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Ci vediamo a...

Letizia Battaglia. Fotografie 1974–1993 - 26 ottobre

batatglia-schifani-bambino-pistolaNel 1974, presso la Studio Morra Gallery di Napoli, Marina Abramovic, da molti riconosciuta come la più importante rappresentante della “performance art”, presenta un lavoro intitolato Rhythm 0. Nella performance in questione l’artista si rende disponibile, per un tempo di sei ore, a subire qualsiasi tipo di intervento sul suo corpo da parte del pubblico presente. Da una parte della sala c’era un tavolo su cui erano disposti 72 oggetti, tra cui forbici, coltelli, lamette, fruste, vetri e anche una pistola con un proiettile nel tamburo. Il corpo dell’artista diventa un oggetto, immobile e apparentemente insensibile, su cui intervenire con altri oggetti.
A prescindere dai possibili risultati finali dell’azione (tra i quali è contemplata anche la morte) l’intento era cercare di generare un collegamento empatico tra l’artista e il pubblico. La Abramovic ha subito diverse violenze durante lo svolgersi dell’azione: i suoi vestiti sono stati fatti a pezzi, la sua pelle è stata tagliata con delle lamette e infine le è stata messa in mano la pistola, puntata alla tempia e il suo dito posto sul grilletto. Non è accaduto niente di grave.
In proposito l’artista ha dichiarato: << Mostrando il dolore di fronte al pubblico che guarda io mi libero dalla paura del dolore e tento anche di liberare il pubblico dalla paura del suo proprio dolore. >> Qualcosa di simile mi sembra che abbia fatto Letizia Battaglia, quando, verso la fine degli anni ‘70, testimone di eventi che sentiva di dover denunciare, decise di liberare le sue fotografie dalla gabbia delle pagine del quotidiano, dove ogni immagine non vive che un solo giorno, per essere poi rimpiazzata da altre più fresche e dimenticata, e portarle nelle strade, nelle piazze, tra le persone direttamente coinvolte negli eventi che queste immagini raccontano. Insieme a Franco Zecchin decide di improvvisare, con le loro fotografie, delle esposizioni in luoghi pubblici, nei luoghi della quotidianità dove la mafia costantemente e impunemente agisce.

Denunciando pubblicamente i crimini mafiosi si espone, come l’Abramovic nella sua performance, alla possibilità di ricevere violenza e anche di essere uccisa. Al di là della sostanziale differenza di contesto (la condizione dell’artista che agisce in una galleria d’arte, in qualche modo luogo protetto e controllato è diversa da quella della fotografa che agisce in strada, senza alcuna protezione), l’analogia mi appare evidente e la dichiarazione dell’artista serba sembrerebbe valida anche per le azioni compiute da Letizia.
Le mostre nelle piazze, con le fotografie degli omicidi di mafia, sono una sfida e un rischio: un gioco con la morte. Letizia cerca di vincere la propria paura, condividendola con il pubblico, sperando che anch’esso possa essere in grado di superarla e schierarsi dalla parte della giustizia.
Se la semplice informazione di cronaca rischiava di diventare, per assurdo, uno strumento utile alla mafia, in quanto veicolo del messaggio di intimidazione che quest’ultima, attraverso l’omicidio intendeva trasmettere, la condivisione sociale in spazi pubblici di tali testimonianze costringe le persone che assistono al confronto e alla riflessione comune, combattendo l’indifferenza del singolo, che finge di non sapere e tentando di stimolare in quest’ultimo una sana presa di coscienza.
Se vogliamo apprezzare fino in fondo il lavoro di Letizia Battaglia dobbiamo comprendere questo e imparare a guardare al suo lavoro non soltanto come un prodotto visivo, ma come la testimonianza di un impegno civile appassionato, che ha trovato nell’azione, più che nell’immagine bidimensionale, la sua forma espressiva più efficace.
Alessio Anastasi

Tratto da: fofu.it

Info mostra: fofu.it/info

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