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Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa Stato-mafia, in appello il giudice sarà Angelo Pellino

montalto corte sentenza trattativadi Aaron Pettinari
A sostenere l'accusa Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, già impegnati nel processo d'appello a Mannino

Ancora non si conosce la data della prima udienza d'appello del processo trattativa Stato-mafia ma è stato reso noto il nome del giudice che presiederà la Corte d'Assise d'appello, Angelo Pellino, e che avrà come giudice a latere Vittorio Anania. Come ha riportato oggi Il Fatto Quotidiano nei prossimi giorni partiranno i decreti di citazione delle parti e l'inizio del procedimento si prevede tra aprile e maggio. Il tempo di raccordarsi con il Dap per permettere a tutti gli imputati, mafiosi e non, di essere presenti per la prima udienza.
La scelta di Pellino sarebbe giunta per esclusione, secondo un criterio "automatico e ponderale” delle sezioni. Infatti l'alternativa sarebbe stata che a presiedere la Corte fosse il collega Mario Fontana, presidente della prima Corte d’Assise d’appello, ma quest'ultimo, aveva già giudicato Mario Mori al processo che lo vedeva imputato assieme al colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura del capomafia corleonese Bernardo Provenzano. Un'assegnazione che non sarebbe stata incompatibile ma sicuramente poco opportuna, pertanto si è decisa l'assegnazione al collegio di Pellino.
Quest'ultimo si è occupato già in passato di processi importanti su delitti eccellenti come quello sull’omicidio di padre Pino Puglisi, dell’imprenditore anti-racket Libero Grassi, dell’ex militante di Dp Peppino Impastato, del cronista del Giornale di SiciliaMario Francese, del sociologo Mauro Rostagno. Non solo. Si è anche occupato della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, un processo in cui ha assolto Totò Riina dall'accusa di essere stato mandante di quel delitto.
In primo grado sono stati condannati il boss corleonese Leoluca Bagarella insieme al medico di fiducia di Totò Riina, Antonino Cinà. Per i due mafiosi sono state disposte rispettivamente pene a 28 e 12 anni. Condannati a 12 anni anche gli esponenti delle istituzioni: gli ufficiali del Ros Antonio Subranni e Mario Mori insieme all'ex politico di Forza Italia Marcello Dell'Utri. 8 anni, invece, per l’ex uomo del Raggruppamento operativo speciale Giuseppe De Donno.
Mori, Subranni e De Donno sono stati assolti unicamente per le condotte contestate commesse dopo il 1993. Il cofondatore di Forza Italia invece è stato assolto solo per le condotte contestate nei confronti dei governi precedenti a quello di Silvio Berlusconi.
Dichiarato colpevole anche Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, condannato a otto anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia Giovanni De Gennaro mentre è stato assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa “perché il fatto non sussiste”. La corte ha anche dichiarato il “non doversi procedere” nei confronti del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca (anche lui imputato per l’art.338) per intervenuta prescrizione visto il riconoscimento delle attenuanti specifiche per i pentiti. E sempre “non doversi procedere” nei confronti del Capo dei Capi, Totò Riina, per “morte del reo”.
In primo grado è stato anche assolto dall'accusa di falsa testimonianza Nicola Mancino perché “il fatto non sussiste”. Poiché né la Procura di Palermo né la Procura generale hanno presentato ricorso, così l'assoluzione nei confronti dell'ex ministro degli Interni è diventata definitiva.
A sostenere l'accusa in appello saranno i sostituti procuratori generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, entrambi già impegnati nel processo in abbreviato contro l'ex ministro Dc Calogero Mannino, assolto in primo grado, che vedrà l'inizio della requisitoria il prossimo 25 febbraio.
A presentare ricorso sono stati tutti gli imputati condannati in primo grado, compreso il legale di Riina, Luca Cianferoni, il cui ricorso post mortem è stato giudicato "inammissibile", mentre tra le parti civili solo la Presidenza del Consiglio ha presentato ricorso per contestare l’ammontare dei danni provocati dalla minaccia al corpo politico dello Stato, avendo già avuto liquidato in primo grado un risarcimento complessivo di 10 milioni di euro.

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