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No, la partita comincia adesso: chi ha paura dei magistrati talebani? - Catania, 19 Luglio

20190719 no partita inizia oraSi terrà a Catania, nella Chiesa di San Martino dei Bianchi (in via Vittorio Emanuele II, 189), alle 16.45, la manifestazione organizzata dalla Fondazione “La città invisibile”, in occasione del ventisettesimo anniversario della strage di via D’Amelio, in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Claudio Traina, Eddie Walter Cosina, Fabio Vincenzo Li Muli, e in cui restò superstite il poliziotto Antonino Vullo.
L’evento dal titolo “No, la partita comincia adesso: chi ha paura dei magistrati talebani?” vedrà l’alternanza di momenti di riflessione, in cui interverranno Autorità istituzionali, il prof. Spartaco Pupo (docente di Storia delle dottrine politiche dell’Università della Calabria) e il prof. Giancarlo Costabile (docente di Storia dell’Educazione alla democrazia e alla legalità presso il Dipartimento di Lingue e Scienze dell’Educazione dell’Università della Calabria, dove coordina il laboratorio didattico di Pedagogia dell’Antimafia), l’avvocato Enzo Guarnera, a momenti musicali con l’esecuzione di brani classici da parte dell’Orchestra sinfonica giovanile “Falcone Borsellino” diretta dal maestro del Sistema Abreu Semaias Botello.
Il titolo della manifestazione trae spunto da un dialogo tra Borsellino e l’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco, riportata dalla signora Agnese, moglie del magistrato. "Così si chiude la partita", disse a Paolo Borsellino il procuratore di Palermo Giammanco la mattina del 19 luglio del 1992 al telefono. E il giudice Paolo gli rispose urlando: "No, la partita comincia adesso". Nel frattempo l’auto per l’attentato è già posteggiata davanti al numero 19 di via D’Amelio, pronta ad esplodere alle 17.05.
Le parole di Paolo Borsellino, il suo vigoroso, risoluto, potente “NO!”, hanno forse deciso la sua fine? A che cosa o a chi ha detto “NO!” quella mattina? E di quale partita stava parlando Giammanco, dall’alto del suo ruolo direttivo della procura più importante d’Italia, ancora più autorevole dopo gli omicidi dell’onorevole Lima e soprattutto dopo la strage di Capaci?
Certo è che quelle parole di Borsellino oggi riecheggiano molto inquietanti, come un tuono, un allarme, un monito. Ma potrebbero nel contempo anche essere intese come significative. Se lette in una prospettiva etica, appaiono come una guida, un faro nelle tenebre, in grado di orientare l’approdo sicuro al periglioso navigare della procella Italia.
Già nell’ultimo suo discorso pubblico, pronunciato nell’atrio della biblioteca comunale di Casa Professa il 25 giugno 1992, Paolo Borsellino, parlando del vergognoso isolamento vissuto da Falcone, della gogna in cui venne sottoposto da certa informazione, accusò la magistratura, il Consiglio superiore della magistratura, di aver iniziato a far morire l’amico Giovanni, quando, nel gennaio del 1988, gli preferì il consigliere Antonino Meli alla nomina quale membro del CSM.
E riportando questa accusa, egli concluse le sue parole con questa illuminante frase: “Quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura”. A chi faceva paura il magistrato Falcone? A chi poteva dare fastidio l’incorruttibile, l’abilissimo, l’intelligentissimo magistrato Falcone? A chi poteva nuocere “il più talebano dei giudici talebani che l’Italia abbia mai avuto”, come oggi potremmo definire Falcone, mutuando un aggettivo utilizzato dal deputato del Partito democratico Cosimo Ferri in una conversazione con Luigi Spina, consigliere dimissionario del CSM (coinvolti nello scandalo sulla P5, così definiscono il PM Ardita)?
Le domande sono più che mai attualissime vista l’atmosfera ibrida del nostro tempo, incerta sui passi da compiere verso una nuova riforma morale del CSM, riforma che passa dalla scelta di magistrati membri eticamente credibili e soprattutto coraggiosi, come lo è ad esempio il procuratore Nino Di Matteo. E quale migliore occasione, se non quella del 19 luglio, per ricordare a tutti che vi sono magistrati che ancora oggi, come lo furono Falcone e Borsellino, combattono l’anti-stato, mettono a repentaglio la propria vita, e che, invece di essere sostenuti e difesi, sono isolati, vessati, vilipesi, in primis proprio dentro le stesse procure in cui operano, e poi anche dal mondo dei cosiddetti intellettuali, che spesso risulta o colluso o indifferente alla loro eroica attività. E’ quanto sta accedendo non solo al dottor Di Matteo, estromesso dal pool che indaga sulle stragi con una decisione ingiusta e fuori dalla logica, ma anche al Procuratore Nicola Gratteri. Da qui l’appello rivolto alle istituzioni culturali della Calabria dei de docenti Spartaco Pupo e Giancarlo Costabile dell’Unical: uomini e donne di cultura si schierino dalla parte del magistrato anti ’Ndrangheta che con il suo lavoro mette a nudo gli intrecci della criminalità organizzata con la politica e gli apparati burocratico-amministrativi della Calabria.
L’amministrazione della giustizia è un compito delicato ed essenziale per la democrazia, poiché laddove essa è bloccata o sottoposta ad disfunzionalità e ritardi, crea nel cittadino rassegnazione, sfiducia nella legalità, disordine mentale ed emotivo, richiesta dell’intervento del cosiddetto “uomo forte”, capace di sanare le ingiustizie sociali e le diseguaglianze ovunque non represse o represse malamente. La Giustizia malata è foriera di una malata società che sfocia nel rischio per lo stato di finire in mano a una dittatura. La giustizia è tale solo se le vittime ottengono risposta alla loro domanda di verità e giustizia. Ed è evidente che non ci si può attendere giustizia se in essa vigono leggi di sistema e di scambi di corrente estranei alla vera giustizia. La partita è, come diceva Borsellino, ancora aperta. Non ci dobbiamo arrendere. Occorre sostenere i magistrati come Gratteri e Di Matteo, che si è candidato ad occupare uno dei due posti lasciati liberi al CSM in seguito al caso Palamara. Occorre valorizzare l’inarrestabile lavoro di procuratori come Zuccaro e tutti coloro che nelle forze dell’ordine si impegnano nel contrasto alle mafie, alla corruzione e alla massoneria mafiosa.
Pensiamo che sia necessario ristabilire le condizioni di fiducia dei cittadini verso lo Stato chiedendo al Presidente della Repubblica e alle componenti alte della Magistratura, di utilizzare gli uomini migliori come quelli citati per difendere l’autonomia della giustizia rispetto alla politica. Perché la politica trovi formule di resurrezione attraverso una partecipazione limpida dei cittadini alla cosa pubblica, fondata sul “fresco profumo di libertà, che si oppone al compromesso morale, all’indifferenza, alla contiguità e alla complicità”, come affermava Borsellino. Solo così sarà possibile dare un nome ai mandanti della strage di via D’Amelio e alle tante stragi che hanno insanguinato il nostro Paese.
A questo scopo è essenziale educare i più giovani sin dalla tenera età, stimolando nei ragazzi il senso di coesione attorno ai valori precipui della Costituzione per la rinascita della società civile. La Fondazione “La città invisibile” svolge da 10 anni questo ruolo. Ha educato migliaia di giovani nei temi della legalità, e, con i 120 concerti eseguiti dall’orchestra sinfonica giovanile “Falcone Borsellino”, ha istruito nella musica classica oltre 1500 ragazzini dei quartieri di Librino, San Cristoforo e altri quartieri difficili di Catania, e nei paesi della provincia etnea (Adrano, Biancavilla, Paternò).
Una nuova umanità sta emergendo dalla crisi: il volto originale in cui tutti dovremmo riconoscerci.

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