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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Stato-mafia, la Corte d'Assise d'Appello potrebbe sentire Graviano

Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia, la Corte d'Assise d'Appello potrebbe sentire Graviano

di Aaron Pettinari
I verbali di udienza del processo 'Ndrangheta stragista inviati alla Procura generale

E il boss di Brancaccio venerdì sarà ancora sentito a Reggio Calabria

20 ottobre 2017. In quella data il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, video collegato dal carcere di Terni, chiamato a deporre al processo trattativa Stato-mafia, sceglieva ancora la via del silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Su di lui, già condannato per le stragi del 1992 e del 1993, al tempo era aperto il fascicolo della Procura di Palermo per attentato a corpo politico dello Stato. Un procedimento che è ancora in via di definizione con il Gip che dovrà decidere dopo la richiesta di archiviazione per prescrizione, presentata dai pm nel dicembre 2018.
Due anni e quattro mesi dopo Giuseppe Graviano ha rotto il suo silenzio al processo 'Ndrangheta stragista, dove è imputato, e offre una sua versione di certi dialoghi avuti tra il 2016 ed il 2017 con il suo compagno d'ora d'aria, Umberto Adinolfi, nel carcere di Ascoli Piceno.
E a Reggio Calabria ha dichiarato di aver "incontrato Berlusconi da latitante" e di aver avuto degli affari, seppur frutto di investimenti leciti originari del nonno, con lui.
I verbali di trascrizione delle ultime due udienze sono stati acquisiti, seppur in via informale, dalla Procura generale di Palermo. Certo, ancora non ci sono richieste ufficiali alla Corte ma i sostituti procuratori generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera vogliono leggere ogni parola per valutare l'opportunità di depositare agli atti del procedimento o chiamare a deporre il capomafia nel processo d’appello per la Trattativa Stato-mafia, in virtù del nuovo atteggiamento.
Ovviamente le parole del boss di Brancaccio vanno valutate per quello che sono (non stiamo parlando di un collaboratore di giustizia e si scorgono messaggi all'esterno), ma non possono essere ignorate.
Nelle ultime udienze sono state avanzate dalle varie parti le richieste di ammissione di nuove prove nel dibattimento. E la Procura generale ha depositato le attività integranti di indagini, svolte in questi mesi, sviluppate proprio sul ruolo Giuseppe e Filippo Graviano, arrestati il 27 gennaio 1994.
In primo luogo vi era la vicenda della denuncia, presentata dagli allora avvocati Giuseppe Oddo e Memi Salvo, su una visita ricevuta in carcere, a Milano Opera, di alcuni soggetti che si erano qualificati come carabinieri, ma che, a un controllo, risultarono non appartenere all'Arma, ma probabilmente ai servizi segreti.
Ma le attività investigative hanno anche riguardato le possibili coperture istituzionali di cui l’ex capomafia di Brancaccio avrebbe goduto nei lunghi anni della detenzione, dall’Ucciardone a Pianosa. In particolare i sostituti procuratori generali hanno interrogato in questi mesi diversi agenti di custodia, proprio per capire come fosse stato possibile che i due capimafia palermitani abbiano concepito i figli mentre si trovavano al 41 bis ed erano detenuti nel carcere Ucciardone di Palermo. A sommaria informazione sono stati sentiti soggetti appartenenti al Gom, che al tempo si occupavano della vigilanza dei due padrini, e l'ex Scoop, Ragosa. Da quel che si apprende tutti gli agenti hanno negato la possibilità che le mogli dei due padrini, che in quel periodo ebbero una gravidanza, siano entrate in cella.
Il sospetto è che Graviano godesse di un trattamento di favore. Del resto è lo stesso Graviano a parlarne in carcere con Adinolfi. Alla "dama di compagnia" aveva riferito che la moglie era stata fatta entrare in carcere ed aveva dormito. Un dato che si aggiunge ad un altro colloquio in carcere con la stessa donna, datato 23 aprile 2016, in cui “Madre Natura” (così è soprannominato il capomafia di Brancaccio) racconta alla moglie della visita in carcere della Commissione europea contro le torture. I commissari gli chiesero chiarimenti proprio sul concepimento del figlio. E il boss disse ai familiari: “Ho detto loro che il mio rapporto sessuale risaliva a quando ero ancora latitante: di certo non potevo dirgli la verità”. Una verità che è rimasta taciuta anche oggi assieme alle altre che solo lui dice di possedere (sulla strage di via d'Amelio “La verità la so solo io”).
Ecco perché ventisette anni dopo le stragi le parole del boss possono assumere un rilievo.
Anche a Reggio Calabria, rispondendo alle domande del pm, era andato oltre il nome di Berlusconi dicendo: "Se lei andrà ad indagare sull'arresto condotto nei confronti di Giuseppe e Filippo Graviano scoprirà i veri mandanti delle stragi. Scoprirà chi ha ucciso il poliziotto ucciso insieme alla moglie, Agostino. Scoprirà la verità su tante cose. Però i carabinieri devono dire la verità".
Certo è che la sopravvenuta loquacità di Graviano, rispetto ai silenzi del passato, potrebbe indurre la stessa Corte d'Assise di Appello, presieduta da Angelo Pellino, a ritenere rilevante l'audizione del boss.
La Corte, il prossimo 2 marzo dovrà intanto sciogliere le riserve sulle richieste avanzate da tutte le parti, compresa anche l'attività svolta sul mancato trasferimento di Riina dal carcere di Rebibbia e le strane note del Sisde che riferivano del possesso di un cellulare in carcere da parte del capomafia. Per quella data, probabilmente, Giuseppe Graviano avrà ultimato il terzo atto del suo "show" davanti ai giudici di Reggio Calabria. Venerdì, infatti, sarà nuovamente videocollegato da Terni e non c'è da stupirsi se sarà chiamato a spiegare a cosa si riferiva il 10 aprile 2016 quando parlava della cortesia che gli sarebbe stata chiesta da “Berlusca”.
Secondo gli inquirenti il riferimento sarebbe alle stragi. Ma Graviano, ad oggi, ha sempre detto di non essere colpevole di quei fatti pur dicendo di "rispettare le sentenze ed i giudici che le hanno scritte".
Del resto è e resta un imputato, oltre che mafioso stragista, che come ha ben ricordato Marco Travaglio in un recente editoriale ha la facoltà di mentire e "se mente, rischia la condanna per calunnia, cioè il solletico per chi di galera uscirà solo da morto. Ma, come per tutti gli imputati che parlano (fatto eccezionale, per i mafiosi irriducibili), non basta il suo status per togliere credibilità alle sue parole: prima di affermare che mente (o dice la verità), bisogna dimostrarlo".
E per farlo, inevitabilmente, si passa attraverso indagini e processi che non sono affatto tempo perso.

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