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davigo piercamillo 610 c ansadi Francesco Bertelli
E’ un magistrato scomodo. Così ci viene detto. Sono giorni che Piercamillo Davigo è sotto il fuoco degli attacchi provenienti da destra, centro e sinistra e non solo. Gli vengono imputate le più fantasiose dichiarazioni estrapolate dal contesto e spacciate come “barbarie”.
Ex membro del pool di Mani Pulite, Davigo è una figura quasi eroica per un Paese come il nostro. E’ una figura mediatica, filtra l’obiettivo delle televisioni per la sua capacità di spiegare a tutti aspetti giuridici in modo semplice. E forse è questa la sua colpa: farsi capire dalla gente. Riuscire con grande tranquillità a sfoderare dati autentici per sfatare le leggende metropolitane che la politica (da ormai 25 anni) imputa alla giustizia e ai magistrati.
Sua frase celebre di qualche anno fa in tema delle condizioni in cui versa il nostro Paese dal punto di vista della corruzione e dell’inattività della politica: “E’ come se ad un malato di febbre anziché prescrivergli la cura, gli si prescrive di sostituire il termometro”.
E’ suo anche il concetto che rispetto ai temi di Mani Pulite oggi i politici “non hanno smesso di rubare ma hanno smesso di vergognarsi”.
Ma anche il concetto secondo cui in Italia ci sono troppi processi per reati inutili per i quali  basterebbe prevedere una pena pecuniaria senza i tre gradi di giudizio.
Oppure che la “classe dirigente italiana non accetta di essere processata”. O che “violare la legge in questo Paese conviene di più”.
La politica si schiera da sempre contro ciò che afferma Davigo: sia quanto si dedica al particolare, andando a spiegare la cause del malfunzionamento ormai cronico della giustizia italiana, sia quanto analizza le devianze dei colletti bianchi (cioé i politici stessi).
Adesso ad avercela con lui (dopo le sue ultime apparizioni in tv) sono il numero 2 del Csm Legnini e anche il Presidente della Repubblica.
Parola di Legnini: “In nessun Paese europeo è consentito passare con tanta facilità dai talk show o dalle prime pagine dei giornali a funzioni requirenti e giudicanti fino alla presidenza di collegi di merito e di Cassazione”.
Parola di Sergio Mattarella: “La toga non è un abito di scena, non si tratta di un simbolo ridondante. Viene indossata per manifestare il significato di rivestire il magistrato che deve dismettere i propri panni personali ed esprimere, così appieno, la garanzia di imparzialità”.
Una delle colpe di Davigo (che ha scaturito il coro contrario del mondo politico in primis e poi anche di Legnini) è stata la sua apparizione la scorsa settimana a Dimartedì condotta da Giovanni Floris. Si è discusso della figura di Filippo Penati (ex presidente della Provincia di Milano), il quale assolto recentemente da alcune accuse, in un altro processo non aveva rinunciato alla prescrizione. Davigo, con suo classico tono, ha dichiarato che il soggetto in questione dovrebbe “vergognarsi” alla luce del fatto che come stabilito dalla nostra Costituzione, chi ricopre cariche istituzionali deve ricoprire tali incarichi con “disciplina e onore”.
Apriti cielo.
Sulle pagine de Il Foglio si arriva anche a dire che per Davigo anche gli assolti sono colpevoli. In realtà il discorso del leader di Magistratura Indipendente è molto più complesso. Sostiene infatti un principio sacrosanto secondo cui esistono due verità: quella storica e quella processuale. Il processo si occupa della seconda. E non sempre quella processuale coincide con la verità storica. Se le prove di colpevolezza di un imputato Tizio non sono sufficienti al fini processuali per condannarlo, ciò non toglie che la sua assoluzione rispecchi la verità storica. Talvolta succede.
Ma anche in questo caso apriti cielo.
In verità il pericolo intorno alla figura di Piercamillo Davigo nasce dal fatto che i membri di Autonomia e Indipendenza vogliono Davigo, fondatore e leader della corrente nata dala scissione di Magistratura Indipendente, candidato alle elezioni nel 2018 per il rinnovo del consiglio. Lui dice di no, ma una figura come la sua prenderebbe un sacco di voti. Ma al di là del suo no, rimbalzano due domande che lui stesso ha presentato al Csm: una per la presidente della Corte di Cassazione e una per la Procura generale.
 
Detto questo proviamo ad andare indietro nel tempo di un paio di decenni e facciamo un gioco. Leggiamo certe frasi che illustrano alcuni concetti di fondo.

“[…]La verità è che vi è stata un delega inammissibile a magistrati e polizia di occuparsi soli della mafia, e lo Stato non ha fatto sostanzialmente nulla […]Noi sappiamo il grande sfascio che c’è nella giustizia soprattutto civile in Italia, non è possibile fare una causa e concludere in tempi minori di dieci anni o dodici anni. Lo Stato non ha fatto nulla per dare alle pubbliche amministrazioni, soprattutto a quelli locali, mi riferisco al Meridione, ma ci sono grossi problemi del genere anche in tutte le altre parti d’Italia”.

“Ora l’equivoco su sui spesso si gioca è questo; si dice: quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però l magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! Questo discorso non va perché la magistratura può fare solo un accertamento di carattere giudiziale. Può dire be’ ci sono sospetti, ci sono anche gravi, ma io non la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire che quest’uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioé i politici, cioé le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioé i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma erano o rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza, si è detto; questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu no ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia e non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti da episodi o da fatti inquietanti anche e se non costituenti reato?”

[…]I giudici continueranno a lavorare e a sovraesporsi e in alcuni casi a fare la fine di Rosario Livatino [assassinato dalla Mafia, ndr] come tanti altri, i politici appariranno ai funerali proclamando unità di intenti per risolvere questo problema e dopo pochi mesi saremo sempre punto e daccapo.”

Come verrebbe definito oggi un magistrato che cominciasse a dichiarare in pubblico questi concetti? Giustizialista? Politicizzato? Uno che fa spettacolo?
Sono alcune delle frasi pronunciate da Paolo Borsellino. Come Davigo oggi, anche lui 25 o 30 anni fa, denunciava le stesse cose. E come lui ha dedicato la sua vita a spiegare e denunciare i problemi sempre e comunque: prima nelle scuole, e dopo la morte dell’amico fraterno Giovanni Falcone spessissimo in televisione.
Gli stessi problemi denunciati da Davigo, in relazione ai problemi processuali e alla totale assenza di una reazione del mondo politico per prevenirli e non delegare tutto all’autorità giudiziaria, sono gli stessi che sollevava Borsellino.
Era un magistrato che faceva scena? Sbagliava a partecipare ai talk show dell’epoca per denunciare i problemi e per rendere giustizia al lavoro di Giovanni Falcone? E ancora: sbaglia Piercamillo Davigo ad andare ai convegni, in tv a denunciare i problemi sopra elencati?
Un magistrato esperto e competente, in un Paese normale, dovrebbe essere un elemento utilissimo per la conoscenza e l’informazione di tutti i cittadini.
Dal 1994 in avanti si è cominciato a dire che i magistrati buoni e bravi sono quelli che se ne stanno zitti e quelli cattivi sono quelli che denunciano i problemi “facendo spettacolo”.
Forse ci siamo dimenticati figure come Borsellino o Giovanni Falcone, che andavano in televisione, che ci mettevano la faccia. E anche per questo erano scomodi. Una volta tolti di mezzo è come se la figura del magistrato fosse quella del cane mansueto anziché il cane che dovrebbe abbaiare di fronte ad un problema, ormai quasi irreparabile come quello della giustizia italiana.
Perciò tutti continueranno ad andare contro ai Davigo e simili, senza ricordarsi (o forse non volendo ricordarsene perché torna loro comodo) le parole di quei servitori dello Stato eliminati dalle complicità del mondo politico con le strutture criminali del nostro Paese, inneggiando al contorto e privo di senso conflitto tra politica e giustizia. Un conflitto alimentato sempre e solo da una parte: la politica. E questo accade ogni volta che si sente braccata da certe inchieste.
Perciò: chi critica obiettivamente è considerato un giustizialista. A prescindere. E forse oggi anche una figura come Borsellino verrebbe considerata tale dal mondo politico, ma nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente, per un senso profondo di vergogna. E’ il sistema mediatico della politica che funziona così. Questa è la triste verità.

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