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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia, Ammannato: ''Tra Capaci e via d'Amelio la prova penale del concorso doloso di Mannino''

di Aaron Pettinari
L'arringa finale del legale Ass. Familiari Vittime Georgofili al processo d'appello

E' di lunedì scorso la richiesta, da parte dei sostituti procuratore generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, di condanna a 9 anni di reclusione, in riforma della sentenza di primo grado, nel processo a carico dell'ex ministro Calogero Mannino, imputato per minaccia a corpo politico dello Stato nel processo stralcio di appello per la trattativa Stato-mafia, che si svolge in abbreviato. Immediatamente dopo la fine della requisitoria a prendere la parola sono state le parti civili presenti e tra queste merita sicuramente un particolare approfondimento quella sostenuta dall'avvocato Danilo Ammannato (in foto), legale dell'Associazione Familiari Vittime dei Georgofili e del Comune di Firenze, che senza mezzi termini ha chiesto alla Corte di riformare la sentenza rispetto l'assoluzione di primo grado "affinché vi sia un monito affinché nessun politico o organo investigativo, che dovrebbe lottare la mafia, si metta a colloquiare con la mafia. Perché dialogando si è dato all'organizzazione un riconoscimento istituzionale che non si doveva dare. E noi siamo qui non perché vogliamo vendetta ma perché cerchiamo verità e giustizia su quei 250 chili di tritolo che hanno distrutto 12 ettari di centro storico a Firenze, danneggiando 173 quadri agli Uffizi e distruggendone 2, ma soprattutto hanno provocato la morte di cinque civili ed il ferimento di altri 48 che ancora oggi hanno i segni di quella strage. Perché per i familiari quella strage ha portato ad uno stato di 'fine dolore mai'".
Ammannato, così come aveva fatto durante il processo che si è celebrato in corte d'Assise, ha parlato di "responsabilità morale" per le stragi di Borsellino e quelle del 1993. "La sentenza di primo grado sulla trattativa parla testualmente di 'iniziativa improvvida' da parte dei carabinieri - ha ricordato il legale - questo significa che senza quel dialogo aperto con Vito Ciancimino, e quindi con Riina, non vi sarebbero state le stragi in Continente. La strage di Firenze non vi sarebbe stata se nei 57 giorni che separano Capaci e via d'Amelio non vi fosse stato quel contatto". Secondo Ammannato, dunque "è assolutamente provata la prova penale del concorso doloso di Mannino, Subranni, Mori e De Donno, nel portar la minaccia aggravata mafiosa di Riina e Provenzano. E questo è provato nei 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di via d'Amelio in cui vi sono stati ben quattro incontri tra Mannino, Subranni e Contrada. Incontri anomali perché al tempo la sicurezza di Mannino doveva essere di competenza della Polizia di Stato e non del Ros". Ammannato ha anche evidenziato le "coincidenze" delle date con altri elementi emersi nel corso del processo: "Guardando l'agenda di Bruno Contrada le date degli incontri sono quelle del 3, del 25 e del 27 giugno 1992 e poi l'8 luglio 1992. Cosa accade in quel periodo? La data del 3 giugno coincide con il periodo di dieci giorni di cui ci parla Giovanni Brusca, dell'ordine ricevuto di uccidere Mannino, dopo la strage di Capaci, con il monitoraggio delle abitudini che venne svolto dagli uomini di Cosa nostra. L'8 luglio coincide con la data dell'intervista che Mannino avrà con Padellaro, nel tardo pomeriggio, in cui l'ex ministro fornì informazioni particolarmente aggiornate. Sempre i collaboratori di giustizia ci hanno detto che proprio in quel periodo arriverà l'ordine di non colpire più quei ministri, Mannino e Vizzini, che erano finiti già nel mirino".
Proprio parlando delle minacce della mafia, nei confronti degli uomini del governo Andreotti, Ammannato ha ricordato come la stessa fosse stata ampiamente percepita: "Abbiamo le testimonianze dei collaboratori di giustizia ma anche il fatto concreto che dopo l'omicidio Lima, del 12 marzo 1992, il ministro dell'Interno Scotti che sia il 17 marzo che il 20 marzo 1992, quando fu sentito prima alla Commissione Affari Costituzionali e Interni della Camera dei Deputati poi davanti alle Camere riunite, disse chiaramente che lo Stato era di fronte a due percorsi che potevano portare, uno alla connivenza con la mafia ed uno alo scontro frontale a 360°. Lo stesso Scotti che emana 12 circolari riservate ai Prefetti, entro il 30 marzo 1992, in cui si avvisava che erano in pericolo Andreotti, Vizzini e Mannino. E che Mannino avesse percepito quelle minacce ("Il prossimo sono io") è anche raccontato dalle testimonianze di Riccardo Guazzelli, che riferisce quanto disse il padre, e l'onorevole Mancino. Minacce che diventano poi concrete secondo quanto riferito da Brusca anche di fronte a questa Corte".
Ammannato ha poi ricordato il rapporto di amicizia e conoscenza tra Mannino e Subranni, e di come l'allora Comandante del Ros si adoperò per favorire Mannino in due circostanze: "La prima è il rapporto mafia-appalti che fu consegnato a Falcone in maniera incompleta senza i nomi di Mannino-Lima e Nicolosi. Poi sulla vicenda Corvo 2, dove non sviluppò alcuna indagine ed anzi si adoperò con tanto di biglietto scritto per chiudere quella vicenda".
E' un fatto storico che in data 8 luglio ‘92 le indagini sull’anonimo erano state assegnate al giudice Borsellino; il 3 ottobre, in un biglietto indirizzato all’allora procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Giammanco, con allegato comunicato Ansa del 2 luglio 1992 in merito alla posizione del Ros sull’anonimo “Corvo2”, il generale Antonio Subranni scriveva: “Caro Piero ho piacere di darti copia del comunicato dell’Ansa sull'anonimo delle otto pagine. La valutazione collima con quella espressa da altri organi qualificati. Buon lavoro, affettuosi saluti Antonio”. Il comunicato allegato recitava così - Roma 2 luglio: “Sono illazioni ed insinuazioni, affermano dal comando generale dei carabinieri riportando valutazione degli organi operativi che stanno valutando il documento, (Ros e Sco) che possono solo favorire lo sviluppo di stagioni velenose e disgreganti. Oggi si può responsabilmente affermare che talune situazioni - proseguiva la nota - appaiono talmente assurde e paradossali da evidenziare in modo addirittura puerile con cui si cerca di delegittimare gli esponenti politici siciliani e nazionali nel documento indicato”. Secondo l'accusa una sorta di “indicazione” all’archiviazione nel tentativo di proteggere Mannino.
Quindi Ammannato è tornato a parlare del dialogo tra gli ufficiali del Ros, Mori e De Donno, e Ciancimino, ricordando come proprio gli stessi militari parlarono di "trattativa" al processo di Firenze: "Mori riferì di quel contatto dicendo, è scritto nei verbali, che chiesero a Ciancimino cosa fosse quel 'muro contro muro' e cosa volessero in cambio della fine delle stragi. Ricordo il nostro sconcerto, come parte civile, e di Chelazzi. Mori dirà che fu un'attività investigativa ma non lasciò alcuna traccia. E al processo di primo grado a Palermo dirà che per lui Ciancimino era il capo della mafia, il raccordo tr cosa nostra, il potere politico Dc ed il potere economico. Proverà a spostare questi incontri dopo la strage di via d'Amelio ma è provato che ciò avviene prima, secondo quanto riferito dai pentiti come Brusca e Cancemi, ma ancora di più dal ministro Claudio Martelli, da Liliana Ferraro e Fernanda Contri. Ecco come si crea l'accelerazione improvvisa per la morte di Borsellino". Infine Ammannato si è chiesto: "Mannino in quei 57 giorni tra Capaci e ia d'Amelio ha concorso con l'azione di governo di Scotti e Martelli nella lotta contro la mafia o ha concorso con Subranni-Mori e De Donno per agevolare e rafforzare quella minaccia della mafia, che era diventata esecutivo con le morti di Lima e Falcone, con quel dialogo che ha istigato Riina a proseguire la linea degli attentati secondo la convinzione che le stragi pagavano? Questa è la risposta che si deve dare".

Foto © SkyTG24

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