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Ci vediamo a...

"Silencio": il docu-film di Bolzoni e Cappello al teatro Massimo - 11 Dicembre

silencio-bolzoni-cappelloLa mafia dei due mondi: viaggio nei luoghi dove rischiano i cronisti
di Lirio Abbate - 11 dicembre 2014
Quando i narcos messicani ordinano "Silencio"
Ci sono giornalisti che vengono rapiti e fatti sparire. Altri vengono torturati e seviziati e il loro corpo abbandonato nel deserto del Messico come cibo per gli sciacalli. Uccisi solo perché informavano, solo perché facevano i giornalisti. Tutte queste vittime, che sono decine ogni anno, avevano in comune la passione per le notizie. Come quella che avevano i nove giornalisti siciliani uccisi dalla mafia, e come ce l’hanno i tanti cronisti calabresi vittime di intimidazioni e minacce. Perché la Calabria somiglia molto al Messico. E questa somiglianza, queste sovrapposizioni e tragedie emergono nel film documentario “Silencio” di Attilio Bolzoni e Massimo Cappello, prodotto dall’Associazione stampa romana e dalla Fondazione Musica per Roma, con il sostegno di Sky e la collaborazione di Repubblica, che viene presentato alle 20,30 al Teatro Massimo.

Attilio Bolzoni è riuscito a far da collante fra queste due realtà, geograficamente distanti, ma vicini per mentalità criminale. E così ne è nato un viaggio in un luogo del mondo dove la vita di un giornalista vale meno di niente. E in questo documentario i protagonisti sono loro, i reporteros. Le immagini ci portano in questo luogo dove si respira la morte, ma anche la passione che hanno per le notizie. E scopriamo che ad ammazzarli sono i narcos ma soprattutto li ammazza il potere. Trafficanti e governatori che fanno affari insieme, militari corrotti, pubblici ufficiali assassini, stragi di mafia e stragi di Stato che si confondono nel sangue. L’ultima appena due mesi fa nel Guerrero, 43 ragazzi rapiti, uccisi e bruciati da mafiosi con la complicità della polizia e su mandato di un sindaco che nel suo pueblo viveva come un re.
Ne hanno uccisi ottanta di giornalisti in Messico negli ultimi quattordici anni. E altri sedici sono scomparsi.
Le immagini di questo documentario partono dal Messico dove Attilio Bolzoni attraversa le strade deserte del Tamaulipas incompagniadiungrande reporte-ro che si chiama Diego Enrique Osorno. Si incontrano sulla carretera nacional 54, la strada più carogna di questo Paese. Diego è uno dei grandi talenti del “nuevo periodismo latino americano”, autore di best seller pubblicati in tutto il mondo. Lui e gli altri giornalisti messicani (i vivi e i morti) sono i protagonisti di questo film documentario che ci conduce da Città del Messico ai confini violenti con il Texas e dai gironi infernali di Veracruz fino alle spiagge bianche della Riviera Maya, dove tutto deve sembrare quieto, tranquillo, divertente. Dove è sempre festa ed è sempre vacanza. Dove i cartelli della droga messicani fanno commercio con camorristi napoletani e soprattutto con calabresi che riciclano i proventi della cocaina nel lusso di Cancun o a Playa del Carmen, una Little Italy - lì vivono almeno ventimila nostri connazionali - con tanti ristoranti bar, pizzerie e gelaterie di italiani perbene e poi “loro”, i boss che comprano tutto in contanti.
Gli autori seguendo questo filo geografico- criminale “precipitano”, come dicono loro, nella parte più “messicana” del nostro Paese: in Calabria. Qui vivono decine di cronisti che sono corrispondenti di guerra a casa loro. E con questi giornalisti calabresi gli autori parlano, viaggiano nella locride, attraversano campagne e paesini dove si annida la ‘ndrangheta. Raccontano la storia di Michele Albanese, di Giuseppe Baldessarro, di Giovanni Tizian. I luoghi che frequentano o che sono simbolo di rinascita o rivoluzione. Di pace e di morte. E qui il viaggio si anima, fra giornalisti intimiditi dai clan e i preti che resistono ai boss. E ci sono anche quelli che non resistono. Le città massacrate e rovinate dalla criminalità organizzata e l’impegno quotidiano di informare. Raccontare, anche a costo di mettere in pericolo la propria vita, quello che accade in Calabria. Come in Messico. Il lavoro di Attilio e Massimo ci porta a riflettere sulla realtà dei nostri tempi. Ma soprattutto sulla nostra professione. E accende i riflettori su due realtà pericolose dove i giornalisti non possono essere abbandonati a loro stessi. Perché è importante conoscere colleghi non solo come Albanese, Baldessarro e Tizian. Ma anche Diego Osorno, Anabel Hernàndez, portavoce di chi considera insufficienti le politiche adottate dal governo contro i narcos, che descrive in un libro la storia definitiva dei cartelli messicani della droga. È una delle più importanti giornaliste messicane e racconta senza censure come il Messico sia diventato negli anni la base dei cartelli della droga in tutto il Sudamerica, anche grazie ai contatti con il governo e alle infiltrazioni nell’ambiente politico. A causa delle verità che ha riportato nei suoi libri e sulle cronache dei quotidiani con i quali collabora, è costretta a vivere sotto scorta per via delle numerose minacce di morte ricevute. Accanto a lei c’è anche Jorge Carrasco e tutti gli altri colleghi messicani, sconosciuti e poco famosi, che hanno la passione per le notizie e sono diventati ribelli per continuare a fare i giornalisti.

Tratto da: La Repubblica - Palermo dell'11 dicembre 2014