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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Stato-mafia, in appello chiesti 9 anni per ex ministro Mannino

Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia, in appello chiesti 9 anni per ex ministro Mannino

di Aaron Pettinari
Il Pg: "Turpe do ut des per stoppare strategia stragista"

"Abbiamo esposto dei fatti provati al di là di ogni ragionevole dubbio. In riforma alla sentenza di primo grado si chiede la conferma penale dell'imputato e la condanna a 9 anni di reclusione, così come chiesto dal pubblico ministero in primo grado". Con queste parole il sostituto procuratore generale Giuseppe Fici ha formulato la richiesta di pena a conclusione della requisitoria del processo d'appello, che si svolge in abbreviato dinanzi al collegio presieduto da Adriana Piras, a carico dell'ex ministro Calogero Mannino, imputato per minaccia a corpo politico dello Stato nel processo stralcio di appello per la trattativa Stato-mafia. L'ex politico della Dc in primo grado era stato assolto per "non aver commesso il fatto" in base all'articolo del codice di procedura penale 530 comma secondo (la vecchia insufficienza di prove). La Procura presentò appello dopo aver letto le motivazioni della sentenza del gup Marina Petruzzella ravvisando una serie di criticità. In appello è stato anche riaperto il dibattimento e sono stati risentiti la giornalista Sandra Amurri, l'ex presidente della Camera Luciano Violante, il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca (anch’egli imputato per il medesimo reato nel primo troncone del processo), uno dei fedelissimi del boss Totò Riina, Pino Lipari che, pur non avendo lo status di collaboratore di giustizia, ha reso alcune dichiarazioni agli inquirenti, e Nicola Cristella, ex capo scorta del vice capo del Dap degli anni delle stragi Francesco Di Maggio.
Durante la requisitoria i due Pg, Fici e Sergio Barbiera, hanno ricostruito l'impianto accusatorio nei confronti di Mannino che, secondo l'accusa, avrebbe dato il primo input, dopo l’omicidio Lima, al dialogo che, tramite i carabinieri del Ros, ha visto protagonisti pezzi delle istituzioni e mafiosi.
Proprio Barbiera ha ricordato come "le acquisizioni probatorie confermano inoppugnabilmente il timore dell'onorevole Mannino di essere ucciso, così come sostenuto dall'accusa, e le sue azioni per attivare un 'turpe do ut des' per stoppare la strategia stragista avviata da Cosa nostra".
Successivamente il pg ha ricordato le dichiarazioni a carico dell'imputato rese dai pentiti Giovanni Brusca, Francesco Onorato e Antonino Giuffrè: "Brusca ha dichiarato di avere ricevuto l'incarico di predisporre, subito dopo l'attentato di Capaci, l'omicidio dell'odierno imputato, Calogero Mannino. Anche Francesco Onorato conferma che Mannino 'si deve uccidere'. E l'ex capo mandamento Antonino Giuffre', vicino al boss Provenzano, ha detto che: Falcone, Lima e Mannino erano nella lista delle persone da uccidere deliberata dalla riunione della commissione provinciale di cosa nostra, riunitasi nel dicembre 1991. Decisione da adottare in caso di esito sfavorevole della (imminente) sentenza del maxi processo da parte della Cassazione". Infatti, come ha aggiunto successivamente Fici, è "agli inizi degli anni novanta che si è venuta a sfaldare la collaudata interlocuzione tra cosa nostra e alcuni esponenti istituzionali come i cugini Salvo, il politico Salvo Lima e Giulio Andreotti e uno dei motivi è stato il traumatico avvento dei corleonesi Riina e Provenzano al posto della grigia aristocrazia mafiosa".
La parola passa adesso alle parti civili e alla difesa dell'ex politico. La sentenza dovrebbe essere emessa prima dell'estate.

Foto © Imagoeconomica

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