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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia, Mannino si difende e parla dell'amicizia con Falcone, Borsellino e Dalla Chiesa

mannino calogero c imagoeconomica 0di Aaron Pettinari
Dichiarazioni spontanee al processo d'Appello
"Ho avuto l'onore di avere l'amicizia di Giovanni Falcone e rivendico di averlo fiancheggiato in tutti i passaggi successivi alla nomina di Meli. Io mi occupo della nomina come procuratore aggiunto della Repubblica. Io lo accompagno da Cossiga che lo vuole come Direttore degli affari penali ed è Cossiga che fa mantenere l'impegno a Martelli". "Con Paolo Borsellino al di là delle differenze politiche eravamo amici, andavamo spesso a mangiare insieme... al telefono parlava sempre in siciliano". Così l'ex ministro della Dc, Calogero Mannino, imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato in uno stralcio del procedimento sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, si è difeso rilasciando dichiarazioni spontanee durante il processo d'appello. Un procedimento che si svolge con il rito abbreviato e che in primo grado lo ha visto assolto "per non avere commesso il fatto” in base all'articolo del codice di procedura penale 530 comma secondo. Nell'arco di tre ore più volte l'ex politico ha fatto ricorso ad aneddoti e conversazioni avute in particolare con i due magistrati. Un'autodifesa che era già avvenuta durante il processo di primo grado. Nella sua difesa Mannino ha rivendicato il nuovo corso che, a suo dire, avrebbe impresso alla Democrazia Cristiana, di cui divenne commissario regionale, proprio in materia di lotta alla mafia. E per rafforzare questa determinazione ha citato una conversazione con il giudice Giovanni Falcone che lo avrebbe invitato ad accettare la carica di commissario del partito dicendogli esplicitamente che nel portare avanti una battaglia efficace contro i clan l'appoggio della politica era indispensabile. "Lei ha una responsabilità", gli avrebbe detto il magistrato inducendolo ad accettare l'incarico.
Secondo la ricostruzione dell'accusa, l'ex ministro, entrato nel mirino della mafia per aver tradito i patti stretti coi clan, avrebbe, attraverso i carabinieri del Ros, spinto perché pezzi dello Stato avviassero un dialogo coi boss ed ovviamente nel corso del suo intervento ha sminuito l'impianto accusatorio che lo riguarda. A cominciare dall'episodio del mazzo di crisantemi ricevuto nella propria abitazione che a suo dire sarebbe stato consegnato non il 5 febbraio 1992 (come invece hanno ricostruito i pm nella requisitoria di primo grado) ma nel settembre 1991 ("Ci sono documenti di polizia che dimostrano questo ed anche in un'intervista di Enzo Biagi, dell'ottobre 1991, si parla delle minacce"). Inoltre l’ex ministro ha anche fornito la sua versione sulle minacce di morte ricevute tra il ’90 e il ’91 che a suo dire sarebbero state “sempre denunciate”.
Ha allontanato, dunque, qualsiasi tipo di rapporto confidenziale avuto con il generale Antonio Subranni o con il maresciallo Giuliano Guazzelli, ricordando che dopo la morte di Lima (12 marzo del 1992) c'era un problema di sicurezza generale anche verso altri ministri siciliani (Vizzini, Andò, Nicolosi) e non solo nei suoi confronti.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, però, le cose non andarono così. E la morte del maresciallo, ucciso il 4 aprile 1992, sarebbe stato un ulteriore messaggio di minaccia proprio a Mannino. Il sottoufficiale dei carabinieri aveva un legame diretto con l’ex deputato democristiano ed era diventato una sorta di trade-union tra lo stesso Mannino e l’ex capo del Ros Antonio Subranni. Lo stesso Riccardo Guazzelli, figlio di Giuliano, lo aveva confermato successivamente agli inquirenti. "Dopo l'omicidio Lima, l'esponente Dc disse a mio padre: 'Il prossimo potrei essere io'" aveva dichiarato Guazzelli jr. Un’ulteriore conferma era poi giunta dalle annotazioni dell’ex colonnello del Ros, Michele Riccio, il quale, il 13 febbraio 1996, aveva scritto di suo pugno: “Sinico, confermato Subranni aveva paura della morte di Guazzelli (maresciallo) vicino a Mannino, De Donno fu fatto rientrare di corsa dalla Sicilia - Guazzelli fu avvertimento per Mannino e soci?”. E restano anche gli incontri a Roma, dopo l'omicidio del maresciallo, tra lo stesso Mannino, il gen. Subranni, e l’ex numero 3 del Sisde Bruno Contrada. Anche in questo caso l'ex politico democristiano non ha fatto altroché bollare come "barzellette" le considerazioni di Riccio e riduce quegli incontri con Subranni e Guazzelli a meri rapporti "istituzionali". Ma che Mannino fosse "preoccupato" lo aveva dichiarato anche l'ex ministro degli Interni Nicola Mancino il quale disse di aver incontrato a Montecitorio Mannino che gli disse "il prossimo sono io”.
Ancora una volta l'ex ministro dell'Agricoltura ha offerto la sua ricostruzione di fatti delicati come le dimissioni di Scotti, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Rosario Spatola, il rapporto mafia-appalti e l'anonimo Corvo 2.
Per poi concludere con la vicenda Padellaro che a suo dire avrebbe travisato completamente le sue parole a causa di una "sua inclinazione malinconica", precisando che "non si trattava di un'intervista concordata" e che "all'interno di quegli appunti vi erano panzane incredibili".
In realtà, però, anche quell'incontro con l'allora giornalista de L'Espresso assume una certa rilevanza.
“Colloquio con Calogero Mannino avvenuto nel suo ufficio di via Borgognona 48 alle 17,00 di mercoledì 8 luglio (1992, ndr). Rapporto dell’Arma dei carabinieri che indica Mannino, Andò, Borsellino e due ufficiali dei CC siciliani bersagli della mafia. Si dice anche che la mafia sta preparando nuovi clamorosi colpi per disarticolare lo Stato. Non vado da un mese in Sicilia perché secondo i CC c’è un commando pronto ad accopparmi. Ma io questa settimana andrò lo stesso. Forse i CC possono individuare uno degli attentatori”. Cominciavano così gli appunti di Padellaro relativi alle confidenze ricevute dall’ex ministro democristiano. Al processo madre sulla trattativa Stato-mafia lo stesso giornalista aveva raccontato l’origine di quelle parole. Che inizialmente avrebbero dovuto costituire l’ossatura di una vera e propria intervista a Mannino, prima che quest’ultimo la negasse nonostante fosse stata inizialmente concordata. Rileggendo i suoi stessi appunti Padellaro aveva quindi ripercorso la paura strisciante provata dallo stesso ex ministro. Una paura che gli aveva fatto dire di provare “orrore a restare in questa condizione di condannato a morte”. “Maledico il giorno in cui ho cominciato a fare politica”, aveva detto ancora Mannino a Padellaro, per poi definire la Sicilia “una terra maledetta”. Verso la fine di quegli appunti l’ex esponente DC si era lasciato andare ad una considerazione del tutto ambigua. “I carabinieri vogliono che non mi espongo. Sono troppo nel mirino. Ma io ho una gran voglia di raccontare molte cose. E penso che lo farò”. Ma di quelle “molte cose” a cui faceva riferimento Mannino, a quanto è dato sapere, non è mai giunto alcunché all’autorità giudiziaria.

Foto © Imagoeconomica

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