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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia: per il boss Giuseppe Graviano chiesta l'archiviazione dell'indagine

di Aaron Pettinari
Sono passati 20 anni, il reato di "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato" è prescritto

L'indagine aperta nei confronti del boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, con l'accusa di “violenza o minaccia a un corpo politico” previsto dall'articolo 338 va archiviata in quanto il reato è prescritto. E' questa la conclusione a cui sono giunti i pm della Procura di Palermo che hanno chiesto al Gip l'archiviazione del fascicolo di indagini parallelo a quello in corso a carico di ex ufficiali del Ros, politici e mafiosi, conclusosi ad aprile del 2018, che era stato aperto in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza.
L'ex killer di Brancaccio aveva raccontato di aver incontrato il capomafia il 19 o il 20 gennaio 1994, pochi giorni prima del fallito attentato all'Olimpico, che si sarebbe dovuto verificare il 23 gennaio.
"Ci recammo presso il bar Doney, in via Veneto a Roma - aveva raccontato al processo trattativa - Già fuori c'era Giuseppe Graviano ad attenderci. Lui era latitante e sebbene sarebbe dovuto salire in macchina mi invita ad entrare al bar per consumare qualcosa. Aveva un'aria gioiosa e mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza, in un altro incontro a Campofelice di Roccella”. “Poi - aveva proseguito - aggiunse che quelle persone non erano come quei quattro crasti (cornuti, ndr) dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene”, avrebbe detto Graviano. “Poi - aveva continuato - mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani. E per Paese intendo l'Italia”.
L'ex killer di Brancaccio, la cui collaborazione nelle motivazioni della sentenza della Corte d'Assise di Palermo viene ritenuta dalla corte di "elevatissima attendibilità intrinseca", ha riferito anche che in quell'occasione Graviano gli disse che era necessario comunque compiere l'attentato contro i carabinieri allo stadio Olimpico perché si doveva dare "il colpo di grazia".
Nel 2017 vi furono anche delle intercettazioni in carcere tra Graviano ed il boss Umberto Adinolfi, in cui si fanno anche riferimenti a Silvio Berlusconi.
La richiesta di archiviazione è del dicembre 2018 e la Procura generale al processo d'appello del processo trattativa Stato-mafia aveva chiesto l'acquisizione della richiesta di archiviazione, oltre ad una serie di documenti riguardanti proprio Giuseppe e Filippo Graviano. Dalla lettura del documento emerge che secondo i pm della Procura di Palermo Graviano, dal 1994 al carcere duro, avrebbe "contribuito, con condotte certamente rilevanti, alla elaborazione ed alla successiva esecuzione del piano di intimidazione violenta ai danni delle istituzioni dello Stato". Ma a fissare i paletti della prescrizione è stata la sentenza della corte d'Assise di Palermo emessa nell'aprile dello scorso anno con le pesanti condanne degli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, dell'ex senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri dei boss Leoluca Bagarella e Antonino Cinà e di Massimo Ciancimino (accusato quest'ultimo del reato di calunnia, ndr). Nel provvedimento i giudici stabilirono che il reato di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato, alla luce della legge più favorevole all'indagato, si prescrive in 20 anni, che decorrono dal primo atto interruttivo della prescrizione. I pm sostengono che il contributo di Graviano abbia avuto inizio nel 1991 e sia terminato col suo arresto, nel gennaio del 1994. La prescrizione comincia a decorrere dal '94 dunque e si interrompe con l'interrogatorio a cui il boss fu sottoposto il 28 marzo 2017. Venti anni sono dunque passati e, nonostante i pm siano fermamente convinti del ruolo chiave avuto dal capomafia di Brancaccio nella strategia ricattatoria che avrebbe piegato lo Stato negli anni delle stragi, l'inchiesta va chiusa. Ora non resta che attendere che sia fissata l'udienza davanti al Gip per rendere o meno definitiva la decisione.

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