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Di la tua | AntimafiaDuemila

Quando il cuore ''culturale'' di quest’isola fa la differenza

di Luciano Armeli Iapichino
La lezione del poeta Nino Ferraù e del maestro Calogero Giallanza

In questi ultimi tempi tra macerie e moribonde risurrezioni politico-istituzionali, paventate derive discriminatorie, insulti social e sui moli, elettori autoflagellanti dentro le urne, ecatombe culturali e “umane”, sondaggi (Il Sole 24Ore) che relegano l’isola con riferimento all’offerta culturale in posizioni di coda, raccontare storie che vanno in controtendenza, sgomitando tra pagine di cronaca nera, nerissima e corrottissima può fungere da speranza, stimolo e nutrimento… dello spirito. E sì, perché la Sicilia, la sua anima storico-sociale, la stragrande maggioranza della sua gente, è costituita da “terroni”, per utilizzare l’imbarazzante “levatura” professionale del piccolo Feltri, che amano sì la loro terra ma intesa come sogno, arte, puntellata di simboli culturali che duemila anni di crocevia di popoli hanno costruito con ingegno e fede; che hanno il DNA dell’accoglienza, della laboriosità, della creatività, della sensibilità verso il bello, il tramonto, il sublime dinamico e non certo quello delle chiusure, dei confini, dei pieni poteri.
ferrau dechiricoUn’altra storia, insomma, come quella dell’artista, il maestro flautista Calogero Giallanza (in foto in alto), figlio dei Nebrodi, appena insignito dal Presidente Sergio Mattarella dell’Onorificenza di Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana perché “in questo tempo di guerre, di stragi, di interessi inconfessabili e di fanatismi assurdi, la sua opera e il suo impegno civile e sociale, rappresentano uno straordinario messaggio di pace e di fratellanza”. Fanatismi assurdi. Quelli che arretrano la civiltà ai primordi della civiltà e non è un gioco di parole purtroppo, ma la concreta fotografia di uno smarrimento dell’uomo moderno nelle nebbie del nihilismo valoriale.
È come se la storia fosse stata ripudiata e la geografia cancellata. Soprattutto quella del Mediterraneo, della civiltà unica del Mediterraneo che il maestro Giallanza, in giro per il mondo a musicare la sua sicilitudine, recupera e decanta dalla polvere della sottocultura dilagante nel suo ultimo lavoro in fase di pubblicazione The dream of Ibn Hamdis, proprio sul solco di quella tradizione inaugurata da Ibn Hamdis, poeta arabo-siculo del XII sec., in collaborazione con artisti della sponda africana del Mediterraneo. Le melodie del mare e dell’abbraccio tra i popoli che la storia ha fuso in un unico bacino geografico contrapposti all’urlo fuori contesto, antistorico, fanatico, estremo, di moderni “barbari” privi di DNA isolano e che tentano di strumentalizzare alle nostre latitudini i concetti di “diverso”, “immigrazione”, “clandestino”.
E ad artisti di oggi, in questa Sicilia perbene martoriata nell’anima, fanno eco artisti del passato: è il caso dell’aedo di Galati Mamertino (Me), Nino Ferraù. E qui si apre un’altra storia, tutta siciliana anch’essa, forse sconosciuta ai tempi del post villaggio globale e in tempi di mojito.
Ferraù, fondatore di una corrente letteraria nota con il nome di Ascendentismo, fu un poeta che ha urlato, a partire dal secondo dopoguerra e oltre i confini nazionali, non solo la bellezza della sua isola ma l’inquietudine e il disorientamento dell’intellettuale dinanzi ai misfatti e del proprio tempo, da Hiroshima alla strage di Bologna, al caso inquietante del piccolo Alfredino Rampi.
ferrau veglia quasimodoIl poeta galatese, amico di Salvatore Quasimodo, Cesare Pavese, Francesco Sapori, di papa Pio XII e apprezzato da Giorgio De Chirico, da Benedetto Croce, dal Nobel norvegese Hamsun, da Vincenzo Consolo, da Giuseppe Saragat, dai Ranieri di Monaco, alla Biennale di Venezia, dal mondo accademico, rimane nel cuore di tutti i siciliani e non solo che vivono la sua dimensione poetica come spazio rivitalizzante dell’anima, come fune salvavita nella fitta giungla del nulla, come arteria che continua a veicolare, nonostante tutto, ossigeno da un cuore malato.
E sì, perché il cuore pulsante di quest’isola è e rimarrà sempre un cuore culturale, di apertura, di poesia e di note musicali che si elevano oltre gli steccati invalidanti e i limiti culturali di moderni barbari. Che pur ci sono!
La cultura apre. La lettura eleva. La Storia insegna. Le urla, di contro, declassano, nebulizzano, ubriacano di nulla e sfracellano.
Questa la lezione di Nino Ferraù; questo il messaggio del maestro Calogero Giallanza. Con buona pace di Feltri. Il giornalista.

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