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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Trattativa Stato-Mafia: sentiti Cavallo, Folena, Ragosa e Salamone sul telefonino di Riina

Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa Stato-Mafia: sentiti Cavallo, Folena, Ragosa e Salamone sul telefonino di Riina

di Davide de Bari
Lunedì scorso, davanti alla Corte d’assise d’Appello, presieduta da Angelo Pellino, si è tenuta una nuova udienza del processo di secondo grado sulla Trattativa Stato-Mafia. Un’udienza in cui si è tornato a parlare della detenzione del Capo dei Capi, Totò Riina, nel carcere di Rebibbia e la vicenda dell’informativa sul presunto utilizzo, dello stesso capomafia, di un telefonino nell’estate 1993.
Per approfondire questi argomenti sono stati ascoltati come testi gli ex funzionari del Dap Carmelo Cavallo e Giuseppe Salamone, l’ex generale Enrico Ragosa (al tempo direttore della struttura del Dap) e l’ex deputato Pietro Folena. Una vicenda che era emersa in ottobre, con la deposizione dell'ex funzionario del Dap Andrea Calabria. Lo stesso Calabria, la scorsa udienza, aveva fornito alcuni chiarimenti.
Il primo ad essere sentito è stato Cavallo che ha riferito di alcuni lavori che dovevano essere fatti in alcuni locali dell’aula bunker dell’Ucciardone a Palermo, dove doveva essere detenuto Riina. “Questi locali dovevano ospitare il soggetto e anche gli agenti che lo dovevano sorvegliare. - ha detto rispondendo alle domande dei sostituti Pg Barbiera e Fici - Il ministro di quel tempo era Martelli, che non avendo competenze tecniche fece un decreto che conferì per lo specifico intervento l’incarico all’ufficio del Dap". Ma non erano quelli gli unici interventi previsti nelle carceri italiane per la detenzione del boss corleonese. Infatti interventi dovevano essere svolti nel carcere di Pianosa per creare una cella adatta al detenuto che fu arrestato nel gennaio 1993. “Riguardo la sistemazione di Riina a Pianosa nella diramazione centrale ci fu mostrato il luogo dove bisognava fare i lavori a cava d’oliva - ha ricordato il teste - Mi ricordo che era una cella molto alta che prendeva la luce dall’alto. Da eseguire non c’erano dei lavori di grande entità”. Il teste ha anche raccontato di quando iniziarono i lavori per rimettere in funzione le carceri di massima sicurezza di l'Asinara e Pianosa. “Quando ci fu il maxi arresto nel ’92, io e l’ispettore Ciccotti fummo inviati in ricognizione a Pianosa e l'Asinara per vedere i persistenti impianti dell’isola in quanto erano già chiuse e abbandonante. Noi facemmo questo giro con le forze dell’ordine per fare velocemente. I lavori si dovevano fare in 15 giorni. Poi abbiamo questa relazione al capo dipartimento dicendo che c’era bisogno di 65 miliardi per fare quello che si chiedeva e tre mesi per realizzare i lavori, lavorando giorno e notte. Amato si arrabbiò dicendo che non era possibile”. Anche Salamone partecipò ai sopralluoghi negli istituti di detenzione "per visionare le condizioni della struttura per ospitarvi uno o più detenuti".

L’esame di Ragosa

Nel corso del processo è stato poi sentito l’ex generale Enrico Ragosa, sempre riguardo la vicenda della presenza del telefonino di Riina nella sua cella. “Non ricordo la vicenda, ma se la dottoressa Calandrino ha detto che ne ero a conoscenza allora è vero. E’ una notizia assurda per il presupposto di chi era custodito”. Ragosa, poi diventato anche segretario dell’allora vice capo del Dap Di Maggio, ha spiegato che lui era al corrente di come Riina era detenuto: “Gli era garantito il massimo livello di sicurezza. Era guardato a vista 24 ore da un agente e c’era anche un sistema di telecamere, così era all’Asinara e così doveva essere anche a Rebbibia. Quindi gli agenti erano tutti fedelissimi scelti uno per uno. Riina era un detenuto particolare perché aveva più di una difficoltà in quanto doveva comparire in tantissimi processi”.
Ragosa ha anche parlato di alcuni conflitti che sono sorti tra lui e Di Maggio nella concessione di piccoli benefici che non erano previsti dalla legge. “Io quando sono andato a Busto Arsizio ho visto che al detenuto Epaminonda erano concessi dei privilegi e visto questo ho fatto in modo che gli fossero tolti. - ha aggiunto - Gli ho dato quello che gli spettava. Il motivo del contrasto tra me e Di Maggio era proprio questo in quanto lui voleva concedere delle cose, ed esempio Epaminonda aveva un video registratore con film discutibili, aveva un frullatore, un ventilatore tutte cose pericolose che non si potevano avere. Il contrasto tra me e Di Maggio era sorto in quanto il detenuto si era lamentato poi con il modello 13 al magistrato del trattamento e io continuavo a seguire la stessa cosa perché era detenuto a tutti gli effetti e non c’era normativa che li favoriva e facendo così ricattavano l’autorità giudiziaria dicendo di non voler più collaborare”.

Il colloquio con Riina
Al processo d’appello è stato anche ascoltato l’ex onorevole Pietro Folena sul punto che ha riguardato la missiva del 12 novembre 1993 con la quale aveva chiesto di interloquire in carcere con Riina. “Io ricordo l’episodio di essere stato contattato quando ero ancora a Palermo e dal co-direttore dell’Unità, Pietro Sansonetti, in quanto mi chiesero di scrivere dei pezzi e tenevo anche una rubrica. - ha detto - Visto i miei poteri ispettivi (Folena in quel periodo era nella commissione antimafia, ndr), mi chiesero di recarmi presso il carcere di Rebibbia e di scrivere un pezzo che raccontasse l’impressione anche da un punto di vista psicologico e visto che faceva il capo della mafia e quella parte politica che si è sempre battuta con grande determinazione contro il potere mafioso”. E poi ha aggiunto: “E’ il giornale che mi ha chiamato non per fare una cosa privata perché potesse essere utile, ma non conosci i motivi”. Il pm ha evidenziato che la richiesta di colloquio, visto che era stata fatta di ragioni private, non doveva essere fatta con la carta intestata della Camera dei Deputati.
Nel proseguo del suo esame, Folena ha ricordato un incontro avuto con l’allora colonnello dei Ros dei carabinieri, Mario Mori, qualche giorno dopo la strage di via d’Amelio. “Si ebbi un incontro alla camera dei deputati poco dopo la strage di Borsellino su richiesta del generale Mori esattamente il 22 luglio 1992. - ha detto davanti alla Corte - Una valutazione da parte sua e probabilmente era interessato a conoscere il mio punto di vista, anche essendo un deputato senza cariche, su ciò che era avvenuto e sulle vicende che avevano portato a quelle grandi stragi, ma nulla di particolare, formale e rilevante”. Il processo è stato rinviato al prossimo 20 luglio.

Foto © Shobha

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