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Ci vediamo a...

"Un ponte per la memoria". Inaugurazione dei 100 passi fra Casa Memoria e l'ex Casa Badalamenti - 28 Maggio

20140528-un-ponte-per-la-memoriaL’Osservatorio sulla ndrangheta di Reggio Calabria e l’associazione Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato di Cinisi inaugurano "Il percorso dei 100 passi fra la casa di Peppino Impastato e l’ex casa Badalamenti"
Mercoledì 28 maggio ore 11, ex casa Badalamenti corso Umberto I - Cinisi
Dopo tre anni di attività sul territorio e di lavoro con i ragazzi delle scuole, si inaugura mercoledì 28 maggio alle 11, davanti all’ex casa Badalamenti di Cinisi, il percorso delle pietre di inciampo. I famosi 100 passi, resi celebri dal film di Marco Tullio Giordana, fra la casa di Peppino Impastato e quella di Tano Badalamenti, ribattezzati in questa occasione “I cento pensieri di Peppino”. Un progetto che fa parte del più ampio percorso “Un ponte per la memoria”, finanziato da Fondazione con il Sud, e portato avanti sul territorio grazie all’Osservatorio sulla ndrangheta di Reggio Calabria e all’associazione Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato.
“I cento pensieri di Peppino” sono scritti su 40 mattonelle incastonate sui marciapiedi di Cinisi che collegano la casa natale di Peppino Impastato con quella del suo carnefice Tano Badalamenti. Sono state realizzate da Fabio Butera con frasi scelte tra quelle elaborate dagli alunni delle scuole che hanno partecipato ai laboratori di scrittura del progetto.

“Ho pensato – dice Butera – a delle mattonelle in gres smaltato, della dimensione uguale a quelle della pavimentazione dei marciapiedi (25 x 25 cm), in cui imprimere una breve frase che contorna un’icona dai colori sgargianti e in contrasto, omogenei alla tradizione coloristica siciliana. Le immagini non dovevano essere didascaliche e non dovevano provocare associazioni troppo facili che potessero diventare tormentoni mediatici. Volevo creare qualcosa che non fosse automaticamente decifrato e rapidamente introiettato, senza riflessione”.

Sulle mattonelle anche frasi tratte dalla mitologia. “È stato straordinario – continua Butera –  constatare quanto si possano accostare le tematiche, narrate dai grandi poeti, dalle iconografie antiche, a un fenomeno che è la nostra cronaca”. Un’occasione, quella dell’inaugurazione del percorso delle pietre dell’inciampo, per fare il punto sul progetto un “Ponte per la memoria”.
Sono previsti gli interventi di Claudio La Camera (responsabile del progetto), Giovanni Impastato (associazione Casa memoria), Fabio Butera (artista delle pietre d’inciampo). Dopo la presentazione del percorso, saranno proiettati i video realizzati a seguito dei laboratori con i ragazzi delle scuole e saranno inaugurata anche la mostre fotografiche “Silenziosa dozzina” e “Carmelo Iannì, un uomo al servizio dello Stato”. Accanto, un’istallazione con tutti i materiali realizzati nei due anni del progetto.
Cinisi, 26 maggio 2014

Info: www.osservatoriosullandrangheta.org


Un ponte per la memoria

Questa storia inizia tre anni fa, in una città molto distante geograficamente dal meridione d’Italia, ma con una significativa vicinanza alla nostra realtà. Ero a Montevideo con Claudio La Camera, per una serie di attività culturali organizzate dall'Istituto Italiano di Cultura.
Una mattina, mentre ci recavamo all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica, passando sotto il porticato di Palacio Salvo, lo stranissimo edificio che si trova all'angolo di Plaza Independencia, progettato negli anni ‘20 da un architetto italiano - mi ha sempre dato l'impressione di una materializzazione di un frammento di Gotham City, la tetra città dei fumetti di Batman- Claudio mi disse: “Stiamo lavorando ad un progetto da realizzare a Cinisi, dovresti iniziare a pensare ad una serie di pietre d'inciampo, tipo quelle che abbiamo realizzato per il lungomare di Reggio Calabria. Dobbiamo segnare il percorso che collega Casa Memoria con Casa Badalamenti, quello del film “I Cento Passi”. Il titolo del progetto sarà ‘Un Ponte Per la Memoria’.”
Parlare di memoria, di un certo tipo di memoria, in quel luogo era veramente singolare. Un paio di anni prima eravamo in quella stessa città, sempre per attività presso l'Istituto Italiano di Cultura, e avevamo conosciuto un vecchio corrispondente di alcuni importanti quotidiani italiani, siciliano, ormai in pensione, che si era trasferito a vivere definitivamente a Montevideo. Una mattina ci portò a fare un giro turistico particolare: andammo verso fuori città e arrivammo ad una strada senza nome. Lungo questa strada c'erano degli alti muri di cemento con cancelli di ferro, tutti chiusi in modo da non far intravedere niente. Fuori non c'erano numeri civici, né nomi sui campanelli.
Lungo questa strada, ci spiegò il giornalista, ci sono le ville dei più grandi criminali del mondo: mafiosi, narcotrafficanti, criminali di guerra, nazisti. Durante la dittatura avevano goduto di immunità e dell'anonimato, una vera e propria via dell'oblio. Poi ci disse che si vociferava che c'era anche una villa di Gelli e quella di Craxi. Ad un certo punto vedemmo avvicinarsi un fuoristrada, ci disse che poteva essere pericoloso restare ancora lì, e così, rapidamente, andammo via.
Non so quanto tutto questo fosse vero o semplicemente una fantasia del nostro interlocutore, dopo i tanti anni passati ad occuparsi delle oscure dittature sudamericane, ma la cosa certa è che tante inchieste che seguivano i flussi di denaro sporco si sono arenate proprio a Montevideo, dove salta subito all'occhio la sproporzionata presenza di sportelli bancari rispetto ad una economia palesemente quasi inesistente, cosa singolarmente simile a quanto avviene in molte città del sud Italia.
Il luogo dove ci trovavamo sembrava proprio il simbolo dell'oblio, rimarcato, involontariamente, dall'inquietante sagoma di Palacio Salvo. Ecco, dovevo pensare a qualcosa che fosse l'esatto contrario, una via, che invece di quell'oblio tanto ricercato dalle mafie, fosse una via della rimembranza, della memoria persistente e che fosse anche il contrario dell'atmosfera cupa di quella strada grigia e anonima, delle ombre gotiche del portico di Palacio Salvo, delle immagini cupe e grigie che ci hanno finora raccontato la lotta alle mafie.
Nell'affrontare il percorso di Reggio Calabria pensai a qualcosa che potesse diventare un pungolo continuo della coscienza, alla ndrangheta, un fenomeno che nel tempo, in maniera subdola, ha messo tali radici da penetrare nella mentalità e nelle consuetudini delle persone. Si doveva rispondere con un intervento di “guerriglia culturale” che proponesse, a chi abbassa lo sguardo di fronte al problema, un messaggio che si fa spazio nei luoghi del quotidiano.
La complessità dell'argomento, non ancora sufficientemente dipanato in tutti i suoi aspetti, rendeva necessario ricordare chi ha lottato. È a questo sentimento che ho fatto riferimento nella realizzazione dell'opera, nella scelta del simbolo da usare: un labirinto.
Il labýrinthos è, nel suo senso originale, via univoca, che porta certamente all'uscita ma tortuosa e piena di insidie. Si ritorna indietro nel momento in cui si crede di essere arrivati ed è una via pericolosa: al centro il Minotauro può sottrarci la vita. Così ne parla Socrate, nel dialogo pubblicato da Platone con il titolo di “Eutidemo”: “Come se fossimo caduti in un labirinto, credevamo di essere giunti alla fine, ma avendo fatto un voltafaccia, ci siamo ritrovati là dove eravamo all'inizio”.
Questo tragitto che si ripete, continuo e ininterrotto, simbolizzato nelle spirali e nei meandri, conduce alle porte del cielo. Si pensa che nei riti dei Misteri Eleusini ci fosse proprio una danza che mimava questo tipo di percorso, e di cui un fossile culturale sopravvive, sincretizzato, nel rituale del Caracolo che si svolge a Caulonia (RC), nel venerdì di Pasqua.
Per realizzare il percorso di Cinisi era necessaria una scelta differente, la storia di quel luogo si prestava ad essere un luogo di memoria collettiva denso di importanti suggestioni: la notorietà data dal film “I cento passi” - cioè “…quelli che misurano la distanza che divide la vittima dal suo carnefice, il tratto che separa la nostra casa sul corso da quella di Gaetano Badalamenti.-  la straordinaria visione di Peppino Impastato nella sua lotta alla mafia e il costante flusso di persone, giovani soprattutto, che frequentano quei luoghi. I passi della distanza che divide la vittima dal carnefice potevano avere così la possibilità di divenire i cento pensieri di Peppino, pensieri che uniscono e trasformano la distanza in un viaggio verso una possibile società migliore.
Al primo sopralluogo sul corso Umberto I di Cinisi, la strada  che divide Casa Memoria – la casa natale di Peppino – e casa Badalamenti – quella del boss dopo molti anni condannato per l’uccisione di Peppino - mi sono reso conto della grande complessità che l'architettura del luogo comportava: la strada, dall'impianto probabilmente di fine 1800, era stata violentata dall’espansione edilizia forsennata degli anni ‘60 e ’70; un’accozzaglia di stili architettonici improbabili e la pavimentazione di mattonelle in cemento rosso rendevano necessaria una soluzione che fosse visibile nella cacofonia cromatica e formale del sito. Era altresì importate connotare l'opera con una struttura forte e facilmente riconoscibile che riuscisse a dare unità formale ad un intervento di questo tipo in un ambiente tanto difficile.
Per soddisfare questa esigenza si è scelto di lavorare su un taglio mitologico. Le frasi potevano essere dei personaggi a cui le mattonelle sarebbero state dedicate o tratte da grandi classici; le icone si sarebbero anch’esse ispirate – reinterpretate – ad un universo classico, in modo da essere spostate dall'immaginario comune della cronaca.
A questo punto è doveroso inserire una riflessione sull'iconografia che ha raccontato l'antimafia fino ad oggi. Proprio nei giorni in cui iniziavo a lavorare ai bozzetti veniva inaugurato il monumento a Giovanni Falcone consistente in una teca che racchiude i resti dell'autovettura del magistrato, distrutta nell'attentato di Capaci.  Analoga operazione è stata fatta vicino alla stele che, lungo l'autostrada che collega Palermo con l'aeroporto di Punta Raisi, ricorda l'attentato, esponendo in una teca il rottame dell'auto della scorta di Falcone. Una rapida ricognizione dei monumenti dedicati alle vittime delle mafie permette di evidenziare come la tendenza a celebrare il momento della morte sia diffusissimo. Esempio tra tutti il monumento a Sergio Cosmai, a Cosenza, costituito dalla sagoma degli assassini in atto di sparare, ritagliata in una lastra d'acciaio. O ancora il monumento a Peppe Valarioti, a Rosarno, che lo raffigura nel momento della sua uccisione riverso a faccia in giù.
Non voglio mettere in dubbio la buona fede dei committenti di tali opere o di coloro che le hanno realizzate, probabilmente dovuta, magari inconsciamente, al culto del martirio che, essendo elemento fondante della cultura cristiana, pervade moltissimi ambiti della nostra società. Eppure, queste iconografie a me finiscono col sembrare più un monumento al gesto degli uccisori che alla memoria degli uccisi. Studiando la figura di Peppino Impastato, la propensione al martirio mi appare alquanto distante dal suo pensiero, anzi, tutte le azioni intraprese nella sua strategia di lotta mi danno l'impressione di essere improntate ad una visione sostanzialmente gioiosa del mondo, che è una delle sue grandi lezioni da non perdere.
Un’ulteriore riflessione va fatta sulle immagini che i media hanno prodotto nel tempo. Da una parte il mezzo tecnico delle fotografie di cronaca e il loro supporto prevalente, che è quello della carte stampate dei quotidiani, dall'altro un uso distorto dell'espressione artistica, inopinatamente appiattita sulla contingenza “del fatto”, hanno indotto ad un immaginario, a mio avviso distorto, della lotta alle mafie, regalando un universo grigio e lugubre, pervaso da figure di morte, di violenza, di sopraffazione, e fortemente schiacciato sull’aurea di martirio a cui mi riferivo prima. Ciò sembra rimarcare il momento della sconfitta: l'uccisione dell'oppositore, quasi che lo status di vittima fosse l'aspetto più importante della sua esistenza. Sembra che alla fine il territorio  sia costellato di monumenti in cui le mafie stesse rischiano di apparire come protagoniste, se non addirittura “il soggetto vincitore” della rappresentazione.
Sembra accadere ciò che si verificò quando, sull'onda delle prime scoperte archeologiche, si materializzò uno stile neoclassico che ci proponeva una visione della società della Grecia antica come una società austera, dove il candore del marmo e i morbidi chiaroscuri erano la cifra stilistica più importante. Niente di più falso rispetto ad una cultura che non conosceva il monocromatismo delle sculture, che al contrario, come le architetture, erano tutte a colori forti e animate da contrasti accesi. Ecco, credo che ci sia stato un processo simile, e le figure, molte volte solari, di questi oppositori alla sopraffazione, alle mafie, spesso ci arrivano grigie, perché mutuate dalle pagine di cronaca, dal bianco e nero sgranato dei quotidiani. Così, le immagini di maggiore persistenza sono proprio quelle relative alla loro uccisione. Si è di fatto creato un processo per il quale, quando si parla di Giovanni Falcone, le prime immagini che si formano nella nostra mente sono quelle dell'esplosione di Capaci, del fumo che avvolge l’autostrada divelta, del funerale del magistrato nella disperazione collettiva. Tutto ciò, reiterato all'infinito dai media, attraverso le immagini che compaiono per prime nei motori di ricerca sul web, fa sì che si scelga poi di monumentalizzare l'autovettura distrutta dall’attentato col tritolo.
Un analogo pericolo si è manifestato proprio per la figura di Peppino Impastato, relativamente al casolare in cui è stato ucciso. Un superficiale utilizzo del luogo fa sì - ne sono stato testimone - che l'attenzione di molti visitatori si concentri sui dettagli del fatto di sangue: è quella li la pietra con cui è stato ucciso? E quelle macchie sulla parete sono del suo sangue? Dove è stato legato? Purtroppo queste sono domande comuni tra i visitatori di quel luogo.
Sono poco interessato a questi elementi. Non credo che il luogo o il particolare macabro dell'uccisione siano in questo modo importanti. Anzi, varrebbe la pena capire che cadiamo inconsapevolmente nell'insana tradizione mafiosa che vedeva i parenti delle vittime di un agguato mafioso fare pressione sul medico legale per avere i dettagli minuti delle ferite subite dal proprio congiunto, in modo da poter infliggere, a loro volta, le medesime lesioni durate la vendetta. E se dobbiamo veramente abbandonare la mentalità di vendetta, così come richiesto con fermezza da Felicia, la madre di Peppino, dobbiamo abbandonare il momento della morte e celebrare la vita di queste persone. Soprattutto la proposta di ricatto che coloro che hanno speso la loro esistenza combattendo le mafie ci hanno lasciato.
Forse a questo sentimento si riferiva Ignazio Buttitta, scrivendo i versi dedicati all'eccidio di Portella Della Ginestra: “E li morti sunnu vivi/ li tuccati cu li manu”.
La scelta che ho fatto per realizzare i lavori, dunque, è stata quella di abbandonare il modulo che avevo utilizzato a Reggio Calabria, con mattonelle in ottone e di piccola dimensione, e progettare invece un modulo costituito da una mattonella, in gres smaltato, della dimensione uguale a quelle della pavimentazione dei marciapiedi (25 x 25 cm.), in cui imprimere una breve frase che contorna un’icona dai colori sgargianti e in contrasto, omogenei alla tradizione coloristica siciliana. Le immagini non dovevano essere didascaliche e non dovevano provocare associazioni troppo facili che potessero diventare tormentoni mediatici. In controcorrente con la tendenza diffusa di trattare tutto con l'idea dello spot pubblicitario, dell'immediatezza, che spesso si risolve nel tripudio dell’effimero, volevo creare qualcosa che non fosse automaticamente decifrato e rapidamente introiettato, senza riflessione. Non volevo creare un ennesimo intercalare linguistico che, completamente avulso dal suo significato semantico, satura la lingua parlata attuale. Era necessario un impianto che risultasse semplice e riconoscibile, quasi familiare, essendo collocato lungo una strada, ma che avesse quel minimo indispensabile di difficoltà di lettura tale da rendere necessaria una riflessione o quanto meno cercasse di suscitarla.
C'era anche l'esigenza di non rendere l'opera come un corpo estraneo, imposto dall'esterno al territorio. Per questo motivo le frasi di alcune mattonelle sono state scelte tra quelle elaborate dagli alunni delle scuole che hanno partecipato ai laboratori di scrittura del progetto. Non è stato facile selezionare frasi caratterizzate da un segno propositivo: per la maggior parte i pensieri dei ragazzi esprimevano disagio, paura, perfino un sentimento di soggezione al fenomeno mafioso. La  sensazione di ineluttabilità della rassegnazione, quella di non poter fare molto in concreto per cambiare i destini, infatti, non appartengono alla contingenza sociale; responsabile di esse è anche l’erronea tipologia utilizzata nel veicolare il  messaggio di una possibile società scevra da fenomeni mafiosi.
Un’ultima breve riflessione voglio farla ripensando a quanto sono risultati attuali i temi mitologici. È stato straordinario constatare quanto si possano accostare le tematiche, narrate dai grandi poeti, dalle iconografie antiche, ad un fenomeno che è la nostra cronaca. Esso non è solo un problema “locale”, non è solo frutto di una contingenza precisa, piuttosto è omogeneo a storiche consuetudini, distorte, della società umana e quindi pericoloso per tutti. Ovvia l’importanza di non confondersi con la conclusione “tutti colpevoli – nessun colpevole”; al contrario, è indispensabile riflettere sulla necessità che solo con il comportamento intransigente del quotidiano, con un’attenta selezione delle prassi comuni e stratificate del nostro agire quotidiano, è possibile una risposta concretamente positiva della società. Abbiamo imparato che il protagonismo delle grandi battaglie, l’attenzione ai grandi temi non devono limitare il nostro sguardo.
Ho notato, negli ultimi tempi, all'interno dei movimenti antimafia, una sempre maggiore presa di consapevolezza di queste problematiche. Spero che questo lavoro possa essere un contributo concreto, utile a ispirare un nuovo immaginario con cui accompagnare la lotta alle mafie.

Fabio Butera
Lamezia Terme 30/04/2014

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