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Di la tua | AntimafiaDuemila

Giustizia e Verità a Fiumicello

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di Jessica Pezzetta Savogin

Resistere per sostenere Nino Di Matteo, le famiglie Manca e Regeni e per sperare in un futuro diverso

Sette mesi di preparativi e di incertezze, l’Assessore alla Cultura cambiato con i lavori in corso d’opera e locandine sbagliate ma, finalmente, eccoci qui, a Fiumicello (UD), nella sala parrocchiale, in una meravigliosa serata primaverile. E’ il 17 giugno, e questo incontro tanto atteso si concretizza con il sostegno del sindaco Ennio Scridel grazie al quale siamo stati patrocinati dal Comune di Fiumicello. Come ricorda il Sindaco, moderatore di questo incontro, con lui "abbiamo iniziato un percorso che vede ogni anno Fiumicello presentare un’iniziativa nell’ambito della lotta alla mafia". Può sembrare strano che un piccolo Comune del profondo Nord Est si interessi di mafia, tuttavia, il fenomeno è sotterraneo e riguarda anche le nostre terre, interessa il nostro Stato, si nutre di accordi che a noi possono sembrare fantasie, "ma questa sera qualcuno ci spiega che quelle favole, purtroppo, potrebbero essere più reali della stessa realtà e ricordare e approfondire è un fatto importantissimo e necessario". Il fatto che questa sera, a causa di svariati saggi di fine anno, vi siano poche persone di Fiumicello presenti in sala "ci fa capire ancora di più che bisogna organizzare questi eventi poiché non si percepisce che questo potrebbe essere un problema che è necessario sapere". Nel ringraziare l’autore del film in programma questa sera, a Very Sicilian Justice, dedicato al magistrato Antonino Di Matteo, condannato a morte da Cosa Nostra a causa del processo sulla trattativa Stato-mafia, e l’amico giornalista Giorgio Bongiovanni, direttore della rivista ANTIMAFIADuemila, il Sindaco ricorda che questa sera era previsto l’intervento della famiglia Regeni, da parte della quale porge i saluti e manifesta la vicinanza a questa iniziativa, a cui non ha potuto partecipare a causa di una manifestazione a Roma, famiglia che ha voluto celebrare il ricordo di Giulio nel giorno in cui si è appreso della sua scomparsa in Egitto nel piazzale del paese dedicato a Falcone e Borsellino, accanto al monumento dei partigiani, a ricordo delle persone morte per lo Stato. 

In seguito alla proiezione del film, il Sindaco riprende la parola, definendolo un’opera importante, che l’ha lasciato perplesso e, in merito a questo, chiede ai relatori Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo, vicedirettore di ANTIMAFIADuemila e autore del libro Suicidate Attilio Manca, i quali hanno la fortuna di conoscere il Dottor Di Matteo e hanno una relazione diretta con i magistrati e le loro scorte, quale sia il rapporto tra queste persone e le loro famiglie e come essi si pongano quando vanno a rappresentare e a difendere un interesse di Stato sapendo che lo Stato potrebbe essere loro nemico e conclude la domanda chiedendo "cosa si prova a trovarsi di fronte a uomini di Stato veri". Secondo Giorgio Bongiovanni, "Antonino Di Matteo è una persona straordinaria anche dal lato umano. Per quanto riguarda gli uomini della scorta, con Lorenzo ho avuto modo di conoscerli da vicino, poiché siamo cronisti giudiziari, spesso dentro la Procura. I ragazzi della scorta del Dottor Di Matteo sono anch’essi straordinari e molto ben preparati, però spesso ci siamo trovati, in passato, ad ascoltare le loro paure, e la scorta di Di Matteo non è una scorta comune: è un misto tra i Carabinieri delle scorte speciali di Palermo ed i reparti del GIS dei Carabinieri, i quali sono il corpo speciale più importante che abbiamo in Italia, invidiato anche dagli Stati Uniti d’America. Sono un gruppo d’assalto, sono paracadutisti, sabotatori, subacquei, maestri di arti marziali, esperti di esplosivi, sanno maneggiare qualsiasi arma, però, di fronte ad un missile terra-aria o a 1000 chili di tritolo non possono fare niente. C’è una grande contraddizione, poiché oggi il Dottor Di Matteo è scortato come e forse di più del Presidente della Repubblica, ha l’aereo di Stato, pertanto lo Stato fornisce da un lato questa super protezione e, dall’altro, non dice niente. Nino Di Matteo è un pubblico ministero molto scrupoloso, va avanti solo se ha delle evidenze. Purtroppo il pericolo non è passato. Dalle ultime intercettazioni ambientali del super boss Giuseppe Graviano, che è stato un braccio destro tra i più potenti di Totò Riina, riemergono vecchi scenari. 'Lui voleva scendere però in quel periodo c'erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa'. Frase che i pm interpretano come la necessità di un gesto forte in grado di sovvertire l'ordine del Paese. Queste dichiarazioni esplosive di Graviano sono entrate nel processo Trattativa e nel frattempo Di Matteo è stato trasferito meritevolmente alla Procura Nazionale Antimafia, a Roma, dove continua a condurre queste indagini segrete. Ipotizziamo che ci siano altri indagati eccellenti e quindi il pericolo che corre Di Matteo è ora ancora più grave". "Ci troviamo in un periodo molto delicato per le nostre Istituzioni poiché siamo in prossimità delle elezioni e la metodologia è la stessa del ’92, pertanto l’Italia corre il pericolo che ha corso sempre, che venga attuata la strategia della tensione". Con l’augurio che tutto questo non accada, la parola passa a Lorenzo Baldo, il quale aggiunge che gli agenti che hanno conosciuto "vivono con questo interrogativo perenne, escono di casa la mattina e non sanno se torneranno la sera e lo fanno con il più nobile spirito di servizio: chi lo chiama fede, chi amore per il prossimo poiché, servendo questo magistrato, stanno servendo la collettività". Vi è un filo che li lega ai famigliari delle vittime di mafia i quali, a volte, sono costretti ad elemosinare pezzi di verità ad uno Stato che, invece, rema contro, e che dovrebbero essere sostenuti proprio dalla stessa collettività. Invece, "è come se fosse il nostro processo di Norimberga poiché non si è mai visto un processo con mafiosi, ex ministri, ex generali dei Carabinieri, pentiti, tutti allo stesso livello, tutti alla sbarra. In un altro Paese civile sarebbe costantemente seguito dai telegiornali più importanti, sarebbe seguito dai più grandi giornalisti e scrittori, qua viene sottovalutato, ignorato dai grandi media, ridicolizzato. Siamo un Paese anomalo, che se continua ad ignorare e ad ostacolare la ricerca della verità è condannato a rivivere quella realtà". 


A Palermo, nella quale in ogni via vi è la lapide di un martire, per Di Matteo, la cui condanna a morte è solo una questione di tempo, tutta la cittadinanza dovrebbe scendere in piazza, ma questo non avviene. Vi sono delle associazioni che si occupano di lotta alla mafia, ma sono disunite, e questa è la cosa peggiore, "quindi ancora di più vi è l’obbligo della società civile di unirsi. Questa volta facendo prevenzione e non andando a piangere un’altra volta ai funerali di altri magistrati e di Forze dell’Ordine. Abbiamo una grande responsabilità: quella di informarci, sapere cos’è il processo Trattativa, cosa significa che lo Stato ha trattato". Ricordando le stragi di Firenze, "le sentenze affermano che non è stata la mafia ad effettuare il primo passo per intavolare una trattativa, ma è stato lo Stato. E all’anniversario di Capaci, la sorella di Borsellino, Rita, ha affermato su RAI 1, da Fabio Fazio, dove la parola trattativa fa paura, di essere stanca dei coriandoli di verità, e visto che nella sentenza della strage di Firenze si afferma che c’è stata una trattativa tra Stato e mafia vuole sapere chi ha trattato. Dovremmo unirci tutti intorno a lei, che a sua volta si è unita a Salvatore Borsellino, a Nino Di Matteo e a pochissimi altri magistrati che cercano la verità, poiché la società civile ha un ruolo fondamentale: pensiamo al caso di Fiumicello e a quanto sia importante la cittadinanza intorno alla famiglia Regeni per darle forza e chiedere alla magistratura italiana di pretendere la verità. Dal Cairo arrivano le notizie con il contagocce e addirittura intendono impedire che si assista agli interrogatori, volendo fornirne solo i resoconti ai poliziotti italiani. Tutta l’Italia dovrebbe andare sotto l’ambasciata a chiedere che venga fornito tutto il materiale alla magistratura italiana, poiché questa famiglia deve essere sostenuta. Questo è il dovere che deve unire la società civile in casi come quello di Giulio Regeni e di Attilio Manca". 

Riprendendo la parola, il Sindaco Ennio Scridel ricorda che il territorio di Fiumicello è un territorio di resistenza, che ha visto morti per la libertà, che settant’anni dopo si ritrova a piangere un proprio compaesano e che, d’altra parte, con fierezza ha nominato Di Matteo suo cittadino. "Come può un sindaco spiegare ai propri ragazzi cosa significa resistere?". Giorgio Biongiovanni spiega che "tra il ’92 e il ’93 tutti i partiti, dalla sinistra alla destra passando per il centro, hanno avuto rapporti con la mafia e per questo non vi è alcuna bandiera quando Salvatore Borsellino grida resistenza, altrimenti i leader politici di oggi dovrebbero tirare fuori dagli archivi fatti che è meglio la gente non sappia perché potrebbero perdere tanti voti. Dobbiamo resistere perché all’interno dello Stato c’è n'è uno pulito, pensiamo a Di Matteo e ad altri magistrati come Lombardo, Gratteri, Scarpinato, ci sono nuove facce politiche, nuovi amministratori. Abbiamo bisogno di persone che dicano la verità sul nostro Paese, verità che ci farebbero soffrire, magari avremmo una crisi politico-economica, ma poi diventeremmo il Paese più bello e più forte, dal punto di vista culturale e artistico, del mondo. Purtroppo abbiamo una mafia ancora potente, è ricca, fattura ogni anno 150 miliardi di euro. Sappiamo quali sono i politici mafiosi, senza bisogno di leggere tutti i processi, quindi dobbiamo avere il coraggio di cambiare prima noi stessi, e, conseguentemente, cambierà la nostra società. Ritengo che avremo ancora dei caduti, però sento che alla fine vinceremo come abbiamo vinto con la Resistenza". 

Video Al minuto 58 il dibattito con i relatori



Per Lorenzo Baldo, "resistenza è dare un senso alla propria vita" ed è questo che bisogna trasmettere ai ragazzi. "Trasmettere un ideale ad un giovane è già un atto rivoluzionario che significa gettare le basi affinché questa società possa essere cambiata. Quindi è importante trasmettere questi valori, dai partigiani fino agli ultimi resistenti, che sono questi magistrati sparuti ostacolati dalla mafia e soprattutto dallo Stato: pensiamo a come l’ex presidente Napolitano ha ostacolato il processo Trattativa quando ha sollevato il conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo per quelle telefonate con Nicola Mancino. Lo Stato-mafia va denunciato, va messo alla sbarra, va incarcerato, tutte cose che, allo stato attuale, sembrano impossibili da fare in questo Paese, mentre in altri Paesi sono possibili. Dobbiamo aggrapparci ad un ottimismo, come Paolo Borsellino ci ha insegnato fino a poche ore prima della sua scomparsa, che ci fa sperare nelle nuove generazioni. Va trasmesso questo senso di ribellione costruttiva, il senso della bellezza, della verità, della giustizia". A proposito di giovani, Lorenzo Baldo prosegue il proprio intervento spiegando la vicenda di Attilio Manca, brillantissimo urologo di appena 34 anni: "nel 2001 esce un’agenzia ANSA che spiega che, in Italia, il primo intervento per curare il cancro alla prostata per via laparoscopica viene eseguito da Attilio Manca e dal professor Ronzoni, primario del Policlinico Gemelli. Nel 2004 Attilio era all’apice della sua carriera, conteso da moltissime equipe mediche. Lavorava a Viterbo, ma era siciliano, di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Viene trovato morto il 12 febbraio 2004, con due buchi nel braccio sinistro per due iniezioni di eroina, un mix di tranquillanti, barbiturici e alcool. Però lui non è tossicodipendente, né ha istinti suicidi. Dal ritrovamento del suo corpo inizia un mistero tipicamente italiano, che vedrà, nell’arco di questi 13 anni, sparizioni di tabulati telefonici e testimoni che cambiano versione, come gli ex amici che prima lo definivano una persona meravigliosa e poi, all’improvviso, cominciano a dire che era un tossico anomalo capace di controllare i suoi bassi istinti. Tutti gli ex colleghi, che facevano turni massacranti, di 14 o 16 ore, e che lo vedevano a braccia nude mentre operava con estrema lucidità e resistenza, senza mostrare il minimo segno di squilibrio, affermano il contrario, cioè che assolutamente non era un tossicodipendente. Ma la Procura di Viterbo sceglie di seguire la strada degli ex amici e le indagini vanno solo nel senso del suicidio a base di droga. Nel frattempo, la famiglia comincia a mettere insieme i pezzi mancanti. Una settimana dopo la morte di Attilio, la mamma, che si trova al cimitero, viene avvicinata dal padre del miglior amico di suo figlio che le chiede se Attilio non sia stato ucciso perché ha visitato Bernardo Provenzano. Siamo in un periodo in cui su Provenzano non vi è alcuna notizia. Nel 2005 scatta una grande operazione che smantella i fiancheggiatori di Provenzano e viene intercettato in carcere Ciccio Pastoia, boss di Belmonte Mezzagno, un paese vicino a Palermo, il quale parla di un urologo che avrebbe visitato Provenzano durante la latitanza""Nella vicenda Manca sono coinvolti mafia, massoneria, servizi segreti e vi è una serie di intercettazioni completamente ignorate dalla Procura di Viterbo. Oggi abbiamo un fascicolo aperto per omicidio alla Procura di Roma e, dall’altra parte, a Viterbo, un processo che si è chiuso per suicidio a base di droga nel quale è stata condannata una cinquantenne romana che avrebbe venduto le dosi di eroina. Questa donna era stata individuata subito, nel 2004, ma hanno aspettato dieci anni per rinviarla a giudizio perdendo quindi tutti gli anni migliori a livello investigativo. Il tutto è servito solo a fare un processo farsa dove era l’unica imputata e dal quale hanno escluso come parte civile la famiglia asserendo che non avesse subito danno dalla morte del proprio congiunto. Quando la Procura di Viterbo ha voluto spazzare via l’ipotesi Provenzano, ha chiesto alla squadra mobile di Viterbo di verificare la presenza di Attilio Manca nei giorni in cui Provenzano veniva operato in Francia: la risposta è che Attilio Manca era in servizio all’ospedale Belcolle di Viterbo. Tuttavia, un collega di Chi l’ha Visto ha scandagliato tutti i registri dell’ospedale e ha trovato che nel giorno in cui Provenzano veniva operato a Marsiglia, Attilio non era di turno a Viterbo. Il fascicolo a Roma è aperto contro ignoti da un anno ed è stata fatta una petizione che ha raggiunto più di 30.000 firme, tra le quali quelle di personaggi importantissimi del mondo dell’arte e della cultura, per chiedere a Roma di non archiviare il caso di Attilio Manca". 

A proposito del parallelismo tra la vicenda Regeni e quella di Manca, continua Baldo, "nel caso Regeni un minimo di attenzione mediatica c’è, invece per il caso Manca non vi è un grande interesse nazionale. Attilio è stato ucciso non solo per aver riconosciuto Provenzano dopo averlo curato, ma perché ha riconosciuto la rete di protezione istituzionale che ha protetto Provenzano per quarant’anni. Quindi, si è trattato di un omicidio preventivo, perché altrimenti significava tenere in vita un testimone. Per anni la famiglia di Attilio ha dovuto subire vessazioni, e lo ha fatto con grande dignità, sentendosi ripetere che il proprio figlio era un tossicodipendente". Il ruolo della società è pertanto importantissimo, "solo l’unione di tanta gente può aiutare queste famiglie, può fare da megafono alla loro richiesta di verità" e in questo si uniscono le storie di Attilio e di Giulio e la resistenza a sostegno di Nino Di Matteo.

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