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Alternativa

L'''impronta ecologica'' è insostenibile. Ma si può ancora cambiare?

di Giulietto Chiesa
Viviamo al di sopra delle nostre possibilità, questo è già certo, ma per pochi. Invece vale per tutti e, tra non molto, se ne accorgeranno in molti. Sicuramente la prossima generazione. Che significa? Che l’ecosistema in cui viviamo ha bisogno di un certo tempo per “rigenerarsi” dalla fatica che fa a sopportarci tutti. Ma il tempo del ricupero si accorcia

Gli scienziati della “sostenibilità la chiamano “impronta ecologica”. Io la chiamerei impronta umana, perché sono gli uomini, in primo luogo, che consumano le risorse e cambiano gli equilibri. Noi respiriamo, cioè cambiamo la composizione chimica dell’aria; sporchiamo l’acqua, beviamo, ci laviamo, gettiamo gli scarti delle cose che consumiamo, spesso inutilmente, mandiamo i fumi delle produzioni industriali nell’aria, produciamo scarti che prima di noi non c’erano e l’elenco sarebbe lunghissimo.
La natura fa il suo corso e, quando ha il tempo, rimette le cose in equilibrio. Ma poiché noi acceleriamo nella nostra pazzia consumistica, da un po’ di tempo questo riequilibrio non si ricostituisce. Ed è un gran guaio! Prendiamo l’Europa. La sua popolazione è all’incirca il 7% di quella mondiale. Gli europei però consumano all’incirca il 20% delle risorse naturali disponibili. Il che significa che, se tutti si comportassero come noi, come gli americani, al resto dell’umanità non resterebbe una quota sufficiente di risorse per sopravvivere. Non domani, ma tra qualche decennio sarà così.
Peggio ancora, i dati dimostrano che questa situazione, invece di andare verso un miglioramento, va sempre più velocemente verso un peggioramento. Cioè stiamo cadendo sempre più in fretta. Nel 1961 le risorse rinnovabili risultavano già esaurite il 13 ottobre. Nel 1965 le risorse rinnovabili erano già finite prima di settembre. Nel 1969 finimmo le risorse prima di agosto e nel 1979 prima di giugno. Il che significa che siamo sempre più in debito nei riguardi della natura che ci circonda, ci nutre e ci fa vivere.

Adesso sta diventando di moda protestare, chiedendo ai governanti di “prendere provvedimenti”. Il problema è che prendere provvedimenti significa, né più né meno, cambiare radicalmente stile di vita. Ma, a sua volta, cosa significa stile di vita? Significa in sostanza consumare di meno, viaggiare di meno, rinunciare a molte cose che sono diventate abitudini alle quali nessuno di noi è disposto a rinunciare. Ma, fosse solo questo, sarebbe in un certo senso, abbastanza facile. Il problema è che queste rinunce implicherebbero un cambiamento radicale di tutta la struttura industriale del pianeta.

E questo è molto più difficile da fare, per non dire impossibile. Perché le fabbriche dovrebbero produrre di meno per inquinare di meno. Gli aerei dovrebbero volare di meno, e cioè se ne dovrebbero produrre di meno. Altrettanto sarebbe per le automobili. E nemmeno ci salverebbe farle elettriche, perché dovremmo anche ridurre la produzione delle macchine elettriche. L’occupazione crollerebbe. La finanza mondiale crollerebbe altrettanto e perfino più velocemente. Altrettanto si dovrebbe fare con la produzione agricola, con l’allevamento del bestiame.
Chi può prendere decisioni di questo genere? Praticamente i dirigenti politici e i governi non sarebbero capaci di rispondere alle proteste popolari. L’unica via percorribile sarebbe un cambiamento graduale: insomma poco per volta. Accompagnato da un intenso processo di rieducazione collettiva. E dalla creazione di istituzioni internazionali che dovrebbero impedire collisioni, guerre, contrasti tra le diverse comunità umane che si trovano a diversi livelli di sviluppo e di consumo. L’esempio fatto all’inizio ci dice che si aprirebbero immediatamente serie contraddizioni, per esempio tra gli europei e gli africani e le diverse popolazioni del mondo entrerebbero in conflitto le une con le altre proprio nel consumo delle risorse, che non sono sparse sul pianeta in modo equivalente. I grandi flussi migratori, già in corso, si accresceranno. E sono solo alcuni degli immensi cambiamenti che sarebbero necessari. Anzi direi che sono già certamente necessari.
Dunque non basta protestare indistintamente contro chi ci governa. Bisognerebbe cominciare a scegliere bene, in modo che salgano a governarci gli uomini e le donne che comprendono le difficoltà che dovremo affrontare. E bisognerebbe cominciare subito, immediatamente, a cancellare la follia di una società umana che si avvia al suicidio collettivo pur sapendo (almeno a un certo livello di cultura), che questo sviluppo è inequivocabilmente insostenibile.

Tratto da: it.sputniknews.com

Foto © CC0 / Pixabay

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