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Pier Paolo Pasolini e Letizia Battaglia: galleria di un volto “strano”, di Angela Felice

pasolini-copyright-letizia-battaglia-3da centro studi pier paolo pasolini casarsa.it - 25 gennaio 2015
Sabato 31 gennaio 2015, alle ore 18, sarà inaugurata negli spazi del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia (Pn) la straordinaria mostra fotografica Pasolini alla casa della madre, con la presenza dell’autrice Letizia Battaglia, grande fotografa palermitana di appassionata umanità. Si tratta di una galleria di 18 ritratti del volto di Pasolini:primi piani che sono stati ritrovati da poco e che  furono “rubati” dalla reporter, allora alle prime armi, al Circolo Turati di Milano nel novembre 1972, quando il regista, reduce dalle riprese del film I racconti di Canterbury, fu invitato a dibattere sul tema“Libertà d’espressione tra repressione e pornografia”, insieme a  Morando Morandini, Giovanni Raboni, l’avvocato Marco Janni e Giancarlo Ferretti, che fungeva da moderatore. Al centro dell’attenzione fu però soprattutto lui, fatto oggetto anche di accanite accuse di disimpegno e di deviazionismo da parte dei giovani di sinistra del “Movimento”, attacchi a cui Pasolini rispose con la consueta mite fermezza.
Di quella incandescente atmosfera resta ora traccia in questa eccezionale documentazione fotografica, che dopo la mostra, per volontà della sua autrice, entrerà a far parte del già ricco archivio di immagini pasoliniane del Centro Studi casarsese. Dal catalogo, che correda l’esposizione, riportiamo qui lo scritto di Angela Felice, direttore del Centro e curatrice dell’iniziativa in collaborazione con Giovanna Calvenzi, MariaChiara Di Trapani e Carlo Madesani.  

 Un volto «strano»In margine alle fotografie di Letizia Battaglia

 di Angela Felice
dal catalogo Pasolini alla casa della madre
ed. Centro Studi Pier Paolo Pasolini_ Casarsa della Delizia, gennaio 2015

«Era un giovane di diciannove anni, con una giacca a doppio petto turchina, e una blusa bianca. Era di media statura, si muoveva e si comportava con eleganza da persona istruita, benché scherzasse quasi come un ragazzetto con i suoi compagni. I suoi capelli erano castani, ondulati, che, sotto la luce, avevano riflessi biondi e caldi; un viso strano, che, visto di fronte, era quasi bello, con negli occhi castani uno sguardo affettuoso e diretto; visto di scorcio, si trasformava, con quegli zigomi sporgenti e quel naso piccolo; assumeva un aspetto da Pirata o da Coolie, non so».

Chi scrive è Pier Paolo Pasolini in una pagina poco nota del racconto lungo Douce, steso nel 1947 e poi lasciato inedito, come tante altre prose del periodo friulano. Chi parla, nella finzione letteraria, è Angelo Dus, un ragazzo cui è messa in bocca la descrizione fisica dello sconosciuto poco più adulto di lui che lo ha avvicinato a una festa di paese e che, attirato dalla sua bellezza efebica, vorrebbe fargli il ritratto.
Parrebbe, ma non è così. La descrizione infatti è quella che l’elegante giovane sconosciuto –io narrante e protagonista del racconto, organizzato in forma di diario- immagina sia pensata dal “suo” Angelo e di fatto ha la valenza di un autoritratto, delegato a una terza e interposta persona. E’ un io che pensa a come gli altri lo vedono e nello stesso tempo a come vorrebbe essere visto dagli altri.
Un gioco di specchi e di doppi, dunque, che qui chiamano in causa –come si dice nello stesso testo- il nodo cruciale del «rapporto delle due durate così diverse fra loro quali sono la realtà e la sua rappresentazione». Quel problema è un’«angoscia» per lo scrittore Pasolini, che evidentemente si proietta nell’io fittizio del racconto, così come nei tanti altri personaggi delle pagine narrative progettate, in chiave larvatamente autobiografica, soprattutto nella stagione giovanile. Egli costruì allora una serie di innumerevoli alter ego in cui controfigurò la tensione a vedersi e conoscersi, a rompere il diaframma tra sé e le cose e così a impossessarsi del reale per il tramite della sua stessa corporeità. E’ il Narciso che si riconosce e si ama nel suo riflesso e che «scoprendo l’immagine di se stesso scopre se stesso oggettivamente e scopre la realtà oggettiva», come Pasolini scrisse ancora nel 1974 a proposito dei dipinti di Carlo Levi.

Da questa necessità, o da questa ossessione, derivò nello scrittore tentato dall’arte figurativa anche la pratica ricorrente del rappresentarsi sulla tela o sulla carta dipinta. Nelle sperimentazioni tecniche della giovinezza  l’autoritratto pittorico fu dapprima uno strumento narcisistico e in parte compiaciuto per la propria raffigurazione, ma poi, nella ripresa del 1965, alimentò uno studio più tormentato per l’affondo nella verità del proprio volto, disegnato per lo più frontalmente, emaciato, dalla barba trascurata e concentrato nell’intensità dello sguardo fisso che pare quasi guardare «in camera», come per una foto segnaletica o per un primo piano.

"Autoritratto". Dipinto di Pasolini

“Autoritratto” (1965). Dipinto di Pasolini

Un volto «strano», dunque, per tornare a dove siamo partiti, quando il giovane scrittore, ossessionato dall’identità, scrutava con acuta penetrazione la sua singolarità fisiognomica, cogliendola diversa a seconda del punto di vista, scissa tra una frontalità seducente e un profilo già presagito “corsaro”, metà aristocratica metà popolare, tanto velata di malinconia quanto indurita dalla tensione. Un volto da eterno ragazzo, anche quando con gli anni si coprì di rughe e di segni di sofferenza e si fece scavato e spigoloso.
Inevitabile che un simile enigma facciale abbia fatto la gioia dei fotografi, tantissimi e spesso grandi, che ne hanno voluto fissare le fattezze, convertendole nei tratti inconfondibili di un’icona del ‘900. Né lui, a sua volta, si è negato, anche alimentando la sua leggenda fotografica di “personaggio”, vuoi facendosi sorprendere al lavoro sul set dei suoi film o in varie occasioni ufficiali, vuoi mettendosi direttamente in posa nel privato, come - sono degli esempi - davanti alla macchina gentile di Mario Dondero o a quella di raggelata passione di Dino Pedriali. Gallerie e gallerie di immagini in cui, tranne le eccezioni (Pedriali, appunto, o Ugo Mulas), Pasolini pare offrirsi allo scatto con la consapevolezza dello schermo, della sua distanza e perciò con l’implicita richiesta di un contatto con l’altro che lo sta guardando. Come a dire: “ti dico chi sono guardandoti, ma voglio sapere chi sei tu, tu che mi guardi dietro l’obiettivo di vetro della macchina”. Così, almeno, nota Marco Belpoliti nel suo Pasolini in salsa piccante.
E’ dunque in campo un perenne gioco di specchi e riflessi? Un perenne allestimento di maschere in cui la verità incarnata dell’io continua a restare imprendibile? A maggior ragione spiccano allora le fotografie che Letizia Battaglia ha scattato a Milano nel novembre 1972 al volto di Pasolini durante un accalorato dibattito pubblico, anche contro di lui, e al quale lui, con la sua consueta mitezza coraggiosa, non si sottrasse. Sono foto eccezionali infatti, non solo perché «rubate» all’insaputa del fotografato, ma anche perché scattate dalla loro autrice con la generosa e incosciente spontaneità di chi si trova quasi «per caso» al momento giusto nel posto giusto. Vere, dunque?

Pasolini al Circolo Turati di Milano (novembre 1972). Foto di Letizia Battaglia, 1972

Pasolini al Circolo Turati di Milano (novembre 1972).
Foto di Letizia Battaglia

Nel clima incandescente e disordinato di quella occasione -anni caldissimi, si sa-, non si attivò alcuna complicità tra l’oggetto da fotografare e il soggetto che lo fotografava. Lui era impegnato ad argomentare le sue posizioni; lei era ancora una giovane giornalista-crisalide palermitana da cui dopo Milano, lasciata nel 1974, sarebbe uscita una straordinaria fotografa-farfalla, spinta dalla passione e dal dolore della militanza a fissare on the street immagini strazianti e lucide di morti ammazzati per mafia o splendidi ritratti femminili della sua terra magnifica.
Il reportage pasoliniano, intanto, era lì, chiuso in un cassetto che non attendeva altro se non di essere aperto. E ora, provvidenzialmente ripescato, a ripensare la storia umana e artistica di Letizia, ne pare quasi la premessa necessaria, come se lei avesse dovuto trovare il la per la sua forza da un maestro di coraggio e come se questo maestro non potesse essere che lui, Pasolini.
Il quale, in questi straordinari primi piani, nessuno da scartare, si offre con una gamma di sorprendenti variazioni espressive che vanno ben al di là dello stretto valore documentario e bloccano sul nascere anche ogni possibile raffronto con la formula della serialità nella ripresa di un unico soggetto secondo i moduli cari a Andy Warhol e alla Cultura Pop.
Pasolini è invece un volto «rubato» di umanità cangiante, ora combattivo, ora concentrato, ora in ascolto, ora vagamente assente, ora infastidito, ora disponibile, e mai sfiorato da un accenno di sorriso, nemmeno un’ombra. Volto «strano», tragico e bellissimo, appunto, per i frammenti di un autoritratto involontario che chissà quanto ci può avvicinare alla sua verità indifesa, mentre intanto il suo enigma continua a sedurci e a interrogarci.

Le citazioni nel testo provengono da P.P.Pasolini, Douce (1947), in Romanzi e racconti (1946-1961), a cura di W. Siti e S. De Laude, “Meridiani” Mondadori, Milano 1998, p. 178 e 183; P.P.Pasolini, [La pittura di Carlo Levi] (1974), in Saggi sulla letteratura e sull’arte, II, a cura di W. Siti e S. De Laude, “Meridiani”Mondadori, Milano 1999, pp. 2647-2651; M. Belpoliti, Pasolini in salsa piccante, Guanda, Parma 2010, p.114.

Ritratto di Letizia Battaglia

La fotografa Letizia Battaglia

Tratto da: centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it

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