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Di la tua | AntimafiaDuemila

AEMILIA: una terra che ha bisogno di anticorpi

processo aemiliadi Sara Donatelli
Il 28 ottobre ha avuto inizio il processo Aemilia, il primo maxiprocesso in Emilia Romagna contro la ‘ndrangheta. Frutto di un lavoro estenuante di inquirenti ed investigatori, risulta essere la conseguenza di anni ed anni di indagini ed inchieste che hanno da sempre avuto l’obiettivo di smascherare boss, fiancheggiatori ed affiliati della ‘ndrangheta che da più di 30 anni si è perfettamente adeguata al clima emiliano, infiltrandosi non solo nel campo economico, ma anche politico e sociale. Nel gennaio 2015, mese in cui vengono arrestati 117 soggetti nell’ambito dell’inchiesta Aemilia, il Procuratore Nazionale Antimafia Roberti parla di “un’operazione storica e senza precedenti”. Ma chi sono le personalità coinvolte in questa maxi-inchiesta ed in questo maxiprocesso? Di cosa sono accusate? Partiremo dall’inizio, dagli anni '80, e passo dopo passo proveremo a comprendere cosa ha portato gli inquirenti ad arrestare imprenditori, poliziotti, ex carabinieri collusi, giornalisti. Persone che hanno costruito rapporti basati su ricatti, accordi sottobanco, affari loschi e speculazioni. Gare di appalto truccate, corruzione, tangenti: sono queste le parole chiave dalle quali partire per ricostruire le modalità attraverso le quali queste personalità hanno tentato in tutti i modi di mettere le mani in tutto ciò che potesse in qualche modo generare denaro. E il denaro genera potere. Il potere genera rispetto. Il rispetto genera protezione. Cambia lo scenario geografico e politico, cambiano i protagonisti e le storie. Ma il modus operandi si conferma lo stesso della Sicilia degli anni '80. Abbandoniamo definitivamente l’immagine del mafioso siciliano analfabeta, con coppola e lupara. Scopriamo nella penombra i colletti bianchi, gli imprenditori e i politici che in questi anni hanno abusato della propria posizione per favorire l’organizzazione mafiosa. Soldi, soldi e ancora soldi. Case distrutte e vite spezzate dal terribile terremoto che nel 2012 colpì l’Emilia Romagna da un lato. Risate al telefono dall’altro. Scuole con bambini da una parte. Amianto sotto terra dall’altro. Non siamo in Sicilia, né in Calabria. E non siamo negli anni '80 o negli anni delle stragi. Siamo nel 2015. Siamo in Emilia Romagna.


I DRAGONE ARRIVANO IN EMILIA ROMAGNA
Il 14 maggio 1982 il Tribunale di Catanzaro sottopone Antonio Dragone (capo della locale di Cutro) alla misura di soggiorno con obbligo di dimora nel comune di Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia. Tale misura avrà una durata di due anni. Dragone giunge nella nuova località dopo pochissime settimane, esattamente il 9 giugno. Leggendo una Nota della Questura di Reggio Emilia, datata 12 febbraio 1983, è possibile constatare come il Dragone fa affluire nel reggiano e dintorni non solo i familiari più stretti, ma anche e soprattutto i cosiddetti “fedelissimi” ed insieme si dedicano ad attività criminali come traffico di stupefacenti, estorsioni, controllo degli appalti edili. Un dato di fondamentale importanza per comprendere il modus operandi di tali criminali, è dato dal fatto che in questa prima fase le vittime sono tutte originarie del crotonese. La motivazione è molto semplice: sono le uniche che possono realmente rendersi conto della volontà intimidatoria di questo gruppo mafioso e si rivelano dunque maggiormente consapevoli dei rischi che correrebbero se, anziché pagare, denunciassero i propri estorsori. Antonio Dragone viene però arrestato, e il potere passa nelle mani di Raffaele, il nipote, che in pochissimo tempo inizia a tessere rapporti e legami anche con personalità “insospettabili”. Uno di questi è Renato Cavazzuti, già direttore delle filiali della Cassa di Risparmio di Modena, Montale Rangone e Prignano sulla Secchia. Insieme gestiranno un vastissimo traffico di eroina, terminando i loro affari però nel 1993, anno in cui entrambi vengono arrestati. Nei primi anni '90 inoltre, assistiamo ad una serie di omicidi come quello di Nicola Vasapollo e di Giuseppe Ruggiero. Il primo muore a Reggio Emilia il 21 settembre 1992, il secondo invece viene ucciso a Brescello appena un mese dopo, il 22 ottobre.


CAMBIO DI GUARDIA
Cosa sta accadendo? Con l’arresto di Antonio Dragone prima, e del nipote Raffaele poi, il clan si indebolisce notevolmente. Questo comporterà l’ascesa di vari personaggi, che fino a questo momento hanno svolto ruoli secondari. Uno di questi è soprannominato “mano di gomma”: stiamo parlando di Nicolino Grande Aracri il quale prenderà definitivamente le redini dell’organizzazione attraverso due passaggi fondamentali: l’uccisione di Raffele Dragone (31 agosto 1999) e la morte di Antonio Dragone (10 maggio 2004). Avendo dunque campo libero, Grande Aracri provvederà prima a consolidare il proprio potere a Cutro, e solo successivamente (grazie anche alla collaborazione di sette fratelli che nel frattempo si sono trasferiti, con le rispettive famiglie, proprio a Reggio Emilia e provincia), assumerà un ruolo di spicco anche al nord. Questo passaggio di potere, però, non è affatto semplice. Molti uomini infatti continuano a mostrarsi “fedeli” alla vecchia guardia (quella dei Dragone), ma Grande Aracri si mostra molto abile nell’approfittare dell’assenza, dovuta alla reclusione, dei Dragone per assumere sempre più potere, soprattutto nel traffico degli stupefacenti in Emilia Romagna e Lombardia. Di tutto questo ne parla anche il collaboratore di giustizia Vittorio Foschini:
P.M.: Ad un certo punto lei sa, e per quali ragioni, se ci furono degli screzi tra Dragone e “mano di gomma”, e come cambiò il suo commercio in relazione a questo fatto?
FOSCHINI: Già prima dell’omicidio si parlava delle riunioni di ‘ndrangheta che man ‘e gomma non voleva dare più conto ad Antonio Dragone, diceva “Io sono un killer, io ci sto facendo il nome ai Dragone, io sto ammazzando la gente per i Dragone però loro si prendono i soldi ed io no. A questo punto mi sono stancato; la famiglia me la alzo io, non do più conto ai Dragone” e quella volta lì si è passata la novità diciamo. Noi lo conoscevamo come capo non più Antonio Dragone, la famiglia Dragone, ma Nicolino “mano ‘e gomma”.


LOTTA PER IL POTERE
Come detto prima, questo cambio di guardia causa molto scompiglio all’interno dell’organizzazione criminale. In particolar modo, in seguito all’operazione SCACCO MATTO, Grande Aracri viene arrestato e per tali motivazioni vengono nominati nuovi referenti incaricati di trasmettere agli affiliati liberi le direttive di “mano di gomma” dal carcere. In questo scenario emergono nuove personalità, come ad esempio Nicolino Sarcone e Francesco Grande Aracri (fratello di Nicolino). La lotta per il potere si fa sempre più accentuata proprio quando Antonio Dragone esce dal carcere (4 novembre 2003). Il vecchio boss non solo vuole riprendersi ciò che Grande Aracri gli ha tolto, ma vuole anche vendicare la morte dei propri uomini di fiducia. Per fare questo si rivolge agli Arena (famiglia di Isola Capo Rizzuto) i quali da tempo sono in fortissimo contrasto con i Nicoscia (alleati con i Grande Aracri). Ecco qui, dunque, le due fazioni: da un lato i Dragone che vogliono tornare alla ribalta, appoggiati dagli Arena; dall’altro lato i Grandi Aracri, supportati dai Nicoscia. La lunga scia di sangue scaturita da questa contrapposizione termina, come detto, il 10 maggio 2004, con la morte di Antonio Dragone. Grande Aracri diventa definitivamente il capo indiscusso sia in Calabria che in Emilia Romagna.


INDAGINE “GRANDE DRAGO”
Per comprendere l’ascesa di Grande Aracri è necessario ripercorrere i punti salienti delle varie indagini condotte soprattutto nei primi anni 2000. Partiamo dall’indagine GRANDE DRAGO, un’indagine piacentina scaturita dall’operazione SCACCO MATTO della Procura della Repubblica-DDA di Catanzaro, la quale dal gennaio al dicembre 2000 indaga appunto sul clan Grande Aracri. Nel novembre del 2002 viene eseguita l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP del Tribunale di Bologna, nei confronti di 28 persone ritenute responsabili di una vera e propria associazione di stampo mafioso, operante nel territorio piacentino, cremonese ed emiliano. Vengono arrestati, tra gli altri: Nicolino Grande Aracri (considerato il capo dell’organizzazione), Francesco Lamanna (uomo di fiducia e strettissimo collaboratore di Nicolino Grande Aracri), Antonio e Andrea Villirillo, Alfonso Mesoraca, Carmine e Gennaro Pascale, Antonio Vito Floro, Gianluca Amato, Antonio Esposito, Michele Messina, Giuliano De Santis, Carmine Megna Oliverio, Giovanni Mancuso. Il tutto però viene annullato per una “carenza motivazionale” e gli indagati vengono rimessi in libertà. Nonostante questo, però, l’indagine fa comunque emergere tutta la potenzialità criminale della cellula operante nei territori piacentini e cremonesi (ma strettamente collegata alla cosca cutrese dei Grande Aracri), capeggiata da Francesco Lamanna e Antonio Villirillo e coinvolta nel traffico di stupefacenti e nel commercio di armi provenienti dall’estero.


I PROCESSI
Il Tribunale di Piacenza condanna, l’8 luglio 2004, Francesco Lamanna, Antonio Villirillo e Carmine Pascale per il reato di estorsione ma gli elementi non vengono ritenuti sufficienti per affermare l’utilizzo del metodo mafioso. Questa sentenza viene confermata il 17 giugno 2005 dalla Corte di Appello di Bologna e diventa irrevocabile il 12 luglio 2006. Solo successivamente (il 18 dicembre 2008) il Tribunale di Piacenza condannerà Francesco Lamanna, Antonio Villirillo Alfonso Mesoraca anche per il reato di partecipazione all’organizzazione mafiosa. La sentenza viene confermata il 21 giugno 2011 e diventa irrevocabile il 22 maggio 2014. Il 25 maggio 2006 invece il GUP del Tribunale di Bologna evidenzia la presenza di un’organizzazione mafiosa, composta da persone di origine calabrese, collegata con l’omonima cosca operante a Cutro capeggiata da Nicolino Grande Aracri. Gli imputati sono: Antonio Esposito, Michele Messina, Giuliano De Santis, Giovanni Mancuso, Antonio Meloni. A costoro viene contestata la partecipazione ad un’associazione a delinquere di stampo mafioso, aggravata dall’uso delle armi e dal numero dei partecipanti, finalizzata ad acquisire la gestione delle attività economiche ed il controllo del territorio commettendo delitti di estorsione, di illecita detenzione e vendita di sostanze stupefacenti, di illegale detenzione e porto di armi comuni da sparo o di guerra. La Prima Sezione Penale della Corte di Appello di Bologna, con una sentenza del 25 novembre 2010 assolve Giovanni Mancuso dal reato di associazione mafiosa per non aver commesso il fatto, confermando però le condanne nei confronti di Antonio Esposito, Michele Messina e Giuliano De Santis. La sentenza nei confronti di Mancuso e Meloni diviene irrevocabile nell’aprile del 2011. La sentenza nei confronti di Esposito, Messina e De Santis diventa irrevocabile l’11 luglio 2012.


L’INDAGINE EDILPIOVRA
L’operazione Edilpiovra consente alla DDA di Bologna di disvelare l’esistenza di un gruppo di ‘ndranghetisti operante nella provincia di Reggio Emilia. Il gruppo criminale si proponeva, sotto il controllo di Nicolino Grande Aracri, di infiltrarsi illecitamente nel tessuto economico e di raccogliere denaro tra gli imprenditori calabresi del settore edile. L’associazione, infatti, conseguiva vantaggi e profitti tramite estorsioni nei confronti di imprenditori e gestori di pubblici e privati esercizi, nonché mediante l’organizzazione di una serie di attività di fatturazione per operazioni inesistenti, nei confronti di imprenditori (prevalentemente edili). L’inchiesta fotografa perfettamente le attività illecite gestite dagli indagati e fa emergere la figura di Francesco Grande Aracri (fratello di Nicolino), residente a Brescello, il quale svolge un ruolo importantissimo sul territorio emiliano per conto del sodalizio mafioso. Il 27 giugno 2012 la Corte d’Appello di Bologna, in sede di rinvio, giudica Antonio Grande Aracri (condannato a quattro anni di reclusione), Marcello Muto e Vincenzo Niutta (condannati a sei mesi di reclusione) colpevoli del delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso, confermando la sussistenza dell’organizzazione operante a Reggio Emilia. La Corte riconosce dunque l’esistenza di un’autonoma organizzazione di stampo mafioso operante nella provincia di Reggio Emilia diretta dai fratelli Antonio e Francesco Grande Aracri, e alla quale prendono parte Nicolino Sarcone, Vincenzo Niutta e Marcello Muto. Questa sentenza diventa irrevocabile l’8 aprile 2014.


L’INDAGINE “GRANDE DRAGO 2”
Questa indagine è importante in quanto mette in risalto le relazioni tra appartenenti alla cosca e gli imprenditori cutresi operanti sul territorio reggiano. L’indagine viene trasmessa per competenza alla DDA di Catanzaro ed inquadra l’ultima fase di attività di Antonio Dragone. Dopo la remissione in libertà tenta infatti, con l’aiuto di fedelissimi (tra cui il nipote Raffaele) di riprendere il potere attuando un’attività di carattere estorsivo attraverso lo schermo dell’Artemide Srl. Le vittime sono tutte imprenditori cutresi, residenti però nel reggiano. Questi vengono obbligati o al pagamento di denaro o a cessioni in subappalto di lavori all’Artemide Srl.


L’INDAGINE “PANDORA”
Questa indagine, affidata anch’essa alla DDA di Catanzaro, riguarda personaggi appartenenti alle famiglie Grande Aracri, Nicoscia, Capicchiano, Russelli (da un lato) e Arena, Trapasso, Dragone, Megna (dall’altro). L’attività investigativa ha inizio con l’omicidio di Pasquale Tipaldi (24 dicembre 2005, Isola di Capo Rizzuto). Questa uccisione consente di smascherare tutta una serie di attività criminali poste in essere dall’associazione di tipo ‘ndranghetistico chiamata Nicoscia. Tale cosca è in fortissima contrapposizione (anche armata) con un’altra cosca, quella degli Arena. Entrambe operano nel territorio di Isola di Capo Rizzuto ma per lunghi anni, almeno fino agli inizi del 2000, hanno sempre operato come un’unica realtà criminale. Questo duro scontro però, paradossalmente, non viene registrato al nord dove non vengono infatti rilevati fatti sanguinosi eclatanti. Nel 2006 infatti le due cosche (Grande Aracri-Nicoscia da un lato, Arena dall’altro) hanno avviato delle vere e proprie trattative per mettere da parte i vecchi “screzi” e concentrarsi sugli affari, soprattutto a Reggio Emilia e provincia. Questo riavvicinamento porta addirittura la Procura di Catanzaro a sostenere l’esistenza di una nuova cosca riunita. Quella degli Arena-Nicoscia. Perché queste trattative al nord? Qui, al contrario della zona cutrese, gli affari non si sono mai arrestati, neppure nei momenti più cruenti della guerra tra i due clan. Anche qui è importante soffermarsi sull’atteggiamento degli imprenditori estorti: essi diventano dei veri e propri finanziatori delle cosche e questo atteggiamento emerge soprattutto dal rifiuto di rivolgersi all’autorità giudiziaria. Ecco che avviene dunque una sorta di “metamorfosi”: gli imprenditori, da oppressi, diventano complici. Tuttavia non sempre è stato possibile formulare specifici capi d’imputazione, non essendo del tutto chiaro se le erogazioni di denaro fossero state la conseguenza di un’azione intimidatoria o il frutto di una libera scelta. La possibilità di contestare ad appartenenti delle cosche Nicoscia e Arena di Isola di Capo Rizzuto un’attività estorsiva nei confronti degli imprenditori Giuseppe Giglio e Palmo Vertinelli si presenta grazie anche alle dichiarazioni del collaboratore Angelo Salvatore Cortese, il quale chiarisce che il denaro richiesto agli imprenditori sia da ricondursi ad una vera e propria attività estorsiva. Il 16 novembre 2009 il GIP presso il Tribunale di Catanzaro emette un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di più dieci persone, tra cui Nicolino Grande Aracri, Fabrizio Arena, Salvatore e Antonio Nicoscia. Il 1° luglio 2011 il GUP presso il Tribunale di Catanzaro rileva che le dichiarazioni di Giglio, sentito durante il processo, costituiscono (insieme agli esiti delle intercettazioni ed alle dichiarazioni di Cortese) “un quadro probatorio univoco in ordine alla penale responsabilità di Salvatore e Antonio Nicoscia e Michele Pugliese”.


INCHIESTA AEMILIA: IL MAXI-BLITZ DEL 28 GENNAIO 2015
Il 28 gennaio 2015 il GIP di Bologna, Alberto Ziroldi, firma l’atto attraverso il quale vengono convalidati gli arresti per 117 persone. Più di 200 gli indagati, 189 i capi di imputazione, 1301 le pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, 3 le procure interessate (Bologna, Brescia e Catanzaro). L’operazione vede impegnati i carabinieri del comando provinciale di Modena, insieme a quelli di Parma, Piacenza e Reggio Emilia e la Dia regionale. Contemporaneamente, i militari dei comandi provinciali di Crotone e Mantova, nelle rispettive province e in quelle di Cremona e Verona, eseguono decreti di fermo emessi dalle Direzioni distrettuali antimafia di Catanzaro e Brescia nei confronti di 46 soggetti.


LEGGENDO L’ORDINANZA
“E’ il risultato finale di una lunga e complessa indagine della DDA di Bologna, in collaborazione con quella di Catanzaro, che inquadra l’attività criminosa della ‘ndrangheta in Emilia Romagna”. Scrive così il GIP di Bologna, Alberto Ziroldi, nell’ordinanza di applicazione di misure cautelari coercitive. “L’attività investigativa (e la presente domanda cautelare) delinea un quadro che descrive l’evoluzione del fenomeno criminale ed il passaggio dalla realtà crotonese a quella emiliana. Ma soprattutto la metamorfosi, per adattamento, della ‘ndrangheta nella ricca realtà emiliana. Le fonti di prova sono costituite dalla viva voce dei protagonisti captata dall’attività di intercettazione e dalle acquisizioni documentali. Le voci dei collaboratori di giustizia hanno fornito, invece, indicazioni di estremo rilievo per la precomprensione dell’evoluzione del fenomeno, descrivendo il passaggio dalla realtà cutrese a quella emiliana, l’affermarsi progressivo del boss Nicolino Grande Aracri, incontrastato capo della omonima cosca e punto di riferimento della cellula ‘ndranghetista emiliana”.


REATI CONTESTATI
Tantissimi i capi di accusa: omicidio, estorsione, reimpiego di capitali di illecita provenienza, riciclaggio, usura, emissione di fatture per operazioni inesistenti, trasferimento fraudolento di valori, porto e detenzione illegali di armi da fuoco. L’inchiesta Aemilia contesta, inoltre, a ben 54 persone l'associazione a delinquere di tipo mafioso. Essa svela dunque un’organizzazione criminale, finalizzata ad acquisire direttamente o indirettamente la gestione e il controllo di attività economiche, ad acquisire appalti pubblici e privati, ed ostacolare il libero esercizio del voto. Viene alla luce un vero e proprio  sodalizio legato alla Cosca Grande Aracri di Cutro (Crotone) operante dal 2004, con epicentro a Reggio Emilia.


I PROTAGONISTI
Vengono individuati sei capi promotori, ognuno dei quali con una zona di competenza. Nicolino Sarcone (già colpito nel settembre 2014 insieme ai fratelli Giuseppe, Gianluigi e Carmine da un sequestro preventivo di beni da oltre 5 milioni di euro su iniziativa dei carabinieri e della DDA); Michele Bolognino; Alfonso Diletto (per il quale la procura di Reggio Emilia aveva già chiesto la sorveglianza speciale); Francesco Lamanna; Antonio Gualtieri e Romolo Villirillo. Vengono poi individuate altre figure che sono strettamente legate ai capi: Giuseppe Giglio e Salvatore Cappa (legati a Bolognino); Gaetano Blasco e Antonio Valerio (legati a  Nicolino Sarcone). Segue una lunghissima lista di nomi, alcuni di essi sono ben noti all’opinione pubblica. L’imprenditore edile Giuseppe Iaquinta di Reggiolo, padre dell’ex calciatore azzurro Vincenzo (già finito nell’occhio del ciclone per le interdittive firmate dall’ex prefetto di Reggio Antonella De Miro, che denunciava le sue frequentazioni). Così come è noto il nome di Pasquale Brescia: titolare del locale di Gaida “Antichi sapori”, finito al centro della cronaca per aver ospitato una cena di imprenditori edili cutresi “preoccupati” dalla serie di interdittive antimafia emesse dal prefetto De Miro. A quel tavolo era presente (oltre a Nicolino Sarcone e i fratelli) anche Giuseppe Pagliani (anche lui arrestato nel blitz del 28 gennaio). Ciò che più colpisce di questa prima tranche di arresti (ne seguirà un’altra a luglio) è sicuramente il coinvolgimento di alcuni membri delle forze dell’ordine che hanno favorito l’organizzazione criminale. Tra questi compare il nome del poliziotto Domenico Mesiano, originario di Catanzaro, a lungo autista dell’ex questore di Reggio Domenico Savi.


AEMILIA 2: 16 LUGLIO 2015
Questo secondo giro di arresti va a colpire invece la ‘ndrangheta imprenditrice. Nove le persone coinvolte, insospettabili colletti bianchi funzionali all’intera organizzazione mafiosa. Ad eseguire i fermi, all’alba del 16 luglio, sono stati 300 agenti (Raggruppamento Operativo Speciale, i carabinieri di Modena, insieme ai colleghi di Parma e di Reggio Emilia) supportati anche da elicotteri ed unità cinofile. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa ancora una volta dal GIP Alberto Ziroldi, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna. Il capitale sequestrato ammonta a 330 milioni (tra società, beni e attività commerciali). I soggetti arrestati sono considerati come appartenenti o “fiancheggiatori” della ‘ndrangheta emiliana. Stiamo parlando del “secondo livello” dell’operazione Aemilia che va a colpire quell'organizzazione che tra la Calabria e l'Emilia Romagna era finalizzata, per la Procura, a commettere diversi delitti, estorsioni, usure, e ad acquisire direttamente o indirettamente la gestione e il controllo di attività economiche. Un'organizzazione molto attiva anche nei lavori per il sisma del 2012 ed in alcune elezioni politiche. Questi provvedimenti sono la conseguenza di un’articolata attività investigativa, coordinata dal Procuratore Capo Roberto Alfonso e dai Sostituti Marco Mescolini e Beatrice Ronchi. In questo caso il GIP dispone la custodia cautelare in carcere per Nicolino Grande Aracri, Alfonso Diletto, Michele Bolognino e Giovanni Vecchi. Arresti domiciliari per Domenico Bolognino, Jessica Diletto, Francesco Spagnolo, Patrizia Patricelli e Ibrahim Ahmed Abdelgawad. Tutti indagati per trasferimento fraudolento di valori, con l'aggravante di aver agito per agevolare l'attività dell'associazione mafiosa. Alfonso Diletto, Giovanni Vecchi e Patrizia Patricelli rispondono anche di impiego di denaro, beni o utilità di illecita provenienza, con la stessa aggravante.


FIRMATE LE RICHIESTE DI RINVIO A GIUDIZIO: 26 agosto
Il 26 agosto i PM della DDA di Bologna firmano 219 richieste di rinvio a giudizio per i soggetti coinvolti nell’inchiesta Aemilia. Rispetto agli avvisi di fine indagini di giugno vengono  stralciate cinque posizioni, per un vizio di notifica. Le richieste vengono firmate dai Pm Marco Mescolini, Beatrice Ronchi e Enrico Cieri, con il visto del procuratore aggiunto reggente, coordinatore della Dda, Massimiliano Serpi. Si tratta per la Dda di un «gruppo unitario emiliano portatore di autonoma e localizzata forza di intimidazione derivante dalla percezione sia all’interno che all’esterno del gruppo stesso, dell’esistenza e operatività dell’associazione nell’intero territorio emiliano, come un grande e unico gruppo ’ndranghetistico, con un suo epicentro a Reggio».


LE RISATE SUL TERREMOTO
Come già detto, Gaetano Blasco e Antonio Valerio sono due protagonisti principali dell’inchiesta Aemilia. Sono proprio loro che, poco dopo le scosse del famoso terremoto che il 29 maggio 2012 colpisce l’Emilia Romagna, se la ridono al telefono, contenti che quel disastro possa portare loro vantaggi di tipo economico. Ridono, immaginando appalti e lavori per le loro imprese. Ridono, mentre la gente perde definitivamente la propria casa, il proprio lavoro e, in alcuni tragici casi, anche alcuni familiari.  
Blasco: «L’hai sentita l’altra scossa?!».
Valerio: «Non l’ho sentita allora? Sono andato via di casa. È caduto un capannone a Mirandola».
Blasco: «Ah».
Valerio: «Vediamo di tenerci buono a Claudio... vedi...».
Blasco: «Dai che andiamo a lavorare, ah si comincia a fare il giro. È a tutt’andare il lavoro là... a Carpi, pure fino a Cavezzo».
Valerio: «Ah no! A Cavezzo un caseificio è da buttare giù».
Blasco: «Eh, secondo me le strutture tutte in legno ora eh? Tutte di legno».
Valerio: «Comunque ce ne sono dei disastri là... dei capannoni scassati in terra, che ora... dice che ora stanno facendo una proposta di fare tutto di legno Gaetà».
Blasco: «Magari, magari».
Valerio: «Dobbiamo preparare tutte le società, dobbiamo preparare... quattro società sicure».
Blasco: «Secondo me dobbiamo iniziare a lavorare... già un paio di cutresi sono andati prima di noi eh! Che noi parliamo e quelli fanno».
A questi soggetti non interessa la tragedia che oltre 100mila persone stanno vivendo nella Bassa. Troppo impegnati a venerare il dio denaro. Dimostrando una capacità organizzativa elaborata nel tempo, i due individui sanno già come muoversi per inserirsi al meglio nei lavoro della ricostruzione post-sisma (“aprire quattro società sicure”). Si mostrano sicuri di sé, dimostrando di disporre già di contatti sicuri, (come quel Claudio citato). Proprio in riferimento a questa telefonata intercettata, il Gip Alberto Ziroldi afferma: “la 'Ndrangheta arriva prima dei soccorsi, o comunque in contemporanea”.


L’ADDIO DEL PROCURATORE GENERALE ALFONSO
Il procuratore Generale Alfonso, prima di lasciare Bologna per Milano, pronuncia frasi molto dure, sottolineando in primo luogo il clima omertoso: “Non c’è stata collaborazione. Mai una persona è venuta in Procura a raccontare, diversamente da quanto avvenuto in altri uffici del Paese”. Tanta amarezza, ma anche tanta soddisfazione per il grande lavoro che inquirenti e forze dell’ordine sono riusciti a portare avanti, nonostante tutto. “L’operazione Aemilia ha portato allo smantellamento di una fittissima rete di rapporti tra politica, imprenditoria e ’ndrangheta in Emilia Romagna, aprendo scenari nuovi nella lotta contro la criminalità organizzata al nord. In oltre 32 anni l’associazione si è sviluppata, crescendo come una metastasi nel corpo sano. L'organizzazione si è prima insediata e strutturata nel territorio, inquinando diversi settori dell’economia a partire dall’edilizia fino ad arrivare a toccare consulenti, ma anche amministratori e dirigenti pubblici, appartenenti alle forze dell’ordine e anche giornalisti. Lo scenario è impressionante, per l’ampiezza della base su cui poggia, per la solidità delle sue radici criminose, per la tecnica con cui produce e maschera ricchezze illecitamente costruite a danno della comunità emiliana. È una guerra per la riconquista della legalità. Ma non la si vince se non avremo noi stessi gli occhi ben aperti, a scrutare tra le ombre che ci circondano. Da “Aemilia” abbiamo avuto il riscontro che si può, che una speranza di riscatto dalla palude che abbiamo lasciato avanzare intorno a noi esiste. A meno che le infiltrazioni abbiano già raggiunto anche le falde più profonde dei nostri animi, cambiandoci dentro, intossicando il nostro coraggio, avvelenando la nostra dignità”.


IL POLITICO: GIUSEPPE PAGLIANI
Il 28 gennaio tra le 117 persone arrestate, ritroviamo anche Giuseppe Pagliani, consigliere comunale di Forza Italia di Reggio Emilia. Il quarantenne avvocato del foro di Reggio Emilia viene accusato di aver stretto legami con esponenti della 'ndrangheta. Secondo l'accusa nella famosa “cena dei sospetti” del 21 marzo 2012 stringe un patto con esponenti delle cosche. Si tratta di un incontro con circa 80 tra professionisti e imprenditori (soprattutto di origine cutrese) dalla quale partirà una lunga serie di informative antimafia. Alla cena, insieme a Pagliani, ci sono personaggi noti alle forze dell'ordine, come Gianluigi Sarcone (che ammetterà di aver parlato delle interdittive antimafia). Il ristorante si chiama “Antichi Sapori” ed è di proprietà di un crotonese, Pasquale Brescia (anche lui arrestato nell’operazione del 28 gennaio). In merito a questa famosa cena viene ascoltato come persona informata sui fatti Graziano Delrio. Il 19 febbraio il tribunale del Riesame di Bologna annulla però l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il politico che commenta così: “Su di me solo speculazioni politiche. Io resto”.


IL GIORNALISTA: MIRCO GIBERTINI
Sul giornalista tv, Marco Gibertini, pende l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo quanto emerso nel corso delle indagini della DDA, avrebbe dato una mano agli affiliati della cosca facendoli andare in tv e sui giornali per mettersi in buona luce, soprattutto dopo le numerose misure interdittive antimafia disposte dal Prefetto di Reggio Emilia e la famosa cena del marzo 2012. Gibertini è accusato anche di aver messo a disposizione degli affiliati i suoi rapporti politici, imprenditoriali e del mondo della stampa a tutti i livelli. Fa ad esempio ottenere un articolo e un’intervista sulle pagine reggiane del Resto del Carlino a Nicolino Sarcone pubblicata pochi giorni dopo la sentenza di condanna a otto anni per estorsione e associazione di stampo mafioso. La mafia utilizza dunque una nuova strategia: l’utilizzo a tutto campo dei mezzi di informazione, su carta stampata e televisivi, al fine di opporre una controffensiva mediatica. La ricerca del consenso mediatico costituisce una delle nuove frontiere aperte dalla progressiva infiltrazione nel tessuto sociale.


LA FUNZIONARIA: ROBERTA TATTINI
Roberta Tattini, consulente bancaria e finanziaria, viene arrestata con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Coadiuva, si mette a disposizione, propone e fa da intermediaria. La bolognese si è talmente calata nella logica e nelle dinamiche del clan mafioso da essere accusata anche di aver detenuto e portato in un luogo pubblico un detonatore da guerra che serve per l’attivazione di esplosivo C4 e di aver detenuto una pistola illegalmente.


L’IMPRENDITORE: AUGUSTO BIANCHINI
La figura di Augusto Bianchini è sicuramente centrale in tutta l’inchiesta Aemilia. Procediamo con ordine. Come è purtroppo noto, l’Emilia Romagna viene colpita da violentissime scosse di terremoto il 20 e il 29 maggio del 2012. Come spesso accade in situazioni drammatiche come queste, gli avvoltoi e gli sciacalli non si fanno attendere. I disastri causati dal terremoto fanno subito gola alle organizzazioni criminali che scelgono di infiltrarsi nei lavori di ricostruzione post-sisma. L’organizzazione mafiosa emiliana non è da meno, e si fa subito avanti. Ma non agisce sola: essa gode infatti dell’appoggio e della piena collaborazione di alcuni imprenditori. Un documento molto utile, che può aiutare a comprendere come l’organizzazione criminale si sia infiltrata nei lavori di ricostruzione, è sicuramente l’attività investigativa compendiata nell’Informativa 12.06.2013. Studiando e leggendo le carte si può comprendere perfettamente il ruolo svolto dalla Bianchini Costruzioni Srl di San Felice sul Panaro e da Michele Bolognino. L’imprenditore Augusto Bianchini risulta avere tutte le caratteristiche che occorrono per “una buona collaborazione” con l’organizzazione criminale: perfettamente inserito all’interno della realtà economica e sociale del luogo, Bianchini gode anche di un ottimo legame con il mondo delle cooperative e (soprattutto) con le amministrazioni locali. Bianchini dunque risulta essere un “fondamentale strumento per muoversi nell’ambito degli appalti pubblici”. Andiamo gradualmente. La prima opera pubblica in cui si registra la prima sinergia tra Augusto Bianchini e Michele Bolognino è quella relativa al cimitero di Finale Emilia. In alcune conversazioni intercettate, datate 18 luglio 2012 si comprende chiaramente che nella strategia di infiltrazione dei lavori di ricostruzione è coinvolta anche la casa madre calabrese, rappresentata da Nicolino Grande Aracri. In quella data Michele Bolognino comunica ad Augusto Bianchini di trovarsi in Calabria “per incontrare il geometra”. Il telefono di Bolognino è localizzato a Cutro. Nel frattempo, il rapporto tra Bianchini e Bolognino si estende a lavori da eseguirsi in altri comuni come Mirandola, Concordia sulla Secchia e Reggiolo e gli accertamenti svolti dai militari del R.O. evidenziano come la Bianchini Costruzioni sia  risultata una delle ditte più attive nell’ambito della ricostruzione, essendosi giudicata numerosi appalti. Parallelamente ai lavori acquisiti in sub appalto per la realizzazione degli edifici scolastici, l’impresa di Bianchini riesce infatti ad acquisire anche alcuni interventi nel comune di Finale Emilia, relativi all’ampliamento del locale cimitero e alla demolizione di due fabbricati dichiarati pericolanti. La presenza di Bolognino Michele, riconducibile al sodalizio criminale di matrice ‘ndranghetista operante in Emilia, viene abilmente occultata: le conversazioni evidenziano come gli operai forniti da Bolognino, vengano formalmente assunti dalla Bianchini Costruzioni, eludendo così qualsiasi riferibilità al primo. Un’altra figura che si rivelerà di primaria importanza nell’economia delle vicende criminose è quella di Lauro Alleluia, personaggio campano strettamente legato a Bolognino Michele ed impiegato in diversi cantieri dei comuni di Concordia della Secchia, Mirandola e Finale Emilia con compiti di gestione del personale operaio. Le commesse acquisite da Bianchini sono numerose e vanno di pari passo con il reperimento e l’impiego di operai calabresi. Dopo il terremoto la ditta Bianchini effettua inoltre 57 nuove assunzioni e tra questi spicca il nome di Gaetano Belfiore che i Carabinieri di Brescello indicano come genero di Nicolino Grande Aracri. L’assoluta subordinazione degli operai assunti da Bianchini nei confronti di Michele Bolognino emerge chiaramente anche da altre conversazioni che pongono l’accento sul totale controllo esercitato su ogni forma di retribuzione effettuata da Bianchini, ma gestita unicamente e direttamente da lui, attraverso anche atti di intimidazione. Lo stretto rapporto di affari tra Bolognino e Bianchini si interrompe nel momento in cui avviene l’eccessiva esposizione mediatica cui l’impresa viene sottoposta dopo il rinvenimento di amianto in alcuni siti della ricostruzione in cui aveva operato. Bianchini infatti si trova al centro di accertamenti da parte della Procura della Repubblica di Modena.


AMIANTO, OVUNQUE.
Il 26 settembre 2012, personale dell’AUSL/ARPA effettua dei campionamenti conoscitivi nel Campo di Accoglienza “Trento” e conferma la presenza di amianto.
Analoghi rilievi vengono effettuati anche nell’area denominata Piazza Italia (area destinata ad ospitare le strutture provvisorie per il sito commercianti). In questo periodo vengono intercettate numerose telefonate tra Augusto Bianchini ed il figlio ed in una di queste, datata 10 ottobre 2012, il figlio Alessandro consiglia al padre di andare a colloquio con il sindaco di San Felice per risolvere la questione del rinvenimento di amianto nel sito commercianti. La grande esposizione mediatica della vicenda provoca, nel frattempo, un crescente timore nella popolazione e soprattutto nei commercianti che dovranno occupare il sito contaminato. Il 25 ottobre il sindaco di Finale Emilia emette un’ordinanza con la quale dispone la rimozione del materiale contaminato del sito commercianti, secondo il piano di lavoro e le modalità indicate dalla Bianchini Costruzioni Srl. I lavori iniziano due giorni dopo e il materiale contaminato viene accantonato nel piazzale della Bianchini Costruzioni Srl. Piccolo grande dettaglio: la discarica della Bianchini non è autorizzata ai conferimenti di rifiuti pericolosi, categoria nella quale rientra il materiale asportato nel corso della bonifica.
La Bianchini Costruzioni Srl completa anche l’urbanizzazione di via Leonardo Da Vinci realizzando un capannone per conto della Phoenix Srl di Mirandola, che si occupa della lavorazione di materie plastiche. Durante i lavori però, l’ARPA del distretto di Carpi riceve un esposto firmato da Carlo Valmori di Finale Emilia, esponente del Movimento 5 stelle, nel quale si denuncia che la ditta costruttrice del capannone abbia utilizzato per la stabilizzazione del sito materiale contaminato da amianto. L’ARPA effettua dei campionamenti conoscitivi e conferma la presenza di amianto. Bianchini prova ad occultare tutto: chiama Ivano Gottardello chiedendogli di effettuare una gettata di magrone di un paio di centimetri all’interno e all’esterno del capannone Phoenix, il geometra spiega però che il magrone dovrebbe essere di almeno cinque o dieci centimetri (“dovresti farlo di almeno dieci centimetri affinché tenga, se non vuoi che crepi”) e Bianchini risponde (“io non voglio che tenga, il motivo è un altro”). E’ dunque chiaro che Bianchini abbia fretta di coprire con il calcestruzzo lo strato di stabilizzato dove è probabile abbia depositato materiale contaminato da amianto. Nel pomeriggio Bianchini ordina il magrone ed organizza in tutta fretta il lavoro, contattando Lauro Alleluia, uomo di fiducia di Michele Bolognino. Lauro e Bianchini si danno appuntamento la mattina seguente nel capannone Phoenix. Nell’occasione personale del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Carpi predispone un servizio di osservazione, controllo e pedinamento nel corso del quale viene documentata la presenza di operai intenti a stendere materiale cementizio. L’operazione ha successo: l’ARPA di Carpi, una volta avuto riscontro positivo circa la presenza di amianto tramite un campione conoscitivo, è impossibilitata ad effettuare un secondo campione fiscale in quanto l’area interessata risulta ricoperta da materiale fine pressato.
Il 16 ottobre 2012 personale dell’ARPA effettua dei campionamenti sui cumuli di materiale presenti nei piazzali della Bianchini Costruzioni Srl. In tutti i campioni prelevati risulta essere presente amianto. Proprio in questo periodo le intercettazioni telefoniche sono fondamentali, soprattutto quelle tra Augusto Bianchini e la moglie Bruna Braga la quale dice al marito che sa benissimo che dopo il terremoto, per accaparrarsi il maggior numero di commesse, hanno osato di più, pur essendo consapevoli che con il fibrocemento il rischio sarebbe stato elevato. La lettura delle trascrizioni è indicativa del grado di consapevolezza e volontà da parte di Bianchini. Il 5 dicembre 2012 il personale ARPA ispeziona un cumulo di terra presente nella discarica, rinvenendo numerosi frammenti di materiale che risultano contenere amianto. Alla luce di questi risultati, l’ARPA predispone una nuova ispezione, finalizzata al campionamento fiscale del cumulo di terra ed avvisa l’azienda, trattandosi di un accertamento irripetibile. Ricevuta la notifica, i Bianchini si attivano per ridurre al minimo i rischi di sanzione, inviando gli operai sul posto per sistemare i mezzi e pulire i cumuli di materiale che dovranno essere ispezionati. Il 13 dicembre l’ARPA effettua l’ispezione acquisendo frammenti risultati essere amianto.
L’11 ottobre 2012 Alessandro Bianchini, figlio dell’imprenditore Augusto, comunica al padre di aver rinvenuto materiale contaminato o pericoloso, nel cantiere dove stanno costruendo i nuovi capannoni della UNIFER. Il ragazzo si preoccupa per le conseguenze che questo ritrovamento potrebbe avere sulla loro attività, ma il padre lo rassicura dicendo che tale ritrovamento potrebbe essere un bene per loro in quanto potrebbero giustificare la presenza di amianto nella loro discarica, identificando proprio quella zona come luogo di provenienza del materiale nocivo. Il 6 novembre sempre il ragazzo chiede al padre se sia il caso di parlare di questo problema con il vicesindaco di Finale, Angelo D’Aiello.
Il 22 ottobre, durante una telefonata tra Augusto Bianchini e Francesco Passiatore, geometra della ditta, l’imprenditore si raccomanda affinchè il materiale utilizzato nella costruzione della tangenziale Sermide venga steso e rullato. Dal tenore della conversazione si evince chiaramente che durante i lavori di scavo e stabilizzazione del nuovo sito stradale sia stato interrato materiale non utilizzabile nel cantiere. Il 9 novembre personale dell’ARPA esegue dei controlli che risultano positivi circa la presenza di amianto.
Il presidente della regione Vasco Errani in seguito al sisma firma una serie di ordinanze che prevedono l’individuazione di 28 lotti sui quali realizzare edifici scolastici provvisori. La Bianchini Costruzioni Srl riceve in sub appalto lavori per quattro di questi lotti. Anche qui viene confermata la presenza di amianto.
Nel corso delle indagini Bianchini sostiene più volte di essere vittima di sfortunate circostanze, avanzando addirittura l’ipotesi di un sabotaggio ai suoi danni, verosimilmente messo in atto dalla ditta concorrente F.lli Baraldi S.p.A. Egli fa riferimento, ad esempio, ai lavori sulla tangenziale di Sermide. Qui, l’intervento dei Carabinieri rivela come i pezzi di eternit trovati siano puliti, mentre il terreno in cui vengono rivenuti è stato ruspato e rullato il giorno prima. Ciò dimostra chiaramente che il materiale sia stato depositato in un secondo momento. Bianchini sporge denuncia contro ignoti, ma la vicenda presenta troppe lacune che fanno pensare che tali frammenti siano stati collocati, in maniera strumentale, proprio da Bianchini che intanto continua a puntare il dito contro la ditta Baraldi S.p.A. Ma come può una ditta concorrente che vuole danneggiare il Bianchini, collocare frammenti di eternit con modalità tali da rendere subito evidente l’estraneità di Bianchini stesso? Nessun operatore del settore, nell’intento di danneggiare un concorrente, potrebbe collocare frammenti di amianto puliti su un terreno appena lavorato dalle ruspe. Secondo gli inquirenti, non vi è alcun dubbio sulla figura scaltra e affatto priva di scrupoli, quale è Augusto Bianchini. In diverse occasioni infatti, nell’imminenza di controlli da parte di tecnici dell’ARPA, l’imprenditore ordina ai propri operai di pulire i siti, nel chiaro tentativo di scongiurare, almeno dal punto di vista visivo, il rinvenimento di materiale contaminato. Altra domanda. Se Bianchini attribuisce la responsabilità della contaminazione dei siti ai fratelli Baraldi, perché allora continua per mesi ad avvalersi dell’operato delle della Baraldi S.p.A? E’ infatti documentato che personale e mezzi della F.lli Baraldi hanno effettuato il trasporto del materiale contaminato dal sito commerciati di Via Milano alla sede della Bianchini Costruzioni Personale, si sono occupati delle operazioni di bonifica all’interno dell’area Bianchini Costruzioni Srl, nelle scuole di Concordia della Secchia. Ed hanno trasportato il materiale contaminato rimosso dalle scuole di Reggiolo.
Per gli inquirenti “non vi è dubbio che Bianchini si sia avvalso di una struttura organizzata, coincidente con la Bianchini Costruzione Srl peraltro lecitamente operante nel campo edilizio, per svolgere l’attività illecita, disponendo di personale e mezzi in grado di consentirne la realizzazione. E’ evidente il filo di profitto che si identifica nella volontà di approfittare dell’occasione, tragicamente unica ed irripetibile dell’attività di ricostruzione post-sisma. Tale attività è illecita in quanto abusiva, svolta cioè al di fuori di qualsiasi contesto autorizzativo e normativo che valesse a legittimarla”.
Non dobbiamo inoltre dimenticare i rapporti tra Augusto Bianchini e l’amministrazione comunale di Finale Emilia, in particolar modo con Giulio Gerrini. Facciamo un piccolo passo indietro. La Bianchini Costruzioni Srl viene travolta dagli scandali sull’amianto e dal polverone sollevato in seguito all’esclusione dalla White List. Augusto Bianchini cambia strategia e il 22 luglio 2013 nasce la IOS Costruzioni, il cui proprietario risulta essere Alessandro, figlio dell’imprenditore. Alla nuova azienda viene dunque affidato il compito di raccogliere il credito della Bianchini Costruzioni presso l’Amministrazione Comunale di Finale Emilia e quindi presso Gerrini. I dipendenti della IOS sono, peraltro, gli stessi  precedentemente impiegati nella Bianchini Costruzioni Srl. La IOS acquisisce i lavori di smaltimento macerie del maschio del Castello di Finale Emilia ma è chiaro come questo appalto sia stato artificiosamente frazionato: l’importo complessivo della rimozione delle macerie ammonta infatti a 68.357,80 euro. Questo viene però suddiviso in maniera del tutto ingiustificata in due fasi, ciascuna con importo inferiore ai 40.000 euro e suscettibile di affidamento diretto senza obbligo di convocazione di altre ditte. Primo particolare: la ditta IOS non possiede nessuno degli elementi necessari per la partecipazione alle gare per appalti pubblici. Consapevole dunque della mancanza dei requisiti della IOS, Gerrini assegna in maniera diretta alla ditta i lavori, frazionando appunto l’appalto portandolo al di sotto della soglia di 40.000 euro. Secondo particolare: il senatore Carlo Amedeo Giovanardi, subito dopo l’arresto dei Bianchini parla di un arresto incomprensibile: “Sono arcifelice se la magistratura colpisce esponenti della criminalità organizzata di stampo mafioso o 'ndranghetista. Esprimo invece tutte le mie preoccupazioni per l'incomprensibile traduzione in carcere a Parma di Augusto Bianchini e gli arresti domiciliari per la moglie e il figlio. La famiglia Bianchini è stata massacrata dal punto di vista economico, e l'azienda, che aveva circa 100 dipendenti è finita in concordato e ora rischia il fallimento. Confermo la mia convinzione sulla buona fede dei Bianchini, ribadisco la mia indignazione, come componente della Commissione antimafia, su quanto scritto nella relazione annuale della Direzione antimafia riguardo alle province di Modena e Reggio”.


NOVITA’ DALLE UDIENZE
Tante le novità durante le ultime udienze. La DDA  ha chiesto il rinvio a giudizio per circa 160 soggetti mentre 80 imputati hanno invece richiesto il rito abbreviato o il patteggiamento (tra questi figurano Nicolino Grande Aracri e Giuseppe Pagliani). Presente in aula anche l’ex calciatore Vincenzo Iaquinta, insieme al padre Giuseppe, entrambi difesi dall’avvocato Carlo Taormina. Dalle intercettazioni della Dda risulterebbe che l’imputata Roberta Tattini li abbia incontrati per uno scambio di soldi e per questo è stato disposto un accertamento tecnico sul cellulare della donna. La Tattini d’altro canto si ritiene estranea a tutti i reati a lei contestati: “Ho fiducia nella giustizia quindi sono molto, molto serena". Michele Bolognino ha invece reso dichiarazioni spontanee sostenendo di non capire la contestazione mafiosa: Sono venuto al nord solo per mantenere la mia famiglia”.


SVEGLIATI EMILIA!
Abbiamo provato a ripercorrere, seppur in maniera non abbastanza approfondita, le tappe attraverso le quali si sta combattendo questa battaglia in Emilia Romagna. Da un lato abbiamo investigatori, inquirenti, forze dell’ordine costantemente impegnate affinchè si possano condannare tutti coloro che hanno portato questo cancro in una regione che fino a poco tempo fa sembrava potesse avere i giusti anticorpi. Ma gli anticorpi non ci sono stati. Troppe persone coinvolte, troppi interessi in gioco, troppo denaro è stato lucrato sulla disperazione della gente. Troppo amianto è stato sotterrato proprio lì, nei luoghi frequentati addirittura dai bambini. Aemilia segna sicuramente una svolta, in quanto svela con la sua cruda verità ciò che troppi, per troppo tempo, hanno voluto ignorare. Lo Stato si sta facendo sentire. E i cittadini? Sono pronti, loro, a fronteggiare una situazione simile? Ad accettare che l’Emilia Romagna, terra di Resistenza, sia stata per anni stuprata da avvoltoi senza scrupoli? Difficile dirlo. Difficile comprendere quanto l’opinione pubblica si sia resa conto della gravità della situazione. Cosa fare? Condannare pubblicamente, ad esempio, l’atteggiamento di un sindaco (Marcello Coffrini) che definisce un boss mafioso come una persona “mite e tranquilla”. Partiamo da qui. Bisogna ridefinire l’identità di questa terra. Il primo passo per risolvere un problema è affrontarlo, riconoscere la sua presenza e la sua gravità. Conoscere nomi e cognomi dei protagonisti. Conoscere le loro storie e le loro malefatte. Stiamo parlando di un'organizzazione che parla il dialetto romagnolo, non solamente calabrese. Difficile da accettare. Ma è così. “Gli imprenditori si erano arricchiti attraverso il sapiente investimento delle somme messe a disposizione dai clan - attraverso false fatturazione o a movimenti in nero - e si erano messi a disposizione delle cosche senza che fosse necessario alcun atto intimidatorio esplicito". Lo dicono le carte. Questa non è un’infiltrazione ma è qualcosa di più.

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