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Alternativa

Chi ha costruito il Muro di Berlino?

Riflessioni sulla Guerra fredda
di Giulietto Chiesa

Il Muro costituisce la metafora e la sintesi dell’intera Guerra fredda. È uno dei principali fondamenti della sconfitta definitiva del socialismo reale, di fronte alla straordinaria capacità affabulatrice del capitalismo nella sua fase matura. Ma il Muro segna anche, al tempo stesso, l’inizio della manipolazione di massa in forme completamente nuove rispetto al passato e il mutamento radicale delle stesse forme della competizione geopolitica.
Per capire il significato che il Muro ha assunto nell’immaginario collettivo dell’Occidente, si può partire dal discorso che il presidente americano John Kennedy pronunciò il 26 giugno 1963 a Berlino, dall’alto di un’impalcatura nei pressi della porta di Brandeburgo, dal quale poteva gettare uno sguardo dall’altra parte: “Ci sono molte persone al mondo che non comprendono, o non sanno, quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! Ve ne sono alcuni che affermano che il comunismo rappresenta l’onda del futuro. Fateli venire a Berlino! Ve ne sono altri, in Europa e altrove, che invitano a collaborare con i comunisti. Fateli venire a Berlino! […] Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino. Ecco perché, come uomo libero, sono orgoglioso di gridare Ich bin ein Berliner, sono un berlinese”.
Quell’esclamazione fu il titolo di migliaia di articoli, di trasmissioni radio, di reportage televisivi. Il Muro di Berlino era stato alzato da due anni. Era sorto il 13 agosto del 1961 e da quel momento divenne la bandiera, il simbolo, la dimostrazione definitiva della totale incompatibilità tra il ‘mondo della libertà’ e il comunismo sovietico. Kennedy aveva definito le linee di demarcazione ideali alle quali ci si sarebbe dovuti attenere:

- i due sistemi sono incompatibili;
- non ci può essere collaborazione tra di loro;
- noi siamo la libertà, loro l’oppressione.

La Guerra fredda era già cominciata da tempo. In realtà subito dopo la conferenza di Jalta. Ma, fino a quel momento, non aveva ancora trovato il suo inno, la sua motivazione ideologica, la sua rappresentazione.
Oggi, a 30 anni dalla caduta del Muro, possiamo già intravedere il baccanale delle celebrazioni di quella vittoria. È già avvenuto nel decennale e nel ventennale, ma al terzo decennio dal crollo sarà di molto superiore. Ed è chiaro il perché.
C’è una ragione precisa per questo ‘innalzamento del volume’: tanta più enfasi sarà data all’evento quanto più serio è oggi il pericolo di una revisione di quella narrazione. È già in azione un esercito di agiografi che sottolineeranno i fasti di quel trionfo: proprio per sommergere sul nascere ogni tentativo di contestarlo. Il fatto è che quel trionfo deve essere illustrato e spiegato a una nuova generazione che non lo conosce, che non l’ha vissuto. Specie in quest’Europa attuale (che di quella vittoria è la diretta conseguenza) bisognerà spiegare che essa era l’unica possibile soluzione, nell’interesse dell’Impero del Bene.
Compito degli agiografi, in primo luogo, sarà quello di impedire che qualcuno si faccia venire in mente la domanda seguente: perché quel muro fu costruito? Per intravedere la risposta basterebbe dare un’occhiata alla cronologia degli eventi. E poi riflettere. La Germania fu divisa, per accordo dei tre vincitori (la Francia fu inclusa dopo) in zone di occupazione. Lo decisero la Conferenza di Jalta (4-11 febbraio 1945) e la Conferenza di Berlino-Potsdam (17 luglio-2 agosto 1945). Berlino era caduta in mano sovietica due mesi prima, il 2 maggio 1945. Le truppe americane arrivarono a Berlino circa un mese dopo.
Il 23 febbraio 1946 George Kennan inviò il ‘lungo telegramma’ di 8mila parole al Dipartimento di Stato, dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt. E fu, appunto l’inizio della Guerra fredda. Da quel momento la linea degli Stati Uniti cambia radicalmente. Il nuovo Presidente americano, Harry Truman, proprio sulla scorta dell’analisi di George Kennan, è convinto che con l’Unione Sovietica non ci potrà essere alcuna intesa circa la gestione congiunta degli occupanti.
Di conseguenza, senza proclamarlo ma agendo con grande rapidità, gli Stati Uniti decidono di cambiare tutte le carte in tavola. Cioè che la Germania dovrà essere ricostruita contro l’Unione Sovietica, nell’interesse dell’Occidente, e in primo luogo degli stessi Stati Uniti. Tutte le intese di Jalta e Potsdam saranno dunque cancellate unilateralmente nei mesi a venire. Il 3 aprile 1948 Harry Truman firma il piano Marshall, che darà un formidabile impulso alla ricostruzione politica e industriale della Germania con centinaia di miliardi di dollari della ricca e intatta America. Il progetto è, di fatto, la messa in opera delle conclusioni della conferenza di Bretton Woods, che era stata convocata nel 1944, a guerra ancora in corso.
Lo squilibrio che si crea è insostenibile. L’Urss è un Paese vincitore, ma devastato da una guerra che si è compita in gran parte sul suo territorio, e non può reggere il confronto economico. Berlino – divisa, di comune accordo, in quattro zone di occupazione – diventa la platea di una contesa del tutto diseguale. Con la rivalutazione unilaterale della moneta tedesca dell’Ovest, milioni di persone si riverseranno verso il benessere americano. Gli occidentali formano la Repubblica Federale Tedesca il 23 maggio 1949. Ma poco prima, il 4 aprile, nasce a Washington l’Alleanza Atlantica, la Nato.
Attenzione alle date. Il 24 giugno 1948 Stalin decide, in risposta, il blocco di Berlino Ovest, che si trasformerà in una devastante sconfitta propagandistica dell’Unione Sovietica. Solo dopo cinque mesi l’Urss sostituirà, con uno Stato formalmente sovrano la propria zona di occupazione. Il 7 ottobre 1949 nasce la Repubblica Democratica Tedesca (DDR), con capitale Berlino (Est). Le Germanie diventano due, l’una contrapposta all’altra. Ma non fu una scelta di Stalin.
Il Patto di Varsavia, strumento militare collettivo delle Repubbliche Popolari dell’Est, nascerà addirittura sei anni dopo la Nato, il 14 maggio 1955. Dal 1949 al 1961, ben 2,7 milioni di persone uscirono da Berlino. Solo nel 1960 — l’anno prima del Muro — se ne andarono in 200mila. Alla DDR restava solo la scelta tra arrendersi e sprangare la porta. Ma i rapporti di forza tra le due parti del Muro rimasero diseguali. Il Muro resse per 28 anni. Adesso sarebbe tempo di dire la verità sui motivi che lo fecero sorgere. Ma questa verità non può essere detta.
(15 Marzo 2019)

Tratto da: wsimag.com

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