto romano. L’articolo pubblicato con grande rilievo in prima pagina, rivelava che nel campo paramilitare di Menfi (scoperto da pochi giorni) fra gli altri fascisti che si addestravano ad abbattere la democrazia italiana c’erano S. Maltese, S. Palazzolo detto Mangiameli, 20 anni, S. Palazzolo (detto lo Svizzero), 28 anni. I tre presentarono subito una querela per diffamazione contro il giornale della sera di Palermo.
A cominciare dal 6 ottobre del 1973 le provocazioni assunsero toni più allarmanti.
Nuclei di fascisti indigeni furono visti più volte fare il giro dell’isolato dove, nei locali di una organizzazione di sinistra, si teneva un dibattito sul golpe in Cile. Alle ore 22,30 di quella stessa sera, presso la contrada del Furi fu notata una Bianchina verde-beige con quattro individui a bordo. Indossavano vestiti di foggia militare ed erano provvisti di zaini. La stessa auto (della quale siamo in possesso del numero di targa) e le stesse persone furono viste ancora il giorno dopo attraversare corso Umberto e lasciare il paese verso le 16.
Si moltiplicavano, in quel periodo, le scritte murali inneggianti al fascismo e al duce.
Fra le più truculente vale la pena di ricordare queste: «MSI vince » «DC+PCI = bombe» «Italia nera», «Dio creò i comunisti e li chiamò bastardi», «Se il casino è dilagante ci vuole Almirante», «W il duce», «W il fronte della gioventù», «W Ordine Nuovo», «W Avanguardia nazionale» (organizzazioni neonaziste coinvolte nelle indagini sulle trame nere, n.d.r.).
Tra la fine di ottobre e i primi di novembre si ricostituì a Cinisi la Camera del Lavoro. Le sinistre aprirono il loro intervento presso gli edili da sempre sottoposti a volgare sfruttamento (assunzioni illegali, ore di lavoro regalate al datore di lavoro, salari ridotti all’osso) e alla possibilità di indiscriminato licenziamento.
Sulla strada delle rivendicazioni le sinistre si scontrarono con gli interessi dei piccoli imprenditori che non volevano aprirsi ad alcun compromesso, strumentalizzati in questo atteggiamento da organizzazioni fasciste extraparlamentari che avevano deciso di sostenerli.
Gli esponenti del PCI, del PSI, di Lotta Continua, più impegnati nella vertenza, cominciarono infatti a ricevere lettere minatorie nelle quali li si minacciava di morte se non avessero «lasciato in pace i muratori». In una di queste lettere si poteva leggere testualmente:
«Compagni, vi scriviamo ancora per dirvi alcune cose. Abbiamo visto che le nostre lettere hanno fatto qualcosa con i giovani muratori. Ci dovevano per forza esserci le minacce con voi luridi comunisti. La vostra politica di vendere “Lotta Continua” nel bar ci sta sui coglioni, perché dite un sacco di cazzate. E poi molti giovani comunisti di Cinisi la dovete pagare per altre cose che avete fatto negli anni scorsi. Voi tutti l’avete promesse, anche i muratori se si muovono. Luridi comunisti attenzione a quello che fate. Firmato: gruppo di avanguardia SAM (organizzazione fascista n.d.r.). Ci firmiamo e accettiamo da voi ogni provocazione».
Alle lettere minatorie seguirono ben presto telefonate anonime con solite minacce: «Vi faremo sparire tutti». L’imbecille al telefono doveva veramente essere convinto di stare spaventando qualcuno, suggestionato in ciò evidentemente dalla spavalderia e dalla sicurezza con le quali, a livello nazionale, le organizzazioni fasciste praticamente firmavano ormai da qualche tempo i loro attentati e le loro stragi. I due attentati, di cui sono rimasti ignoti gli autori, al generatore elettrico di Cinisi (dove viene fatta esplodere una bomba la notte fra il 25 ed il 26 febbraio 1974) e all’ufficio ENEL di Terrasini (dove viene appiccato il fuoco alla porta), erano a nostro avviso destinati ad alimentare la strategia della tensione. L’obiettivo finale di questa strategia è la distruzione dello Stato democratico e l’instaurazione di un regime militare. Un obiettivo destinato a scontrarsi con le masse proletarie italiane, profondamente antifasciste e la realtà politica del Paese”.
Lo scontro dell’8 luglio, tra il gruppo di “Lotta Continua” e quello dei fascisti fu violento ed anche la madre di Peppino accorse, in aiuto del figlio. La vicenda venne chiusa cinque anni dopo, nel dicembre del ’78, allorché il magistrato prosciolse tutti gli imputati. In quella circostanza venne inviata una comunicazione giudiziaria a Peppino Impastato: il giornale “L’Ora” ne diede notizia il 21-12-78 con un articolo dal titolo: “Impastato, risorgi, in nome del popolo italiano”. Ecco una parte di un articolo da me pubblicato su Lotta Continua dell’11-12-1978:
“A quasi sei anni dal fatto la magistratura ha deciso di rispolverare il fatto, proprio nel momento in cui si è aperta l’istruttoria per l’omicidio di Peppino. È evidente il tentativo di volersi rifare, almeno in parte, dopo il vergognoso comportamento tenuto nel condurre le indagini per l’assassinio di Peppino. Cercando tra le carte di Impastato è stato trovato un foglietto con alcuni appunti su questo episodio: 1) Su quali basi la locale stazione dei CC ha stilato il rapporto relativo ai fatti di domenica 8 luglio? Forse sulla base delle informazioni fornite dalla canaglia fascista? 2) È vero che lunedì) il maresciallo si è incontrato con il deputato fascista Nicosia e con il criminale nazifascista Caradonna? Di che cosa hanno parlato? 3) Che cosa si dicono il vicebrigadiere e il fascista pagliaccio Maltese nei loro incontri notturni tra mezzanotte e le due? 4) È vero che il vicebrigadiere è stato trasferito alla Legione dei Carabinieri di Palermo e fa la spola con la stazione di Cinisi? Perché? 5) È vero che la lista dei compagni denunciati è stata stilata in caserma dal Maltese e dal vicebrigadiere molto prima che il Maltese aggredisse il compagno Impastato? Nella stesura del primo avviso di reato i denunciati erano 25, ora sono diventati 28. Peraltro tra i denunciati ci sono due compagni che quel giorno si trovavano sul posto di lavoro, altri tre erano fuori Cinisi ed uno aveva addirittura la gamba ingessata. Questo dimostra con molta chiarezza che la denuncia è stata fatta avendo presente una lista precedentemente elaborata in collaborazione tra CC. e fascisti".

L’articolo è pubblicato nel libro di Salvo Vitale “Peppino Impastato, una vita contro la mafia” ed. Rubbettino

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