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Di la tua | AntimafiaDuemila

Un pamphlet per la legalità: vivere o morire di mafia?

di Valentina Tatti Tonni
Nel 1938 si diceva che la mafia fosse estinta, ma la verità era che Mussolini aveva censurato la stampa. Nel 1943 dopo la liberazione il New York Times riconosceva alla mafia un ruolo di primo piano. Lo storico britannico John Dickie, autore di molti libri sul tema, scrive che già a quel tempo [la mafia] “era una fratellanza criminale segreta, in cui si entrava pronunciando un giuramento e che era strutturata secondo la massoneria”.
A renderla forte era il coinvolgimento istituzionale e l’omertà di cittadini spaventati o troppo affamati per reagire, perché la mafia offriva loro protezione sulla gestione dei terreni agricoli che a quel tempo costituiva un bisogno primario per la sopravvivenza e, dall’altra parte, si occupava di rendere più forte il brigantaggio e la borsa nera. Dopo la guerra, erano spesso i proprietari terrieri ad affidare ai boss i loro appezzamenti, a nomi come Giuseppe Geuco Russo di Mussomeli e Luciano Liggio.
A rispondere alle rimostranze e al malcontento dei cittadini non era lo Stato ma la mafia che, in quanto a organizzazione, si prese in carico le loro problematiche offrendo una soluzione di intervento, un favore che al momento giusto sapevano gli avrebbero reso. D’altronde chiunque si fosse ribellato, sarebbe stato ucciso, un’esecuzione in piena regola per ristabilire l’ordine con armi impari.

Tutti coloro che non sono contenti di come vanno le cose, aspettano. C’è sempre qualcuno tra la folla che, stanco di ascoltare le masse, alza la testa. E’ quello il momento, riconoscere tra la folla il salvatore, il guerriero, più spesso il martire che tirerà fuori il coraggio per dire “basta, non è giusto”. Tutti coloro che non sono contenti e che finiscono più spesso a lamentarsi, aspettano obbedienti che questo uomo, questa donna, puro di cuore, arrivi: braccia al collo, solidarietà, si fa festa. Mentre a palazzo qualcuno brinda alle spalle della folla che si illude di cambiare. Tra gli ossequi di giubilo qualche perbenista, moralista, fautore della legalità, difensore della giustizia. Tutti insieme si sentono impotenti, ma chissà come affidano a quell’unico sognatore la chiave di volta, legati a un’antica speranza di rinascita  che dal 1948, anno della nostra Costituzione, lasciò il passo a delegati avulsi e collusi a un potere estraneo alla cittadinanza. Troppe poche autorità competenti e troppi pochi  cittadini tentano di farsi strada nella lotta e nella (re)azione, rendendo di fatto le loro cause mulini a vento e gli altri, nel generale consenso, complici. Talmente radicato è il malaffare che tutti gli interventi di modifica sembrano solo lodevoli, ma non reali.

La convinzione di saper sradicare il male è insista qui in qualunque persona che, se ha deciso di combattere la mafia ha di fatto smesso di vivere, è morto senza morire perché in questo Paese combattere la mafia e le ingiustizie in genere presuppone doversi difendere con l’aiuto di una scorta che è come una prigione in movimento senza sbarre. Ecco allora che tutti coloro che non sono contenti di come vanno le cose, ci pensano due volte prima di fare qualunque cosa, prima di denunciare, prima di mettersi dalla parte della giustizia. Non è possibile, per quanto non sia d’accordo dar loro assolute colpe. Soprattutto chi ha una famiglia o chi semplicemente crede di non appartenere al Tutto che ci circonda, ha altri progetti in mente che non vuole abbandonare o non ha quella forza d’animo necessaria a fronteggiare con una discreta dose di ottimismo e solitudine la malavita e le sue ritorsioni. Aspettano dunque con innata ipocrisia il coraggioso di turno e in buona fede lo investono delle loro premure e speranze, gli chiedono senza averne pieno diritto di sottrarre il presente, il proprio ovviamente, che sia lui o lei a rinunciare alla vita e alle relazioni in cambio della possibilità di garantire in futuro una vita più equa e democratica per tutti. Son colpevoli in tal senso questi tutti che hanno un ruolo istituzionale e dovrebbero farsi da garante contro la criminalità e sostenere (non solo all’occorrenza di un corteo) chiunque voglia sentirsi libero dalle imposizioni malavitose, ma che invece sono diventati patrioti cospiratori, le cui doti sono caratterizzate da viltà e indifferenza verso il bene comune. Colpevoli sono tutti coloro che restano silenti di fronte alle ingiustizie e che trovano nel sognatore di cui sopra il capro espiatorio ideale per tentare una strada in cui, evidentemente, non credono abbastanza.
Quale incentivo per un cittadino perbene nella mancanza di una riforma della giustizia adeguata e dei tempi processuali limitati, senza una rivoluzione del pensiero e una cultura che elimini la mafia e le azioni illecite in genere dalla sensazione di normalità su cui si è fondata la società?
Una verità amara e aspra che si aggiusta nel tempo sulle troppe vite spezzate. Non cambierà nulla se a questa lotta che riguarda tutti la  moltitudine di persone che compone il Paese non si impegnerà all’unanimità per combattere la mafia (che sia ‘ndrangheta, camorra, Sacra Corona Unita, pentacamorra, gang di strada, etc.) e pretendere giustizia, in modo che chiunque decida di denunciare o di scrivere articoli e inchieste non si senta mai in pericolo.

Foto © Shobha

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