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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Trattativa Stato-mafia: prima udienza al processo d'Appello

Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa Stato-mafia: prima udienza al processo d'Appello

di Aaron Pettinari
Il Presidente Pellino ha iniziato la relazione introduttiva

I legali di Ciancimino jr chiedono una perizia per valutare lo stato di salute del proprio assistito

"E' stato detto che non si può riscrivere la storia del paese guardandolo dal buco della serratura. Al di là della metafora non felicissima, credo sia una verità condivisibile, quasi banale, se con questo si vuole significare che la complessità dei fatti storici non può essere compressa nella gabbia del paradigma giudiziario nel quale è giusto che si muova. Ma, dato l'oggetto dei fatti molto eclatanti, riscrivere la storia del Paese è quasi inevitabile, i tempi, i momenti trattati ed il lavoro delle parti che hanno cercato si scavare in vicende gravi. Se e quando ciò dovesse capitare sicuramente non è cercato e voluto. L'unico scopo perseguibile in primo grado è la fondatezza dell'ipotesi accusatoria; per il secondo grado, è la verifica dei motivi di appello. Tutti gli imputati non sono archetipi socio-criminologici. Sono uomini in carne e ossa che saranno giudicati per ciò che hanno o non hanno fatto: spero che ci sia un serrato confronto sulle questioni tecnico giuridiche e sull'accertamento probatorio". Con questa premessa il Presidente della Corte d'Assise d'Appello, Angelo Pellino, ha iniziato la propria relazione di apertura del processo d'appello sulla trattativa Stato-mafia (il reato contestato, com è noto, è di "attentato a corpo politico dello Stato). Nello specifico, nell'udienza odierna si è proceduto con l'analisi della sentenza di primo grado rappresentando quelle valutazioni effettuate dalla Corte d'assise rispetto alle eccezioni di competenza del tribunale, le fonti di prova dichiarative dei collaboratori di giustizia e la ricostruzione dei fatti emersi nel corso del dibattimento, partendo dai capi di imputazione nei confronti degli imputati.
"Si rimarca - ha proseguito Pellino nella relazione - come l'investigazione sui fatti sottesi alla principale valutazione riguardano l'accusa di minaccia, continua e aggravata, al corpo politico dello Stato, avviene su vicende complesse lungo un vasto arco temporale che va dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri e la sentenza non nasconde che dietro certe vicende si annidano non pochi punti oscuri della storia del nostro Paese con il materializzarsi di un avvento di strutture occulte, massoniche, para massonche ed esponenti infedeli della pubblica sicurezza. Vengono poi ripercorsi gli eventi dell'organizzazione mafiosa Cosa nostra con la parabola criminale dei corleonesi che viene scolpita. Una parabola ascendente che si è conclusa definitivamente con l'arresto di Provenzano e che ha un punto di svolta, con l'inizio del declino, dopo il gennaio 1994, con il fallito attentato all'Olimpico e l'arresto dei fratelli Graviano, soggetti ai quali si ascrive la capacità economica e l'intelligenza criminale e direttiva che è stata il principale supporto per l'azione della strategia stragista".
In primo grado, il 20 aprile 2018, sono stati condannati i boss mafiosi Leoluca Bagarella e Antonino Cinà (rispettivamente sono state disposte pene a 28 e 12 anni), gli ufficiali del Ros Antonio Subranni e Mario Mori (condannati a 12 anni), l’ex cpitano del Raggruppamento operativo speciale Giuseppe De Donno (8 anni), l'ex senatore Marcello Dell'Utri, condannato a 12 anni. Prescritte, come richiesto dai pubblici ministeri, le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca. Per Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, era stata emessa una condanna a 8 anni per la calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia Giovanni De Gennaro. Ciancimino jr venne invece assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa “perché il fatto non sussiste”. Pellino ha letto le valutazioni della Corte d'Assise presieduta da Montalto sulle dichiarazioni di Ciancimino: "Nel corso del processo ha avuto più vesti, da quella di imputato a quella di testimone. La Corte è intervenuta con un giudizio stroncante di assoluta inaffidabilità non perché non è vero tutto quello che ha detto, ma si manifesta l'impossibilità di discernere il vero dal falso con l'unico esito possibile di non tenere conto del suo contributo testimoniale".
Ad inizio udienza sempre Pellino aveva dato atto della "rinuncia" di Ciancimino jr a seguire l'udienza per motivi di salute attestando comunque la valutazione dei medici dell'istituto penitenziario secondo cui "nulla osta alla presenza" in aula. I legali di Ciancimino, Roberto D'Agostino e Claudia La Barbera, hanno rappresentato uno stato di salute piuttosto grave, tanto che lo stesso sarebbe ora ricoverato in un centro clinico. "Negli ultimi giorni la situazione è peggiorata, ha avuto problemi gravi e manifesta un forte stato confusionale mostrando un'incapacità di rendersi conto anche degli aspetti processuali rispetto l'odierna udienza - hanno detto - Per questo chiediamo una perizia tendente a stabilire le capacità del Cianciminio di partecipare coscientemente al processo". Sull'istanza la Corte si è riservata di decidere così come ha fatto sulla richiesta dell'avvocato Luca Cianferoni di sostituire le quattro udienze previste per l'esposizione della relazione con una scritta. "Non esisteva una relazione scritta, ma solo una traccia" ha ribadito il Presidente che ha già annunciato che saranno quattro le udienze riservate a questa fase.
Canferoni, che oggi è avvocato assieme ad Anania di Bagarella, per conto di Riina (deceduto) aveva impugnato il verdetto di primo grado, con i giudici che avevano dichiarato l'estinzione del reato per morte del reo, chiedendo l'assoluzione del suo cliente nel merito. La Corte d'assise d'appello ha però dichiarato l'impugnazione inammissibile.
In aula erano presenti l'ex generale del Ros Mario Mori e l'ex colonnello Giuseppe De Donno, accompagnati dai legali Basilio Milio e Francesco Romito.
Non c'era invece l'ex generale dei carabinieri Antonio Subranni che non è più difeso dall'avvocato Basilio Milio ma dagli avvocati Cesare Placanica, Presidente della Camera penale di Roma, e Gianluca Tognozzi (in aula anche l'avvocato Fabio Ferrara, nominato sostituto processuale). Assente anche Marcello Dell'Utri, rinunciante, che era rappresentato dal suo collegio difensivo (Francesco Centonze, Tullio Padovani e Francesco Bertorotta). Presenti anche l’avvocato Giovanni Airò Farulla (in rappresentanza del Comune di Palermo) e l’avvocato Caserta, in rappresentanza dell’avvocatura dello Stato. Per le parti civili presenti gli avvocati Domenica Grassa (Libera), Ettore Barcellona e Francesco Cutraro (Centro Pio La Torre) e Franco Coppi (De Gennaro). Ettore Barcellona sostituisce l’avvocato Ammannato, parte civile dell’Associazione vittime della strage dei Georgofili.
In aula era anche presente una rappresentanza di 'Scorta civica', cartello di associazioni e liberi cittadini presenti a sostegno dell'accusa che in primo grado ha seguito tutto il processo.
A rappresentare l'accusa sono i sostituti procuratore generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, già impegnati nel processo-stralcio, che si svolge in abbreviato, contro l'ex ministro Calogero Mannino (assolto in primo grado per "non aver commesso il fatto"). Un procedimento, quest'ultimo, che il prossimo 6 maggio vedrà la conclusione della requisitoria con la richiesta di pena.

In foto da sinistra: Mario Mori, Salvatore Totò Riina e Marcello Dell'Utri

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