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Alternativa

Seduti sull'orlo del vulcano?

di Giulietto Chiesa
Il fatto è che i dirigenti delle multinazionali USA stanno vendendo a tutto spiano le azioni delle aziende nelle quali lavorano e da cui prendono lauti stipendi e premi. Che vuol dire?

Viene in mente il famoso romanzo russo di fantascienza, “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Strugatskij, che narrava di un’astronave misteriosa che sarebbe atterrata da qualche parte, sulla Terra, lasciando dietro di sé la sua strana immondizia d’un altro mondo. Il regista Andrej Tarkovskij ne fece un film, Stalker. Appunto. Potrebbe darsi che qualcuno dei giocatori d’azzardo della finanza mondiale si troverà presto a fare lo “stalker” dopo l’atterraggio dell’astronave chiamata Recessione.

Il fatto è che i dirigenti delle multinazionali USA stanno vendendo a tutto spiano le azioni delle aziende nelle quali lavorano e da cui prendono lauti stipendi e premi. Che vuol dire? È come se loro si aspettassero un crollo. In ogni caso il segnale indica grande incertezza, circa ciò che succede lassù dove le segrete cose si creano.

Le cifre non lasciano però dubbi: dall’inizio dell’anno in corso, cioè da circa 10 mesi i titoli venduti sul mercato azionario hanno toccato il controvalore di $26 miliardi. Siamo ancora molto al di sotto della crisi dell’anno 2000, quella che fu denominata come “dot-com”, dove l’analogo fenomeno raggiunse i $37 miliardi. Ma c’è una seconda sfilza di dati, molto ben visibile: quella dei cosiddetti “buybacks”, cioè gli acquisti da parte delle aziende dei titoli venduti dai loro dirigenti. Tanto per capirci: si tratta di una truffa abbastanza volgare, ma largamente praticata. Consente discreti guadagni e funziona così: l’azienda si indebita, ma per comprare le sue azioni a prezzo più basso.

Le cifre dicono che i “buybacks” sono a +20% rispetto alla stessa data del 2018. Che fu già un anno record quanto a riacquisto dei propri titoli. Adesso siamo già al 122%, che è un record assoluto per i primi nove mesi di un anno qualunque. Ma c’è di peggio: la crisi di liquidità indica che la domanda supera sistematicamente l’offerta di nuovo denaro. La Federal Reserve continua a fare aste programmate di denaro fresco che vengono prese d’assalto. Non è ancora una ripresa del QE (Quantitative Easing), ma è equivalente. Quella recente a 14 giorni, detta dei normali “repo” (pronti contro termine, cioè vendita e riacquisto di titoli a date differenti) era stata prevista a $30 miliardi ed è finita a $60 miliardi, cioè il doppio. L’asta dei repo a 1 giorno, partita da 75 miliardi, è infine salita fino a 100.

È un po’ come la circolazione sanguigna. Se non ce n’è abbastanza l’organismo si raffredda, fino a bloccarsi (sonno o morte). In termini finanziari significa che le istituzioni finanziarie non hanno più la liquidità necessaria per prestarsi denaro l’una con l’altra. Una situazione che molti esperti ritengono assai simile a quella che portò al crollo della Lehman Brothers, nel 2009.

Il dato inquietante è che non se ne parla, quasi che esistesse un ordine emanato non si sa da chi, non si sa da dove. Ma che funziona, perché non se ne parla davvero. Si teme il panico di chi non sa quasi niente. Tuttavia, quelli che capiscono qualche cosa sembra che, almeno statisticamente, siano in grado di reagire. E di confermare, mediante riflessi condizionati simili a quelli di Pavlov con i suoi cani. Il Financial Times ha pubblicato un sondaggio di ASR (Absolute Strategy Research) dove si dice che il 52% dei top dirigenti finanziari che si occupano di moneta si aspetta che una recessione mondiale arriverà già nel 2020.

Tratto da: it.sputniknews.com

Foto © Imagoeconomica

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