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Di la tua | AntimafiaDuemila

Caso Moro, spunta un documento sul brigatista Casimirri: ''Fu arrestato in Italia nel 1982. Ora estradizione''

fioroni giuseppe c ansadi Stefania Limiti
Dopo il caso Battisti, Fioroni scrive al presidente del Consiglio e chiede stesso impegno per estradizione dell'ex primula nera del brigatismo rosso. “La latitanza è una offesa alle vittime e alla giustizia”

Dalla grande nebulosa del caso Moro, qui e là, viene sempre fuori qualcosa di inedito. La Commissione parlamentare d’inchiesta ha scoperto che Alessio Casimirri, la primula nera del brigatismo rosso, fu arrestato nel maggio del 1982 e nessuno lo aveva mai saputo. Significa che rimase in Italia più a lungo di quanto non si supponesse fino ad ora, ed anche che le ricerche furono fatte proprio male, e poi anche che potè contare su una rete di complicità importante. Dalle recenti indagini è inoltre emerso che diversi documenti e un’agendina telefonica che gli vennero sequestrati il 3 aprile 1978, durante una perquisizione disposta nell’ambito delle indagini sul rapimento Moro, non sono mai stati oggetto di indagine.

Giuseppe Fioroni, presidente dell’organismo parlamentare, lo ha reso noto oggi diffondendo una sua lettera al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ai ministri Minniti, Orlando e Alfano, nella quale chiede al Governo lo stesso impegno profuso per mettere all’angolo Cesare Battisti, l’ex militante dei Pac riparato in Brasile, anche per ottenere risultati dalle autorità di Managua. Casimirri, infatti, vive in Nicaragua da molti anni e di quel Paese è cittadino a tutti gli effetti, motivo che rende l’iter burocratico assai complicato – l’Italia chiese invano per la prima volta la sua estradizione nel settembre del 1988. Fioroni scrive cautamente che le modalità con cui Casimirri  lasciò l’Italia non sono mai state chiarite: in realtà, si è scritto molto in questi anni e autorevoli osservatori hanno sostenuto che scappò con comodo grazie ad un regolare passaporto falso messogli a disposizione dai servizi segreti. Scappò in Francia con un compagno brigatista, Raimondo Etro, ma questi ne perse le tracce per una settimana. Poi lo rivide pronto alla partenza per l’oltreoceano, Etro rimase in Francia ed ebbe altra sorte. Figlio di un funzionario dello Stato Vaticano, Casimirri fu un dirigente di spiccò della colonna brigatista romana costituita attorno al 76-77 e che fu centrale dell’Operazione Frezza, il rapimento e il sequestro di Aldo Moro. Alessio  è componente del commando di Via Fani, dove viene preso il presidente della Democrazia cristiana, miracolosamente o misteriosamente illeso, e trucidati tutti gli agenti della sua scorta. Oltre all’ergastolo per il caso Moro, pendono sulla sua testa anche altre pesanti condanne per l’omicidio dei magistrati Palma e Tartaglione e degli agenti di Polizia Mea e Ollanu , colpiti durante l’assalto di Piazza Nicosia alla sede della D.C.

Secondo Fioroni “Lo sforzo di ricerca della verità sulla vicenda Moro non può prescindere da un ulteriore tentativo di porre termine a una latitanza che è offensiva per le vittime e per la giustizia”. Ma c’è anche un altro piano di interesse: la fuga di Casimirri, e la tenuta della sua latitanza, infatti, sono sempre state oggetto di riflessione per gli straordinari contatti che le hanno consentite e che gettano una lunga ombra non solo sulla sua figura ma anche sul delitto Moro i cui misteri ruotano intorno alla esistenza e alla natura delle interferenze di soggetti e forze estranei al mondo brigatista o criminale. Come ilfattoquotidiano.it scrisse tre anni fa, nel 2006 Casimirri è uscito indenne da un tentativo di esfiltrazione organizzato già nei minimi dettagli ma sospeso da non si sa quale scala gerarchica e, in precedenza, nel ’98, fallì nel tentativo di ascoltarlo anche il magistrato milanese Meroni, che cercava riscontri ad alcune testimonianze che collegavano Valerio Morucci all’omicidio Calabresi. Insomma, è una latitanza che pesa più di altre, se è possibile una gerarchia: sono in tutto 34, secondo i dati del ministero della Giustizia, i ricercati all’estero per fatti di terrorismo nazionale. Paradosso della nostra strana storia: non c’è il nome del neofascista Delfo Zorzi perché nessun tribunale riuscì ad incastrarlo.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

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