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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia, Giovanni Ciancimino: ''Mio padre contattato da personaggi altolocati per trattare con l'altra sponda''

Il fratello di Massimo sentito al processo d'Appello.
In aula anche la deposizione dell'ex Dap Calabria
di Aaron Pettinari

"Dopo la strage di Capaci e prima di quella di via d'Amelio incontrai mio padre (Vito Ciancimino, ndr) che mi disse: 'Sono stato contattato da personaggi altolocati per trattare con l'altra sponda per porre fine a questa mattanza...'". A parlare non è Massimo Ciancimino ma il fratello Giovanni, chiamato a deporre dalla Corte d'Assise d'Appello di Palermo dopo che in primo grado si era avvalso della facoltà di non rispondere perché all'epoca proprio Massimo era imputato nel processo, oltre che per la calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro, per associazione mafiosa. Già sentito in altre sedi (processo Mori-Obinu nel 2009 e al Borsellino quater nel 2014), Ciancimino ha riferito delle interlocuzioni avute con il padre nel 1992.
La prima occasione fu quando andò a trovare a Roma il padre, dopo la morte del giudice Falcone: "Quel giorno era insolitamente gentile e già questa cosa mi preoccupò, non ero abituato a queste forme. Io ero molto turbato, Falcone era stato appena ucciso e io lo conoscevo. Ad un certo punto mio padre mi disse 'questa mattanza deve finire. Sono stato contattato da personaggi altolocati per trattare con l'altra sponda per porre fine a questa mattanza', facendomi capire che ne avrebbe tratto dei benefici. Io rimasi interdetto. Ci fu una litigata tremenda. A Rotello gli anni prima mi diceva che lui non c'entrava nulla con quell'altra sponda (con la mafia, ndr), 'Io sono il capro espiatorio, la vittima sacrificale, l'agnello', mi diceva. Io capii subito che questa cosa sarebbe stata foriera di guai inimmaginabili. Lui se la prese con me dicendo che volevo che si faceva dieci anni di galera e io risposi che non ero io il suo interlocutore e me ne andai". Il teste non ha mai saputo chi fossero quei "soggetti altolocati" ma, così come aveva fatto al processo Mori-Obinu, ha detto di non ritenere che questi potessero essere degli ufficiali dei Carabinieri: "Mio padre riceveva ministri, Presidenti di Regione, ogni tipo di persone, non credo che poteva riferirsi ad un Colonnello o ad un capitano dei carabinieri, con tutto rispetto per il loro ruolo. Era una cosa scellerata quella che mi disse mio padre a proposito dei personaggi altolocati. La considerai tale e non ne parlai mai con nessuno, anche dopo le stragi di Capaci e via d'Amelio". Eppure dell'incontro con il capitano De Donno ed un colonnello gli parlò il fratello Massimo Ciancimino.
Rispondendo alle domande del Presidente della Corte Angelo Pellino Ciancimino, avvocato, ha poi riferito del secondo incontro con il padre, avvenuto però dopo l'omicidio di Paolo Borsellino, a Palermo. "Stavamo andando verso il Monte Pellegrino - ha ricordato - Mio padre esordì con una frase odiosissima, 'tu che sei avvocato', dall'alto della sua supponenza. Mi chiese cosa fosse la revisione del processo - ricorda Giovanni Ciancimino -. Glielo spiegai e poi lui se ne uscì con quella frase da brividi, "allora è possibile anche la revisione del Maxi processo?". Io mi sentii preso dai turchi, si parlava del nulla giuridico. Mi chiese anche alcuni dettagli della Legge Rognoni-La Torre (la legge che introdusse per la prima volta il reato di associazione mafiosa, il 416 bis ndr)".

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Giovanni Ciancimino

Ed è in quell'occasione che, a detta del teste, don Vito avrebbe tirato fuori dalla tasca, un foglietto arrotolato: "Non me lo mostrò ma lo lesse. Lì erano annotate le richieste della trattativa, le richieste dell'altra sponda. Per lui l'altra sponda era la mafia. La chiamava così per fare una differenziazione con lui, sapevo benissimo a cosa si riferiva e la interpretavo come una sua presa di distanza. E quei due argomenti, la revisione del Maxi processo e la legge Rognoni-La Torre, erano gli elementi della trattativa".
Più volte durante l'esame Giovanni Ciancimino ha fatto riferimento alle difficoltà di dialogo con il genitore che non era mai stato affettuoso e che riteneva sempre di avere ragione. Il figlio di don Vito ha anche ricordato che il padre scriveva molto e faceva fotocopie (dati che confermano anche i racconti di Massimo Ciancimino). I rapporti si ruppero dopo un terzo incontro quando chiese al figlio di fargli ottenere un passaporto. "Era una cosa assurda. Mi disse di chiedere all'avvocato Campo di fare la richiesta. Mi disse questa cosa bislacca, 'mi hanno fatto capire di chiedere il passaporto'. Ma fatto capire chi? Questa cosa mi lasciò anche stranito perché lui non era uno che scappava. Poi seppi che lui presentò ugualmente l'istanza. Gli dissi che era una pazzia, una persona condannata... il dato di fatto fu che fu arrestato e portato a Rebibbia per scontare la condanna a dieci anni. Contavo solo i giorni quando sarebbe accaduto".
Prima del figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo a salire sul pretorio è stato l'ex funzionario del Dap Andrea Calabria, oggi presidente titolare della Corte d'Assise d'Appello di Roma. Anche lui è stato richiamato dalla Corte dopo la deposizione in primo grado.

L'avvicendamento ai vertici del Dap
Nella sua testimonianza Calabria ha ricordato come l'avvicendamento ai vertici del Dipartimento amministrazione penitenziaria, con la sostituzione del duo Amato-Fazioli con Capriotti e Di Maggio, fu abbastanza improvviso. "Non avemmo sentori ed avvisaglie di quell'avvicendamento, anche se poteva essere nelle cose, visto che Amato era tanti anni che era presente al Dap. Va anche detto, però, che a tutti la maniera in cui avvenne apparve brusca perché la gestione negli anni precedenti era stata positiva con Amato e Fazioli che erano riusciti ad attraversare momenti difficili come il suicidio Sindona, l'evasione da Rebibbia con alcuni elicotteri, o la rivolta di Porto Azzurro. La loro fu una gestione ottimale".
Parlando delle nomine di Capriotti e Di Maggio il teste ha rappresentato come "le voci erano che quel binomio fosse riportato al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro". Mentre la scelta di Capriotti appariva più appropriata a stupire in particolare fu quella di Francesco Di Maggio, "che dovette passare per una nomina alla Presidenza del consiglio". "Noi - ha ricordato Calabria - ci aspettavamo che Capriotti nominasse come vice Giuseppe Falcone, che venne anche a vedere gli uffici. Poi non sapemmo più nulla ed arrivò Di Maggio". Parlando dei rapporti con quest'ultimo il teste ha raccontato che "non era facile rapportarti con lui. Era molto accentratore e non si fidava mai di nessuno. Interveniva anche sulle cose dell'ufficio, anche se noi non sapevamo quale fosse l'estensione dei poteri del dottor Di Maggio. Io non ho ricordo di aver mai visto una delega di Capriotti in favore di Di Maggio ma è chiaro che se lui interveniva in un certo modo era perché poteva farlo". Alla domanda del Presidente sui contrasti emersi tra l'ex vice capo del Dap e l'ufficio Calabria ha raccontato alcuni episodi: "Non so metterle sul piano cronologico ma ricordo di una volta che vi fu una richiesta per una gara di pesca a Gorgona, per ergastolani e detenuti, a cui abbiamo dato un parere negativo. Di Maggio avocò la pratica per poi dare un parere favorevole. Oppure in un'altra occasione che riguardava direttamente Totò Riina".

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Massimo Ciancimino © Giorgio Barbagallo


Riina e il telefonino a Rebibbia
L'episodio riguardante il boss corleonese sarebbe avvenuto qualche mese dopo il suo arresto, quando questi era detenuto a Roma, nel carcere di Rebibbia. "Era giunta una segnalazione riservata del ministro dell'Interno con una nota del Capo della Polizia in cui si ipotizzava che Riina, con l'ausilio di alcuni agenti penitenziari, avesse a disposizione un telefonino per parlare con l'esterno. Di Maggio non c'era e quella pratica era giunta in segreteria da qualche giorno. Io ed il consigliere Bucalo, che era il mio superiore nell'ufficio, decidemmo di trasferire Riina al Carcere di Firenze Sollicciano per procedere con gli accertamenti. Poi Di Maggio chiamò Bucalo (ex dirigente dell'ufficio, ndr) per revocare il provvedimento e Riina rimase a Rebibbia. Magari aveva ricevuto delle informazioni rassicuranti sul punto ma questo è quello che accadde".
Che non vi fossero buoni rapporti tra Di Maggio e Calabria era emerso anche da alcuni documenti che Salvatore Tito Di Maggio, fratello dell’ex vicedirettore del Dap (morto nel ‘96), aveva già consegnato durante il processo. Rispetto alle tre pagine scritte su carta intestata del Ministero di Grazia e Giustizia, sotto la dicitura “Riservata-personale” (possibilmente scritta agli inizi del ’94), traspare un vero e proprio sfogo che Di Maggio aveva indirizzato a Capriotti. “Debbo constatare - scriveva l’ex vice del Dap - che da parte tua resistono nei miei confronti talune riserve che, francamente, mi è difficile comprendere. La vicenda Calabria è, in questo senso, significativa. Te ne ho scritto e parlato. Attendevo che tu mi facessi conoscere il tuo punto di vista, apparendo del tutto naturale che la questione in sé delicata, venisse trattata dal Direttore generale insieme al suo più stretto collaboratore (lo stesso Di Maggio, ndr). Non solo così non è stato, ma Calabria è stato ricevuto, per tuo tramite, dal Ministro, realizzandosi così quell'obiettiva delegittimazione che, insieme, abbiamo rimproverato proprio al Ministro in casi analoghi”.
Calabria, rivolgendosi alla Corte, ha spiegato "di non aver mai parlato male esternamente di Di Maggio". "Le criticità erano state discusse casomai dentro l'ufficio ma io dal ministro andai per i saluti".

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Nicolò Amato © Imagoeconomica

L'appunto del 26 giugno
Durante l'esame Calabria ha anche riferito in merito ad alcuni documenti che sono stati depositati agli atti del processo. Tra questi anche il famoso documento del 26 giugno ‘93, a firma Capriotti inviato al “signor capo di gabinetto dell’onorevole ministro” per spingere affinché sia dato “un segnale positivo di distensione delle carceri”. “I decreti relativi ai soggetti di media pericolosità, allo stato 373 - suggeriva il Dap -, potrebbero alla scadenza non essere rinnovati”. Sempre sul documento si legge una nota del capo di gabinetto: “Conferito col ministro, in attesa di ulteriore appunto già richiesto a Di Maggio (vice di Capriotti, ndr)”.
"Non posso dire se effettivamente poi vi fu l'approfondimento con Di Maggio. Che io ricordi nel 26 giugno 1993 noi chiedevamo un orientamento. Le nostre erano valutazioni tecniche, non politiche. La bozza la realizzammo noi e si esprimeva quella possibilità di non rinnovo dei decreti perché vi erano state già delle sentenze dei Tribunali di Sorveglianza ed anche la Corte Costituzionale e c'erano delle problematiche. La norma inizialmente era emergenziale ed erano in tanti, al tempo, ad essere sottoposti a regime. Quella frase sul segnale di distensione noi la riferivamo anche al mondo penitenziario e non all'ordine pubblico esterno".
Eppure va ricordato che qualche mese prima non erano mancate tensioni interne ed esterne dalle carceri. Basti pensare ad alcune lettere pervenute a vari uffici, datate 17 febbraio 1993. Nella prima, dei parenti dei detenuti del carcere di Poggio Reale, si chiedeva “che tutto torni alla normalità” indicando che “la vera Bosnia è qua”. Poi vi è la famosa lettera anonima dei sedicenti familiari dei detenuti indirizzata, tra gli altri, al Presidente Scalfaro e al Papa. Una missiva in cui si chiedeva anche di togliere proprio Nicolò Amato dal Dap.
Cosa che poi avvenne.
Nonostante la nota del giugno 1993, in quell'estate, l'allora ministro Conso decise di rinnovare i 41 bis in scadenza. Cosa che diversamente fece a novembre. Rispetto a quella nuova ondata di decreti che andavano a scadenza il teste ha spiegato che "nessuno ci disse che il ministro sarebbe stato orientato a non rinnovarli. Aliquò ha detto di averlo saputo da Di Maggio? A noi Di Maggio non disse nulla".
Il processo è stato rinviato al prossimo 4 novembre quando all'aula bunker dell'Ucciardone saranno sentiti Gian Carlo Caselli e Luciano Violante.

Foto di copertina © Letizia Battaglia

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