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Politici e mafia: da Calogero Mannino a Subranni

mannino subrannidi Salvatore Petrotto e Salvo Vitale
Calogero Mannino, uno dei politici democristiani siciliani più in vista, assieme a Salvo Lima, partecipò il 10 ottobre del 1977 nella chiesa del SS Crocifisso di Siculiana, Agrigento, al matrimonio di Gerlando Caruana e Silvana Parisi, come compare di nozze. Gerlando è figlio di Leonardo, esponente di una potente famiglia mafiosa con diramazioni internazionali, dal Canadà al Venezuela, definito dai carabinieri, in un'informativa del 1974, "manovratore di killer" e sospettato di essere "interessato a un programmato e non attuato omicidio in persona del giudice istruttore del tribunale di Palermo, Rocco Chinnici".
Oltre al fatto che  il Mannino fosse testimone di nozze della figlia di un noto  mafioso, secondo i giudici palermitani su Mannino sono poi calate altre ben  più terribili e fitte ombre, al punto tale che gli hanno pure fatto scontare oltre tre anni di carcere per mafia: alla fine come in molte storie italiane, è stato assolto ma gli è stato negato il risarcimento come vittima della (mala) giustizia.
Non così per Salvo Lima, collega di partito, ucciso a Mondello nel marzo ’92, da un commando mafioso: la figlia è riuscita, infatti, ad ottenere invece, il più cospicuo risarcimento mai accordato ai familiari delle vittime della mafia, quasi due milioni di euro malgrado suo padre, sin dagli anni Settanta, in atti investigativi e giudiziari, fosse stato riconosciuto come il referente politico in Sicilia non solo di Giulio Andreotti ma anche di Cosa Nostra, Tale circostanza è stata peraltro confermata nel corso del processo sulla trattativa Stato-Mafia, in corso attualmente a Palermo, dalla stessa Susanna Lima, figlia dell’eurodeputato, che al momento della sua uccisione risultava incensurato. Per l'esattezza un milione e 815 mila euro, incassato grazie al Fondo di rotazione creato ai sensi della legge 512 del ‘99 a favore dei familiari delle vittime di mafia e terrorismo.
Incredibile ma vero: dal punto di vista esclusivamente formale tale risarcimento economico ha posto Lima sullo stesso piano di Falcone, Borsellino e di tutti gli altri servitori dello Stato caduti per mano mafiosa!

Mannino invece ha dovuto contentarsi di  aver salvato la pelle, ma a caro prezzo, inchinandosi  ai voleri di Cosa Nostra. Infatti dopo Lima le prossime vittime sacrificali avrebbero dovuto essere  state lui e Giulio Andreotti cioè i garanti di Cosa Nostra, coloro i quali  avevano assicurato, per decenni, l’impunità dei boss mafiosi, facendoli sistematicamente assolvere presso la Suprema Corte di Cassazione. Questo teorema trova una plausibile giustificazione, visto che l’allora ministro Calogero Mannino ed altri suoi colleghi di governo, attraverso i vertici delle Forze dell’Ordine, cercarono dei contatti con esponenti mafiosi, dopo l’uccisione di Salvo Lima.
Mannino fu intercettato mentre parlava con altri soggetti dei suoi interessamenti, per così dire politici, per fermare le stragi mafiose. Riina e Provenzano spostarono il tiro ed anziché proseguire con la mattanza dei politici, collusi od organici a Cosa Nostra, uccisero i giudici Falcone e Borsellino, ritenuti, a quel punto, i loro veri nemici. Il processo con al centro questi elementi di accusa a carico di Mannino è ancora in corso e  si attende, a questo punto, per il quattro novembre prossimo, la sentenza relativa allo stralcio che lo riguarda celebrato, per sua scelta, con il rito abbreviato. Il pm Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia, con Nino Di Matteo, alla fine delle requisitoria hanno chiesto nove anni di carcere per Mannino. Mannino è accusato del reato di minaccia a corpo politico dello Stato.
Secondo i pm, "non vi sono dubbi sulla comprovata responsabilità dell'imputato": Mannino sarebbe "istigatore e ispiratore principale del contatto tra Mori, De Donno, e Cosa nostra perché si riuscisse a evitare in qualche modo che la mafia lo ammazzasse". Ma evitare l'omicidio di Mannino, che temeva di essere ammazzato come Salvo Lima per non aver tenuto fede all'impegno di garantire i boss nel maxiprocesso, "non è l'unico fine della trattativa, sarebbe riduttivo, ma è certamente l'unico fine di Mannino", ha sostenuto il Pm, secondo cui l'ex ministro "rafforza con questo la determinazione di Mori, De Donno e Subranni a parlare con Riina".
Come si nota, tra gli esponenti dei vertici dell’Arma dei Carabinieri, ai quali si sarebbero rivolti alcuni ministri del Governo Nazionale in carica nel 1992, sotto inchiesta per mafia, ce ne è uno, Antonio Subranni, già capo dei ROS (Reparto Operativo Speciale) dei Carabinieri, l’elite della ‘Benemerita’ che, indirettamente, ha ancora le mani in pasta presso il Ministero dell’Interno.
Antonio Subranni, è sotto processo da Parte della Procura di Palermo per la trattativa stato-mafia in concorso con altri 11 imputati. La Procura ha anche riaperto il depistaggio delle indagini per la morte di Peppino Impastato (1978), il militante di Lotta Continua che sacrificò la propria vita nella denuncia, attraverso l'emittente radiofonica Radio Aut degli interessi e delle malefatte della cosca di Cinisi, il cui capo, Gaetano Badalamenti, è stato, anche lui, un grande amico di Andreotti.
Come tutti i bravi papà di un certo ruolo, Subranni ha sistemato bene i sui due figli: Danila Subranni è portavoce dell'agrigentino Angelino Alfano, da quando è ministro, prima della Giustizia ed ora dell’Interno. Veramente ammaliante è il profilo che traccia di lei il giornalista Mariano Maugeri, il 6 luglio 2011, sul giornale di Confindustria "Il sole 24 ore".
"L'angelina di Angelino, così come prescrive il manuale del perfetto portavoce, vive appiccicata al neo segretario politico del Popolo della libertà, nonché Guardasigilli. Di pedinamenti Danila Subranni se ne intende. Non c'è immagine televisiva degli ultimi tre anni che alle spalle del ministro non ritragga un segugio con i capelli biondi perennemente arruffati e lo sguardo severo di quei siciliani (è di Licata, in provincia di Agrigento) che sembrano avercela con il mondo intero. Una simbiosi scandita anche dai passi ormai perfettamente sincronizzati: Angelino Alfano avanti, sempre sorridente, mentre lei, imperturbabile, lo tallona. Sono cose che non s'imparano, che devi avere nel sangue. La fedeltà, il silenzio, persino l'andatura marziale di questa quarantenne, sono tutti tratti ereditari. Danila è figlia del generale dei carabinieri Antonio Subranni, capo dei Ros dal 1990 al 1993, un investigatore della benemerita che per quelle strane coincidenze del destino ha incrociato tre fatti cruciali della storia della mafia in Sicilia: nel '78, allora giovane maggiore a Palermo, svolge le indagini per l'omicidio di Peppino Impastato, il militante di estrema sinistra di Cinisi che si ribellò allo straporte mafioso di Tano Badalamenti. Fu Subranni, insieme con tutto lo staff investigativo, a propendere per la tesi, che poi rivelatasi totalmente infondata, secondo la quale Impastato fosse stato vittima di un attentato terroristico ordito da lui stesso. Nel '93, secondo i giudici della Corte d'assise di Firenze, Subranni, nella qualità di comandante dei Ros, fu informato dal colonnello Mario Mori, suo sottoposto, della trattativa instaurata con l'organizzazione mafiosa Cosa Nostra per il tramite di Vito Ciancimino; infine, colleziona un'indagine di favoreggiamento alla latitanza del boss Bernardo Provenzano, da cui è stato in parte scagionato (il Pm ha chiesto l'archiviazione). Danila, a differenza del padre, non è affatto allergica alla politica e ai politici. Confessa il generale nel corso di un'audizione della Commissione antimafia: «Vedo tanti nomi: Mancino, Rognoni, Martelli. Non li ho mai conosciuti. Sia chiaro: sono difettoso, sono deficiente per quanto riguarda le relazioni con gli uomini politici». 
Danila, invece, non è difettosa. Vuole fare la giornalista, ma bazzicando la redazione dei giornali palermitani intuisce che la politica, come la Sicilia per Goethe, è la chiave di tutto. I Ros, dopotutto, sono una nave scuola di trame, intrighi e trattative inconfessabili. Quasi come un partito della Seconda repubblica. Gli amici da quelle parti non mancano: l'assessore siciliano di Forza Italia Dore Misuraca, una volta fedelissimo di Alfano e ora transfuga con Micciché, la recluta come addetta stampa. È lì che Angelino scopre la sua angelina custode e guardaspalle. Un'attitudine che a via dell'Umiltà di sicuro tornerà comoda".
Una particolare menzione merita anche Ennio Subranni I'altro figlio  del generale, membro del R.O.C. (Reparto Operativo Centrale) che si occupa del reclutamento degli Agenti presso i Servizi Segreti. Tanto per essere in linea, per usare e non disperdere il patrimonio di conoscenze accumulato dal padre nei tanti anni alla guida del ROS.

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