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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia, Di Pietro, Falcone, Borsellino e quei dialoghi sugli appalti

L'ex senatore sentito al Processo d'Appello
di Aaron Pettinari
La Corte d'Assise d'Appello fissa una nuova udienza per Berlusconi, sarà l'11 novembre

E' il tema delle indagini su affari-politica e mafia ad essere stato approfondito oggi nel processo d'Appello sulla trattativa Stato-Mafia. Un'udienza, quella celebrata, davanti alla Corte d'Assise d'Appello presieduta da Angelo Pellino (giudice a latere, Vittorio Anania), dedicata in particolare all'audizione dell'ex magistrato Antonio Di Pietro, chiamato a testimoniare dalle difese degli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno. L'ex pm di "Mani pulite", partendo dall'avvio dell'inchiesta che si sviluppò dopo l'arresto di Mario Chiesa, nel febbraio 1992, ha riferito degli incontri avuti con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino prima degli attentati di quello stesso anno.
"Conoscevo sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino, avevamo rapporti professionali, non posso certo dire di essere stato loro amico perché li ho frequentati solo per motivi di lavoro. Il dottor Falcone all'epoca in cui iniziai l'indagine Mani pulite, o meglio quando feci la prima attività esterna con l'arresto di Mario Chiesa, il 7 febbraio 1992, era il direttore generale degli Affari penali a Roma. Io ebbi modo di confrontarmi con lui anche per ragioni diverse dalle indagini, come l'avvio della informatizzazione degli uffici giudiziari". "Io - ha proseguito Di Pietro - all'epoca ero consulente del ministero di giustizia ed ebbi modo di confrontarmi con lui sia nella sua nuova veste di direttore generale agli affari penali sia per la sicurezza delle aule bunker e le carceri di massima sicurezza. Falcone mi fece un po' da insegnante, se così si può dire, con le autorità giudiziarie internazionali in materia di rogatorie".
In uno di quegli incontri, a detta dell'ex leader Idv, Falcone gli disse "di controllare gli appalti in Sicilia. L'indicazione era quella di capire se alcune imprese del Nord si fossero costituite in associazioni temporanee di imprese con imprenditori siciliani per l'aggiudicazione di lavori nell'isola". "Falcone - ha proseguito Di Pietro - mi disse che in Sicilia bisognava fare i conti con un terzo soggetto. Accanto ai politici e agli imprenditori, i mafiosi".
Quegli stessi argomenti furono ripresi anche con Paolo Borsellino: "La prima volta lo incontrai sempre negli uffici Affari Penali, ed i discorsi possono essere stati sempre generici. Poi, quando ci vedemmo alla Camera ardente di Falcone, dopo Capaci, parlammo nuovamente. Mi disse 'Bisogna fare presto', 'dobbiamo andare di corsa', in riferimento alla necessità di un coordinamento delle indagini sul territorio nazionale. Come sapete questo non fu possibile. Però non mi disse quello che stava facendo, non mi parlò del rapporto mafia-appalti e che stava ascoltando il pentito Mutolo".
Un tema centrale, specie per la difesa dei due carabinieri che individua proprio nell'inchiesta mafia-appalti il motivo per cui vi fu l'accelerazione della strage che uccise Paolo Borsellino in quell'estate. Un argomento che in primo grado non ha convinto i giudici che invece hanno accolto la ricostruzione dell'accusa individuando proprio nella trattativa il motivo de "l'improvvisa accelerazione che ebbe l'esecuzione del dottore Borsellino".
Sempre rispetto al famoso incontro di maggio Di Pietro ha aggiunto: "Con il dottor Borsellino, parlai pochi minuti. Non avevamo una indagine comune ma un obiettivo. In quella occasione della camera ardente siamo rimasti che ci saremmo rivisti da lì a breve. Io capii allora che Borsellino si stava occupando di questo o che avrebbe voluto occuparsi di questo. Ma solo poi ebbi un quadro più grande. Perché le cose le scoprivamo pian piano".

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Paolo Borsellino © Shobha


Rispondendo ad una domanda del Presidente Pellino se con Borsellino avesse ipotizzato una connessione tra le indagini su Mafia e appalti e la strage di Capaci, l'ex senatore ha risposto: "Non ne parlammo in questi termini. Quelli furono momenti brevi e di commiato in cui mi disse delle frasi secche. C'era questa convinzione di rivedersi ed il riferimento era alle indagini di Mani Pulite, gli appalti e le tangenti che interessavano anche la Sicilia". Nel corso dell'udienza Di Pietro ha più volte dovuto specificare che né Falcone né Borsellino gli parlarono direttamente di indagini in corso o del rapporto mafia-appalti. Dell'esistenza di quel documento ne apprese solo in un secondo momento. "Lo appresi dopo - ha riferito - quando su input del Ros andai a sentire Giuseppe Li Pera, geometra della de Eccher, che diceva di non essere ascoltato da nessuno. Andai ad interrogarlo a Roma e mi spiegò il sistema degli appalti in Sicilia e mi fece i nomi di Siino e Salamone. Ricordo che al tempo mi arrabbiai perché presi atto che già lì era contenuto il nome di Salamone. Lo avessi saputo prima l'avrei acquisito anche se non posso dire quale copia del rapporto sarebbe stato". Tuttavia, della doppia refutazione, rispondendo ad una domanda del sostituto procuratore generale Fici, avrebbe saputo solo dai giornali. "Non so neanche come stanno i fatti".

La tangente Enimont a Salvo Lima
Riannodando il filo dei ricordi Di Pietro ha anche ricostruito le indagini svolte che lo portarono a scoprire la maxi tangente Enimont. "L'obiettivo era quello di trovare chi faceva la provvista. Vi era un filo - ha detto rivolgendosi alla Corte - Riscontrai che parte di quella tangente Enimont da 150 miliardi di lire, attraverso Paolo Cirino Pomicino, era arrivata a Salvo Lima. Parte dei soldi di Gardini, circa 5,2 miliardi, sono finiti a Salvo Lima in Cct (buoni del tesoro, ndr). Ovviamente non potemmo chiedere a lui, che ormai era morto. Altri fondi finirono in Vaticano, ma nonostante le rogatorie presentate dallo Ior e dalla Città del Vaticano non ebbi alcuna risposta".
Di Pietro ha anche raccontato che di queste cose avrebbe dovuto parlare anche con lo stesso Raul Gardini, il giorno in cui si suicidò: "Quel suicidio è il dramma che mi porto dentro. Nel luglio del 1993 l'avvocato di Raul Gardini, che all'epoca era latitante, mi assicurò che il suo cliente si sarebbe consegnato. Io volevo sapere che fine avessero fatto i soldi della maxi tangente Enimont. Ma la notte prima dell'interrogatorio l'imprenditore tornò nella sua abitazione, che tenevamo sotto controllo. La polizia giudiziaria mi chiese se doveva scattare l'arresto. E io dissi di aspettare. E' questo il dramma". La mattina dopo, infatti, l'imprenditore si uccise con un colpo di pistola.

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Antonio Di Pietro © Imagoeconomica


L'informativa del Ros sull'attentato
L'ex pm di Mani Pulite, rispondendo alle domande dell'avvocato Milio, ha riferito anche in merito a quella famosa informativa del Ros, che due giorni prima della strage di via d'Amelio, avvisò di un progetto di attentato nei confronti suoi e di Borsellino. Dopo l'attentato del 19 luglio Di Pietro proseguì con le proprie indagini ma senza cercare confronti ulteriori: "Andai avanti per la mia strada da solo, non mi confrontai più con nessuno, ero impaurito, c'era stata la segnalazione del Ros. Quindi mi chiusi, continuai da me, all'interno dello stesso pool. A dimostrazione che non mi fidavo di nessuno procedevo anche nel frazionare vari elementi di indagine tra gli organi investigativi ed io ero l'unico ad avere il quadro completo".
"Sono convinto - ha detto Di Pietro nel corso dell'esame - che Paolo Borsellino fu ucciso perché indagava sulle commistioni tra la mafia e la gestione degli appalti. L'inchiesta "Mani pulite" è stata fermata quando è arrivata allo stesso punto del rapporto tra Mafia e appalti.
Ma non è che questa evoluzione tangentopoli-mafiopoli l'abbiamo scoperta noi, lo sapevano pure le pietre, noi abbiamo scoperto il meccanismo. Solo che a un certo punto, finita la stagione delle stragi, è arrivata una stagione legislativa che ha fermato questa indagine, piaccia o non piaccia è questa la verità".
E poi ha concluso: "Io sono stato fermato da una delegittimazione gravissima portata avanti in modo abnorme. Nei miei confronti sono stati svolti una serie di dossieraggi portati avanti da personaggi su ordine di alcuni politici che hanno portato alle mie dimissioni. Da lì a poco sarebbe arrivata non solo una grossa indagine nei miei confronti ma anche una richiesta di arresti e io mi dimisi per potermi difendere. Sono stato prosciolto e ho detto che chi ha indagato su di me non poteva indagare, cioè Fabio Salamone che io denunciai al Csm. Tra i 1995 ed il 1996 furono fatte delle inchieste al Copsi e ci fu anche l'accordo in Parlamento per riprendere tutto questo con la successiva legislatura, ma io sto ancora aspettando".

Le parole di Siciliano
Prima dell'ex leader dell'Italia dei Valori a salire sul pretorio era stato l'ex direttore del Carcere di Opera, Giacinto Siciliano. Questi, chiamato a riferire sul periodo di co-detenzione tra il boss Antonino Rotolo ed il collaboratore di giustizia Carmelo D'Amico.
Siciliano, dopo aver spiegato quelli che sono i vari sistemi di controllo e di sorveglianza all'interno del carcere per i detenuti, non ha potuto escludere in maniera assoluta che vi possa essere stato un dialogo tra i due. D'Amico, sentito al processo trattativa aveva raccontato dei dialoghi avuti “nei momenti della socialità oppure da cella a cella, parlando dalle finestre". In uno di questi gli fu riferito da Rotolo che "Antonino Cinà, il medico di Totò Riina, fu usato come uomo di collegamento con ambienti delle istituzioni". E sempre nello stesso carcere, ebbe anche una conversazione con Vincenzo Galatolo dell’Acquasanta (padre di Vito, il pentito che ha rivelato il piano per uccidere il pm Nino Di Matteo) si aspettava “da un momento all’altro” la notizia della morte del magistrato. "Ritengo difficile che possano esservi state lunghe conversazioni ma non posso escludere a priori che vi siano state" ha detto l'ex direttore del Carcere di Opera.

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Silvio Berlusconi © Imagoeconomica


Berlusconi sarà sentito come "indagato di reato connesso"
Prima di rinviare il processo al prossimo 14 ottobre il Presidente Pellino, sentite le parti, ha sciolto la riserva sulle modalità in cui dovrà essere ascoltato l'ex Premier Silvio Berlusconi, oggi assente, come comunicato dai suoi difensori nelle scorse settimane, per un impedimento.
La Corte d'Assise d'Appello, dopo una breve camera di consiglio, ha stabilito che il fondatore di Forza Italia sarà sentito il prossimo 11 novembre alle 10,30 come indagato di reato connesso, quindi accompagnato da un legale. "Silvio Berlusconi deve apparire davanti alla Corte nella veste di teste assistito ai sensi del 197 bis con tutte le garanzie previste. Va inoltre precisato che l'esame dovrà svolgersi in conformità con l'articolo 210, comma 6, e fissa l'esame il giorno 11 novembre, con l'invito a farsi assistere da un difensore di fiducia" ha detto il presidente Pellino leggendo l'ordinanza. "Si prende atto che, dalla comunicazione ricevuta dalla procura di Firenze, si tratta di reati per i fatti di strage del 1993 a Roma, Firenze, Milano e a Fornello del 1994". Tenuto conto di ciò la Corte "ritiene che Berlusconi debba essere sentito come indagato di reato connesso, secondo l'articolo 210 comma 6, e dunque con la facoltà di avvalersi della facoltà di non rispondere". A chiedere la deposizione dell'ex Presidente del Consiglio era stata la difesa di Marcello Dell'Utri. Secondo l'ordinanza dello scorso luglio Berlusconi dovrà riferire "quanto sa a proposito delle minacce mafiose subite dal governo da lui presieduto nel 1994 mentre era premier".
Secondo la sentenza di primo grado la minaccia fu trasmessa per tramite dell'ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a 12 anni.
I giudici, nelle motivazioni della sentenza dell'aprile 2018 avevano scritto che "con l'apertura alle esigenze dell'associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell'Utri nella sua funzione di intermediario dell'imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992". Inoltre, si legge, che nonostante non vi sia “prova diretta dell'inoltro della minaccia mafiosa da Dell'Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell'Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l'associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano.

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