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Alternativa

Un manifesto europeo

manifesto europeoAd opera d'un gruppo selezionato da Alternativa (il laboratorio politico fondato da Giulietto Chiesa), assieme a un gruppo di intellettuali con le idee del futuro.
di Redazione Megachip - 17 giugno 2013

Alternativa.
Pubblichiamo un Manifesto per l'Europa alla cui stesura ha lavorato sia un gruppo ad hoc selezionato da Alternativa (il laboratorio politico fondato da Giulietto Chiesa), sia un gruppo di intellettuali di diverse esperienze e traiettorie professionali come l'economista Bruno Amoroso, il diplomatico Agostino Chiesa Alciator, nonché Piero Pagliani e Pierluigi Fagan. Il documento è stato presentato il 17 giugno a Bruxelles presso il Parlamento Europeo, in occasione di un confronto preliminare per una nuova Europa e contro l'Europa della troika, promosso da svariati gruppi politici.

Manifesto per l'Europa
Lo scenario

Un club planetario a vocazione totalitaria sta distruggendo l'Europa dei popoli, la nostra vita, la nostra democrazia, la nostra libertà. Il nostro futuro è in grave pericolo. Gradualmente, senza che ce ne rendessimo conto, siamo stati consegnati nelle mani di un'oligarchia senza patria e senz'anima, il cui unico collante è il delirio di onnipotenza derivante dal possesso del denaro infinito che essa crea.
Coloro che ci hanno condotto a questo guado sono i maggiordomi dei "proprietari universali": i proprietari finali delle azioni di banche, fondi e corporations internazionali, persone che nessuno di noi conosce, che nessuno ha mai eletto ma che determinano le nostre vite. Essi, sostenuti da parlamenti formalmente eletti, ma in realtà nominati dall'alto, hanno consegnato il potere politico ed economico - un tempo prerogativa degli Stati - a strutture prive di ogni legittimazione democratica. Queste strutture sono le impalcature di un nuovo ordine mondiale in via di costruzione. Si tratta di un'ipotesi eversiva e autoritaria che i pochissimi, e già smisuratamente ricchi, vogliono imporre a moltitudini già impoverite. E' un disegno aberrante che si fonda sull'illusione della crescita infinita e che è destinato a produrre caos e guerre, poiché rifiuta di constatare la fine dell'era dell'abbondanza.

Costoro, consapevoli del crescere della protesta e della ribellione popolare, si preparano a reprimerla. Sanno della precarietà dell'inganno con cui hanno usurpato il potere; sanno che le loro presunte leggi economiche e monetarie sono una truffa globale; sanno che il denaro virtuale mediante il quale ci dominano, è destinato e finire in cenere. Per questo destabilizzano le residuali istituzioni democratiche, introducono nuove leggi usurpatrici, mentre si apprestano ad allungare le mani sulle ricchezze materiali ancora disponibili: territori, acqua, cibo, fabbriche, risparmi, storia, monumenti, "risorse umane". Se non li fermiamo le compreranno, a prezzi stracciati, privatizzandole con l'immensa massa di denaro virtuale, trasformato in debito, che stanno creando dal nulla a ritmi vertiginosi.
Alla fine resteranno intere popolazioni - cioè tutti noi - ridotte in miseria, ignoranza e schiavitù, cioè senza beni e senza diritti e quindi senza futuro. La Grecia è l'esempio pratico di una strategia già in atto. Questo è il ritratto di ciò che resta del progetto di pace e benessere europeo.
Quel progetto è stato prima fermato e poi distorto fino a renderlo irriconoscibile. Era l'idea della costruzione di una nuova entità statale sovranazionale senza il ricorso alla conquista, alla violenza e alla guerra, ma con la partecipazione con eguali diritti di tutti i partner, grandi e piccoli. Era la nascita di un nuovo protagonista mondiale di pace, in grado di svolgere un ruolo autonomo e non subalterno alla politica e agl'interessi degli altri giganti. Un tale obiettivo poteva essere raggiunto solo ponendo l'Europa sulla stessa dimensione di scala dell'Unione Sovietica e degli Stati Uniti. Non in competizione con essi ma in un rapporto paritario geopolitico.
Questo disegno è stato cancellato. In una sorda lotta per il dominio, l'Europa è stata piegata dall'egemonia politica, militare, economica degli Stati Uniti. Il dominio del dollaro come moneta-potenza ha prima loro permesso di assoggettare letteralmente l'Europa e di vincolarla al disegno militare della Nato. Poi, con la sconfitta definitiva dell'Unione Sovietica, e il suo crollo, di imporre al resto del mondo il "servizio monetario" di Wall Street e della City of London.
Gli strumenti messi in atto dal 1990 in poi in Europa non sono stati effetti collaterali di scelte "sbagliate" che produssero la crisi sociale ed economica dei popoli europei. Essi furono coerenti con quel progetto, che è quello dell'apartheid globale della Troika.
All'Europa è stata imposta (e i leader europei l'hanno accettata e fatta propria), la globalizzazione americana. Le regole americane sono state esportate insieme alla deregulation, alle privatizzazioni, all'attacco allo Stato, alla deificazione dei mercati, alla trasformazione delle relazioni umane, e perfino della politica, in merce. Il potere politico è passato nelle mani dell'alta finanzia internazionalizzata.
Lo stesso allargamento dell'Unione Europea a 28 paesi, con l'inclusione di quasi tutti gli ex satelliti del Patto di Varsavia e perfino delle tre repubbliche ex sovietiche baltiche, è stato preceduto di fatto dalla loro subitanea inclusione nella Nato. In tal modo garantendo agli Stati Uniti il controllo diretto e indiretto dei successivi processi d'integrazione europea. Si è cercato e si cerca, spasmodicamente, di introdurre nel tessuto socio-economico europeo, e nella sua stessa cultura, valori e stereotipi dell'american way of life. Il progressivo controllo e concentrazione dell'industria della comunicazione e dell'informazione di massa, fino alla mostruosa espansione dei social network, ha prodotto una vera e propria modificazione antropologica dei popoli europei, anche se le correnti profonde della storia europea hanno manifestato insperate capacità di difesa nei confronti dell'aggressione tecnologico-ideologica.
L'esplosione della crisi, che si è verificata proprio nel centro del potere imperiale (dunque espressione di una gravissima malattia interna ad esso, che si è coniugata con la progressiva rarefazione delle risorse disponibili e con l'apparire sulla scena di altri giganti non più riconducibili al disegno dei "proprietari universali") ha rivelato la fragilità del loro progetto.
Si pone concretamente, urgentemente, la necessità di fermarli. In primo luogo perché essi sono i produttori della povertà e guerra. Milioni di europei, praticamente ormai di ogni classe sociale, ad eccezione dei pochi assoldati per svolgere il ruolo di servi privilegiati (e, tra questi, vi sono i principali controllori dell'informazione-comunicazione) sono in cerca di un'alternativa alla crescente insostenibilità della loro condizione sociale. Cresce l'inquietudine e l'incertezza, la sensazione di un pericolo incombente. E' acquisizione comune che la prossima generazione sarà la prima - dalla seconda guerra mondiale a oggi - che ha una prospettiva di esistenza peggiore di quella dei padri. E tuttavia ancora lungo è il percorso da fare, per i "molti", per arrivare a comprendere che non è in gioco soltanto il loro tenore di vita. In gioco è infatti la loro stessa vita e quella dei loro figli. Sono in gioco le sorti stesse del genere umano, poiché la "cupola" del potere dovrà, a sua volta, estendere la sua rapina agli altri sei miliardi di individui che popolano il pianeta. E non potrà più farlo impunemente, come ha fatto negli ultimi tre secoli, perché là stanno sorgendo - anzi sono già sorti - protagonisti in grado di difendersi e contrattaccare.
Per milioni di europei si pone dunque il compito di respingere un cosiddetto nuovo ordine mondiale che si presenta in realtà come un nuovo feudalesimo, in cui una infinitesima parte del genere umano avrà diritto di vita e di morte su tutti e in cui ai popoli resta come unica via d'uscita la sottomissione. La democrazia liberale è già stata irrimediabilmente lesionata ed era, insieme ai diritti umani, l'unico valore diverso dal potere del denaro rimasto a baluardo della cosiddetta "civiltà occidentale".
E' giunto il momento di fermare la "scimmia al comando". E di togliere dalle sue mani in primo luogo i pulsanti della guerra. Nessun soldato europeo dovrà più partecipare ad alcun conflitto fuori dai confini dell'Unione, tanto meno se mascherato da missione umanitaria e di pace.
Occorre cominciare a definire principi e valori che siano adatti alla transizione da una organizzazione economica e sociale insostenibile - e destinata a morire tra le convulsioni - a una società sostenibile, in pace con la Natura, con l'ecosistema. Una civiltà della convivenza, che progredisca "con il passo dell'Uomo", quindi democratica. Queste sono le condizioni per la sopravvivenza.

Principi generali per un rinascimento europeo
La nuova Europa che vogliamo dev'essere liberata da vincoli e impacci che non solo riducono la sua capacità di rispondere alle esigenze dei cittadini, ma che opprimono i popoli membri e creano divisioni tra gli Stati.
Uno di questi vincoli è diventato la moneta comune così com'è oggi. L'euro è un problema per tutti, sia per i "forti" che per i "deboli". S'impone dunque un nuovo sistema monetario comune, concordato, che preveda una superiore autonomia di politica finanziaria degli Stati membri e che riporti le fondamentali decisioni in materia ai parlamenti nazionali. Solo su queste nuove basi si potrà tornare a parlare di trasferimento graduale, democratico, condiviso, di sovranità ad un parlamento europeo realmente rappresentativo e dotato di effettivi poteri.
La nuova Europa che vogliamo non può accettare gli attuali livelli di diseguaglianza economica e sociale tra i popoli europei e all'interno di ogni singolo paese. Occorre che l'Europa dichiari "illegale" la povertà. Occorre che la prima e principale preoccupazione dei governi europei e del futuro governo europeo sia quella di garantire la piena occupazione e la dignità di una salario equo.
Occorre, cioè, abbandonare per l'immediato ogni politica di austerità e promuovere una nuova civiltà economica. Ciò implica e presuppone il rigetto degli attuali Trattati Europei e l'avvio di una nuova fase costituente.
La nuova Europa deve basarsi sul riconoscimento pieno (con tutte le conseguenze che ne discendono) del dato di fatto che si tratta di un'unione tra "diversi". Non solo per storia, lingua, tradizioni, assetti giuridici, organizzazione politica, ma anche e soprattutto per livelli di organizzazione sociale, di efficienza, di tenore di vita. Ciò significa che, pur dovendosi prevedere norme comuni, valide per tutti e da tutti accettate, si devono prevedere meccanismi di compensazione che producano riequilibrio e permettano di diminuire le differenze in tempi definiti. Una nuova Europa non può che essere un'Europa solidale.
Una nuova Europa dev'essere democratica. Non può essere democratica se non sarà capace di valorizzare le diversità che la caratterizzano. Non potrà valorizzare queste diversità se la federazione assumerà forme centralistiche rigide.
Una nuova Europa non può essere democratica e solidale all'interno e praticare all'esterno le regole della globalizzazione imperiale.
Una nuova Europa non può essere democratica e solidale, all'interno e all'esterno, se non ripudia la guerra e forme di imposizione e sopruso nei confronti dei partner vicini e lontani. I principi europei possono e debbono essere difesi e diffusi, ma non possono e non debbono essere imposti all'esterno.

Chiare proposte (di lotta) per il cambiamento
Siamo consapevoli che alcune di queste proposte non trovano, al momento, che pochi, o soltanto alcuni, riscontri nella volontà dei governi, e dei popoli. Noi siamo convinti, tuttavia, che attorno ad esse sia possibile costruire un movimento di opinione e di alleanze sociali che le trasformi in proposte attuabili. Esse sono infatti, a nostro avviso, necessarie per ogni progetto di una nuova Europa e, senza di esse, non sarà possibile affrontare la transizione verso una nuova società . La loro comprensione sarà resa possibile, del resto, in tempi brevi, anche dal procedere e dall'aggravarsi della crisi.
Occorrono dunque misure immediate per un cambio di rotta. Ciascuna di esse rappresenta uno strumento indispensabile per avviare una transizione necessaria.
I maggiordomi europei dei proprietari universali hanno inventato e messo in atto di una vera e propria "repressione finanziaria" contro i popoli europei. Essa - dicono e ripetono da cinque anni - ha lo scopo di ridurre il debito, tanto pubblico quanto privato.
Ma  questo debito  è in gran parte il frutto di una truffa ben congegnata. E dunque va respinto come tale a coloro che hanno, per questa via, accumulato immensa ricchezza. In secondo luogo la riduzione del debito non può essere realizzata con l'ossessiva imposizione di tagli alla spesa pubblica, e con la parallela creazione di maggiori entrate fiscali. Questa linea di presunta austerity è fallita e sta producendo aumento del debito e recessione dovunque si è tentato di imporla.
Il taglio del valore reale del debito avviene solo trasferendo risorse dai creditori ai debitori.
L'alternativa è tra immolare la vita di centinaia di milioni di persone o sacrificare una categoria di redditieri: il discrimine passa attraverso le regole che prevarranno in questa fase di transizione.
Si deve partire dalla denuncia dei trattati di Maastricht e di Lisbona, che costituiscono le basi dell'aggressione finanziaria contro i popoli europei.
Si deve procedere alla nazionalizzazione di tutte le banche centrali dei paesi membri e ad una corrispondente, drastica modifica del ruolo e della struttura della Banca Centrale Europea. Gli Stati della zona euro (e quelli che vi aderiranno in caso essa rimanga in piedi), dovranno essere gli unici azionisti della Banca Centrale Europea.

Questa misura dovrà accompagnarsi alla nazionalizzazione di tutte le grandi banche nazionali, togliendo loro ogni ruolo nel campo del credito e del controllo finanziario, trasferendo parte delle loro funzioni al sistema del credito cooperativo e popolare nelle varie forme storiche che esso ha avuto nel passato nei diversi paesi, o introducendolo dove, per ragioni storiche, non fu creato. E' questa la via per restituire ai governi e ai rispettivi "ministeri del Tesoro" il controllo delle Banche Centrali nazionali e della BCE,  ovvero la sovranità monetaria.

Tra le prime questioni da portare di fronte alle opinioni pubbliche europee, è lo stato del debito, di cui va dichiarata - di fronte all'evidenza - l'impagabilità strutturale. Ciò va fatto attraverso un audit che dovrà fornire, in tempi rapidi, un quadro attendibile e controllato del debito aggregato europeo, della sua composizione, dei debiti sovrani dei singoli stati, siano essi membri della zona euro o esterni ad essa, identificando sia la struttura dei debiti che l'identità dei grandi creditori internazionali.
I debiti sovrani dovranno essere progressivamente ristrutturati e riassorbiti mediante una tassa sulle transazioni finanziarie di qualsivoglia natura, non inferiore allo 0,1% dell'ammontare. Una vera Tobin Tax i cui proventi devono essere indirizzati anche allo sviluppo delle imprese, del risanamento sociale e ambientale, al finanziamento dell'istruzione e della ricerca. Si prevede l'istituzione di un fondo europeo speciale a tasso agevolato per il credito a medio/lungo termine, riservato alle Piccole e Medie Imprese.
Le nuove collocazioni delle emissioni di obbligazioni sovrane dell'eurozona saranno curate direttamente dal Tesoro degli Stati Interessati, senza alcuna intermediazione bancaria privata, e riservate ai cittadini del paese emittente e ai cittadini europei ivi residenti.

Le emissioni dovranno essere vincolate prioritariamente a creare lavoro e a destinazioni sociali, all'educazione e alla ricerca scientifica, alla sanità pubblica, alla tutela e bonifica dell'ambiente, alle energie rinnovabili, alla valorizzazione dei terreni e delle produzioni agricole.

Le nuove obbligazioni sovrane dell'eurozona saranno nominative, non negoziabili, non cedibili, trasmissibili solo per via ereditaria, con scadenza non inferiore a cinque anni e non superiore a dieci, ad un tasso di riferimento non eccedente il doppio di quello praticato dalla Banca Centrale Europea resa pubblica.

Misure decise di riforma della finanza europea e internazionale (l'Europa dovrà agire su scala mondiale come protagonista sovrano) saranno anch'esse indispensabili. Tra esse è necessaria la separazione delle banche d'affari dalle banche di deposito e risparmio. Le Borse saranno il terreno d'azione delle sole banche d'affari speculative e di investitori istituzionali di vario genere.
E' fatto divieto di accedere alle Borse alle banche di deposito e risparmio. E' fatto divieto di accesso alle Borse dei fondi speculativi comunque denominati.
Annullamento di tutti gli impegni su titoli ceduti a tassi che superano il corretto interesse bancario (2,5-3 % al massimo). Lancio tra i cittadini di un prestito nazionale solidale così come fu fatto in Italia con il «prestito per la ricostruzione» del dopoguerra. Cessioni di titoli al prestito internazionale devono essere contrattate a livello dei governi dei vari paesi, dentro norme e costi concordati in modo trasparente e con la garanzia solidale dell'Ue.

Deve essere ripristinato, con apposita legislazione, il concetto della funzione sociale del credito, che è principio giuridico e politico.
Le società di rating internazionali vanno bandite dall'Europa (la guardia di finanza e l'antimafia potrebbero prendersi carico del compito unificando così la lotta all'evasione con quella alla mafia) impedendo così il pilotaggio internazionale della speculazione, il riciclaggio e l'uso dei paradisi fiscali che sono il rifugio sicuro di ogni malversazione finanziaria. Le banche e le Borse che seguono questi indirizzi (che sono attualmente la pratica comune di tutta la finanza mondiale), andranno immediatamente «sospese» come si fa normalmente quando interviene una turbativa d'asta a scopo speculativo. Viene creato un osservatorio comunitario sull'economia e la finanza. Gli strumenti finanziari speculativi Over The Counter (ossia fuori del controllo istituzionale) dovranno essere messi fuori legge.
E' fatto divieto di aiuti pubblici alle banche private. Il principio del "troppo grande per fallire" deve essere dichiarato illegale. La privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite è il comandamento del sistema bancario e la condanna dei popoli e va quindi dichiarato illegale.

Tutto ciò (e molto altro ancora) deve partire dall'introduzione di una politica europea per la redistribuzione del reddito, attraverso un sistema fiscale equo e condiviso. Ciò implica l'abrogazione del fiscal compact, che è il vertice massimo dell'ingiustizia e del furto di sovranità. Sappiamo che questa prospettiva incontrerà resistenze micidiali e reazioni scomposte. Mario Draghi ripete ad ogni passo che non esiste un "piano B" e che si proseguirà con l'euro così com'è.  Ma diciamo che, se le cose procederanno in questa direzione, noi ci mobiliteremo per  costruire delle casematte difensive, sotto forma di alleanze europee tra paesi più colpiti. Sia per fronteggiare il disastro sociale, sia per evitare di trovarsi di fronte, per esempio, a una Germania che - spinta da un egoismo populista, esce dall'euro per conto proprio, trascinando con sé un pezzo d'Europa che è agganciato al suo carro. Sarebbe una decisione davvero drammatica che segnerebbe la fine di un ruolo europeo della Germania e che ricadrebbe non solo sui tedeschi ma su tutta l'Europa, con ripercussioni di scala mondiale.
Le opzioni possibili di una "ritirata ordinata", difensiva, dall'attuale sistema esistono e possono diventare concrete se perseguite con decisione e con un giusto calcolo dei rapporti di forza. Tra queste l'ipotesi di creare un "eurosud", che permetta a Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Francia, altri paesi "deboli" esterni attualmente all'eurozona, si sottrarsi al colpo che viene loro inferto e che potrebbe diventare ancora più duro in condizioni di prolungata instabilità. Tra queste opzioni vi è anche quella di una trasformazione dell'euro in moneta di conto internazionale, sottraendogli la natura di moneta merce, e utilizzando  i sistemi di clearing per regolare i rapporti del commercio interno europeo e quelli tra area euro e sistema internazionale. Oppure l'introduzione concordata di monete nazionali che si affiancano all'euro per consentire un rilancio dell'intervento pubblico, incentivare la domanda locale e una fase di ripresa economica e sociale.
Dobbiamo tuttavia tutti non dimenticare che la crisi dell'euro, oltre ai difetti "tecnici" che hanno contrassegnato la sua nascita, non è altro che l'accelerazione della crisi d'identità della politica europea, all'interno come all'esterno.

Uscire dall'emergenza
In questo quadro, di acuta incertezza, che si accompagna a tensioni crescenti su scala mondiale, dovute al simultaneo convergere delle altre crisi da "limitatezza delle risorse", i popoli europei sono lasciati in mezzo al guado. Il fallimento dei maggiordomi si sta trasformando in tragedia sociale.
Occorre dunque poggiare ogni ipotesi d'emergenza sul sostegno di larghe masse popolari. La difesa del lavoro è il baluardo principale per salvaguardare il tessuto sociale e impedire ai padroni universali di trasformare la crisi in una lotta tra diseredati. Difendere il lavoro senza comprimere il reddito significa ridurre l'orario a parità di salario. Difendere il tessuto sociale e stimolare razionalmente i consumi significa, anche - non soltanto -, introdurre un reddito di esistenza.
Nell'immediato occorre prevedere misure legislative e finanziarie che permettano il potenziamento della partecipazione dei lavoratori alla direzione dell'attività economica e dei cittadini alla gestione delle collettività e dei beni comuni, attraverso lo sviluppo delle forme cooperativistiche, di associazione in partecipazione, di suddivisione degli utili, di consorzi di imprese, di imprese auto-gestite. Emanazione di specifici provvedimenti di urgenza che diano facoltà ai lavoratori di imprese in crisi di rilevarne la gestione.
Altro volano di immediata efficacia dovrà essere il rilancio dell'agricoltura, la fine dello sfruttamento speculativo dei territori coltivabili, la riqualificazione del patrimonio boschivo e la sua estensione e difesa. Crediti agevolati per la formazione e il ripopolamento del patrimonio boschivo dell'Europa mediante crediti agevolati riservati alla formazione e professionalizzazione dell'attività ed imprenditoria agricola e forestale, soprattutto a carattere cooperativo. Divieto assoluto di utilizzo, nel territorio dell'Unione, anche in forma sperimentale, di Organismi Geneticamente Modificati, di diserbanti e concimi chimici, e loro sostituzione con prodotti naturali.

Occorre una politica energetica che riduca la dipendenza dall'estero, che contribuisca alla riduzione del riscaldamento globale, che si realizzi attraverso investimenti massicci per sviluppare la ricerca, per estendere l'occupazione specie giovanile: compiti tutti di carattere sia strategico che immediato.
Immense risorse individuali, intellettuali, devono essere messe in movimento al posto di quelle finanziarie e miopemente economiche. La grande ricchezza europea è la sua cultura, e il suo patrimonio di professionalità e di esperienze deve essere messo a tutela e al servizio del bene comune. Il tempo individuale, quello liberato dal peso di un lavoro inutile per consumi inutili, dev'essere indirizzato verso scopi collettivi, mutualistici, di solidarietà. Una nuova scala di valori deve essere introdotta nei luoghi di formazione culturale, intellettuale. Il sistema dei media, della comunicazione, dell'informazione dev'essere riportato in mani democratiche e pubbliche. Le sole che possono aiutare milioni d'individui, isolati e mutilati dalla manipolazione, a evadere dal dominio del consumo e a tornare a pensare in termini di convivenza civile e di giustizia.  

In sintesi
Come se ne esce? Semplicemente abbandonando immediatamente la opzione della triplice deregulation (borsistica, valutaria e doganale) adottata nei vigenti trattati europei in ossequio al liberismo più ottuso ed estremo.
Solo così, infatti, si possono varare manovre keynesiane di sostegno dei mercati interni bloccando alla radice, nel contempo, sia la emorragia di capitali che la speculazione interna e internazionale che sempre accompagnano ogni svolta keynesiana.
E' possibile contenere l'inflazione con adeguate misure di calmierazione e perfino neutralizzarla completamente nei rapporti esterni con svalutazioni che accompagnino il differenziale d'inflazione residuo, per esempio tra Stati Uniti e Unione Europea.
La prevedibile speculazione borsistico-valutaria può essere bloccata da adeguati vincoli; le esportazioni di capitali e le delocalizzazioni contrarie all'interesse nazionale possono essere  contenute all'interno della UE dai vincoli valutario-doganali. Si potrà cos finalmente fondare la ricostituzione del sistema produttivo europeo sulla base della sua domanda interna, in regime di pareggio tendenziale dell'export-import.
La domanda interna può a sua volta essere finanziata in due modi:
sia stornando risorse dai ceti possidenti, verso le fasce medio-basse, con riforme a costo-zero quali la riforma fiscale progressiva e patrimoniale, o  calmierando i canoni di locazione delle grandi proprietà immobiliari piuttosto che gli interessi bancari e i premi assicurativi; sia finanziando la spesa pubblica con bond collocati a tassi netti minori o uguali a zero presso le banche pubbliche. Perfino l'attuale trattato di Lisbona consente alla BCE di prestare allo 0,50%, esattamente come li presta a tutte le banche private dell'eurozona (è così che fanno regolarmente i tedeschi), o "alla giapponese", ossia forzosamente e al medesimo tasso, presso le banche private che operano nei vari territori nazionali, quale prezzo della licenza bancaria. Ciò che pesa del debito pubblico, infatti, non è il suo valore assoluto, o il suo rapporto con il PIL, ma solo l'ammontare degli interessi annui netti e sempreché questi siano alti e protratti nel tempo. L'assurdo consiste oggi nel collocarli sui mercati finanziari, notoriamente speculativi.  E' la trappola dello spread. Per quanto concerne l'Italia basterebbe riportare in mano pubblica la Cassa Depositi e Prestiti, o creare un polo bancario pubblico in grado di ricevere il denaro al tasso praticato dalla BCE per le banche private e si otterrebbe un risparmio secco di 80 dei circa 90 miliardi € di soli interessi che vengono ogni anno regalati alla speculazione
E' chiaro che abbandonare le tradizionali ricette liberiste in favore di queste ricette anti-liberiste, vuol dire fare l'interesse della stragrande maggioranza della popolazione. E' chiaro che, se queste misure venissero adottate dai 17 della Unione Europea, si dovrà regolare al loro interno il pareggio tendenziale dell'import-export, che oggi registra uno sbilancio di circa 150 miliardi di euro l'anno dai PIGS verso la Germania. Se i paesi dell'euronord non fossero d'accordo, le stesse misure possono essere adottate di comune intesa dai PIIGS, cui potrebbe e dovrebbe associarsi la Francia: per questa parte dell'Europa c'è la necessità di avere un euro "vero", corrispondente ai loro interessi.


Una nuova fase costituente
I prossimi immediati anni saranno decisivi per il destino dei Popoli europei. Le classi dirigenti europee hanno sferrato un attacco il cui primo effetto è quello di demolire il progetto europeo di pace. La traiettoria costituzionale da esse realizzata è stata pensata per impedire ai popoli di esprimersi. I maggiordomi hanno fallito in termini di legittimità e di democrazia. Essi dicono di volere una federazione di stati nazione, e nello stesso tempo puntano a sostanziali modificazioni che tendono a vincolare gli stati che non fossero d'accordo. Misure così importanti non possono essere proposte senza e contro il consenso dei popoli.
Gli estensori di questo Manifesto intendono organizzare la controffensiva contro questa aggressione. Per questo ritengono  fondamentale avviare fin da subito un processo costituente per la nuova Europa.
Noi pensiamo a un'Europa solidale, pacifica, policentrica, integrata, imperniata sull'idea di una difesa dei bene comune degli europei e che operi per superare le disparità sociali ed economiche.
Questa Europa deve avere un governo democratico, e una Banca Centrale che realizzi la politica di una tale governo, non il viceversa. Gli stati che decideranno di fare parte di questa nuova Europa non dovranno essere considerati come degli stakeholders di minoranza di un'impresa. Dovranno essere stati sovrani che delegano parte della loro sovranità soltanto ed esclusivamente a un livello superiore di governo che sia altrettanto democratico di quelli che sarà chiamato a coordinare.
L'adesione a questa nuova Europa sarà decisa dai popoli.  Ad essi, e solo ad essi, spetterà, via referendum, la decisione finale dell'adesione.

Il processo costituente dovrà essere organizzato dalle istituzioni europee esistenti, ma con la partecipazione, in ogni fase, delle società civili, delle popolazioni, e dei parlamenti nazionali.
Il Parlamento Europeo, unica istituzione che è attualmente espressione delle istanze dal basso, dovrà svolgere un ruolo decisivo a partire dalla sua nuova legislatura, prevista per il 2014.

Si dovrà promuovere la formazione di una Assemblea Costituente Europea (ACE), che dovrà essere composta a) dai rappresentanti dei 27 parlamenti nazionali; b) dal Parlamento Europeo; c) dai capi di Stato e di Governo; d) dalla Commissione Europea.
In parallelo ai lavori della ACE dovrà essere prevista per legge (riconoscendone il valore consultivo) la costituzione di un Forum Sociale per la Costituente Europea (FSCE), composto di associazioni, gruppi comitati, partiti, sindacati, enti di autogoverno e di governo delle istituzioni dei livelli sottostanti della società civile e politica. Compito del FSCE sarà di valutare sistematicamente il procedere dei lavori della ACE, ma soprattutto quello di promuovere iniziative mediatiche, sociali, politiche, conoscitive, informative per portare il lavoro costituente al centro dell'attenzione dei dibattito pubblico europeo.

Si dovrà cioè evitare che i cittadini europei si trovino - com'è avvenuto nel processo che ha condotto al Trattato di Lisbona - di fronte a testi di centinaia di pagine, confezionati nel chiuso di ristrette conventicole funzionariali, scritti con linguaggio che risulta incomprensibile per i non specialisti. Con il risultato che nulla è stato discusso perché nulla era stato reso comprensibile. Decisioni cruciali sono state prese, dunque, da pochi, senza alcun concorso popolare.

Compito dell'ACE sarà quello di definire i  principi costituzionali;   i poteri che verranno conferiti all'Unione;  i principi di rappresentanza  all'interno dell'Unione, cioè con quali doveri e con quali diritti si sta al suo interno. Il Trattato sarà valido esclusivamente tra i consenzienti. Ma potrà prevedere anche le regole che consentiranno ai non consenzienti di partecipare, assieme agli altri, a quegli aspetti della vita comunitaria che essi condivideranno.

L'ACE si concluderà quando tutti i 28 Stati di partenza avranno deciso, per via referendaria (e non per pronunciamento parlamentare) la dichiarazione sui principi costituzionali, sui poteri dell'Unione, sui principi di rappresentanza al suo interno. Durante i referendum i cittadini potranno eleggere i propri rappresentanti nazionali per la "seconda convenzione", il cui compito sarà la definizione del testo finale della Costituzione, precisato nei suoi dettagli. La seconda convenzione non potrà in alcun caso scostarsi dei principi fondamentali già definiti; non potrà introdurre nuovi principi. Essa, prima di portare al giudizio popolare i suoi risultati, dovrà sottoporli a una Corte Costituzionale, all'uopo formata, composta dai giudici delle alte corti di ogni Stato membro.

Come si evince da questo percorso, si prevede che non tutti i popoli dell'Europa attuale accettino di continuare a farne parte. O che alcuni di essi scelgano una pausa di riflessione, mantenendo rapporti temporanei con la nuova Europa a seconda delle proprie esigenze, o dei vincoli loro imposti dalle proprie Costituzioni, se ritenuti incompatibili con quella che emergerà da un tale processo.

La Commissione Europea attuale dovrà essere abolita. Il Consiglio Europeo e il Consiglio dei Ministri Europei, nella fase transitoria di cinque anni,  dovranno convergere verso un'unica Istituzione europea con maggiore vocazione per le materie di carattere comunitario (Politica Estera e Difesa e Sicurezza Comune) e con un riordino generale delle sue competenze. Le attuali materie di competenza del Consiglio dei Ministri Europei dovranno ritornare in gran parte nell'alveo degli Stati nazionali (vivificando l'espressione "Europa dei Popoli") o del Parlamento Europeo.
Il Presidente del Consiglio Europeo dovrebbe essere eletto a suffragio universale direttamente dai cittadini europei.

Un'Europa autonoma dovrà avere un sistema europeo di difesa. Dovrà tornare all'idea di leva popolare, abbandonando gli eserciti professionali e orientando gli eserciti  verso la difesa delle popolazioni contro le emergenze naturali e umanitarie; in generale verso attività socialmente utili.

Il Parlamento Europeo deve diventare l'organo democratico centrale dell'assetto istituzionale europeo, il luogo dove vengono prese le decisioni politiche fondamentali di indirizzo generale delle politiche continentali. In prospettiva, al termine della transizione quinquennale,  il Parlamento Europeo dovrebbe diventare l'unica Istituzione politica rappresentativa europea, Ad esso dovrà essere assegnato il compito di formare il Governo europeo e di sfiduciarlo se sarà inadeguato ai suoi compiti.


Hanno partecipato:
Alternativa
Agostino C. Alciator
Bruno Amoroso
Gilberto Borzini
Pino Cabras
Gian Paolo Calchi Novati
Francesco Caudullo
Giulietto Chiesa
Gaetano Colonna
Alberto Conti
Pierfrancesco De Iulio
Laura Di Lucia Colletti
Roberto Germano
Pierluigi Fagan
Margherita Furlan
Nando Ioppolo
Daniele Mallamaci
Giampiero Obiso
Piero Pagliani
Orazio Parisotto
Alessandra Pisa
Roberto Quaglia
Franco Romano
Simone Santini
Ivano Spano
Fabrizio Tomadoni

Tratto da: megachip.globalist.it

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