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Di la tua | AntimafiaDuemila

''Questa non è vita'', la storia dell'imprenditore sotto scorta per le bombe della mafia

di AMDuemila
Tre attentati in pochi mesi: "Viviamo con l'angoscia"

"La mia, come quella della mia famiglia, non è più una vita. Io vivo in quarantena dalla prima bomba, da quel 16 gennaio. Ormai non possiamo più programmare le nostre vite". Sono parole forti quelle di Luca Vigilante (38 anni), l'amministratore de "Il sorriso di Stefano", il centro sociale polivalente di via Acquaviva a Foggia oggetto di attentato qualche giorno fa.
Nelle prime ore del pomeriggio del primo aprile scorso un uomo incappucciato è stato ripreso dalle telecamere mentre piazzava un ordigno davanti alla saracinesca dei locali della struttura sanitaria che poi esplose. Un attentato, questo, seguito ad un altro avvenuto a inizio gennaio ai danni, questa volta, dell'automobile del fratello di Luca, Cristian, anche lui impegnato nella struttura sanitaria. Una situazione invivibile. La famiglia Vigilante oggi è sotto scorta ma nonostante questo le intimidazioni non cessano.
"Come si vive dopo tre attentati? Non si vive. Al massimo si sopravvive. - ha detto Luca Vigilante all'agenzia AGI - Noi dal 16 gennaio viviamo con la scorta e può comprendere benissimo che la nostra non è vita. Non solo per me, mia moglie e i miei figli. Ma anche per i nostri amici e per le altre persone che conosciamo. Quando vado da qualche parte mi rendo conto che molta gente mi vuole bene ma comprendo anche il loro timore. Sono una persona, dopo tutto quello che ci è accaduto, che porta paura. Per questo - ha spiegato - evitiamo, per rispetto dei miei concittadini, di andare da altre parti. Pensi che anche le baby-sitter, per paura, sono andate via. Ma le comprendo". Luca e il suocero Paolo Telesforo sono parti offese nel processo denominato "Decima Azione": gli imputati sono diversi esponenti della criminalità accusati di estorsioni e tentate estorsioni a commercianti e imprenditori di Foggia. Cristian Vigilante, invece, è testimone del tentativo di estorsione da parte di due presunti affiliati al clan Moretti. Una vicenda che rientra sempre nel processo "Decima Azione". Nel corso dell'intervista Luca Vigilante (in foto) ha ricordato il momento in cui è scoppiata l'ultima bomba. "Ero a casa con mia moglie. Avevo preso un piccolo momento di pausa dal lavoro e lo stavo passando con la mia famiglia. Appena ho sentito il boato ho visto mia moglie e ho detto 'è da noi'. Poi sono iniziati a squillare i telefoni e ho avuto la conferma". E sulla possibilità che l'attentato sia dovuto al processo "Decima Azione" Violante ha detto che anche se in "molti dalla prima bomba hanno pensato al movente legato al processo" questa ipotesi "è andata scemando" fino a "escluderlo quasi sicuramente" dopo "l'attentato del primo aprile". "Di certo è - ha aggiunto - che questi attentati sono legati alla nostra attività professionale. Io personalmente sono un figlio di questa terra. Il mio passato è molto limpido, mi conoscono tutti. Sono stato impegnato nel mondo dell'associazionismo cattolico, nello sport (è stato anche giocatore di basket di serie B nazionale, ndr). Tutto - ha continuato Vigilante - è legato alla nostra attività professionale, anche se non riusciamo a capire in che modo questi attentati siano legati a noi". Vigilante ha concluso l'intervista parlando della paura. "Se ho paura? Come non si fa a non averne. Ormai viviamo con l'angoscia che ogni boato sia una bomba, un attentato contro di noi. Non le nascondo che a volte quando esco per lavoro ho timore che possa accadere qualcosa. Non sappiamo fino a dove questa gente vuole spingersi". In tutta questa difficile situazione il futuro del centro sociale non può che essere incerto. "Il giorno dell'attentato qualche residente ci ha gridato di chiudere - ha ricordato Vigilante - perché era stanco di vivere nella paura. Ora le dico che aveva ragione. Da una parte c'è la voglia di andare avanti perché una rinuncia può rappresentare una sconfitta. Per tutti. Ma devo anche considerare che non posso mettere a repentaglio i singoli cittadini. Stiamo facendo un'analisi per capire cosa fare. Magari potremo mettere un presidio armato davanti a quella struttura in via Acquaviva. Ma, come detto, sto valutando quale sia la cosa migliore da fare. Non posso - ha concluso - mettere a repentaglio la vita di altre persone".

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