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Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa, Ciancimino jr e quel ''cerino'' in mano

ciancimino massimo c imagoeconomicaDalla condanna per calunnia all'assoluzione per concorso esterno
di Aaron Pettinari
Massimo Ciancimino? "Inattendibile". La sua testimonianza? "Ha un valore assolutamente neutro". Il papello? "Può esistere ma non è quello consegnato dal figlio di Vito Ciancimino". Potrebbe essere questa l'estrema sintesi delle valutazioni della Corte d'assise di Palermo riguardo a Massimo Ciancimino nelle motivazioni della sentenza emessa lo scorso 20 aprile con l'assoluzione dall’accusa di concorso esterno, ma con la pesante condanna ad otto anni per calunnia aggravata.
Giudizi severi che se da una parte dimostrano come il processo sulla trattativa Stato-mafia non sia un processo basato e costruito solo sulle dichiarazioni di Ciancimino jr, dall'altra azzerano molte delle ricostruzioni fin qui fatte su quel biennio di stragi e contatti tra uomini delle istituzioni e Cosa nostra. Questo non significa però che certi fatti non si siano verificati. Infatti i giudici ritengono "che non si possa e debba attribuire alcuna valenza probatoria alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino per la sua verificata complessiva inattendibilità che ne impedisce qualsiasi uso, ma senza che, però, da ciò possa e debba farsi derivare una valutazione negativa sulla reale esistenza di fatti e accadimenti sol perché gli stessi siano stati eventualmente inseriti nel più ampio racconto dello stesso Ciancimino”.

Difetto di "sensazionalismo" e "notorietà"
I giudici imputano a Ciancimino una "creazione artificiosa di sovrastrutture che sovrappongono il nucleo del fatto vero per finalità magari di sensazionalismo e di notorietà personale (certamente non disdegnata dal soggetto ed anzi spesso studiatamente ricercata)" ed è per questo motivo che le dichiarazioni del teste-imputato, non possono essere utilizzate, neanche valutandole in maniera frazionata.
In concreto per i i giudici Ciancimino, "pur muovendo da un nucleo di fatti certamente veri e che egli ha avuto modo di conoscere o direttamente in virtù della particolare vicinanza col padre in occasione delle traversie giudiziarie che hanno riguardato quest'ultimo ovvero indirettamente attraverso possibili confidenze del padre medesimo o, probabilmente in maggior misura, esaminando documenti da quest'ultimo custoditi" avrebbe via via creato "sovrastrutture progressivamente sempre più complesse, ma spesso con fondamenta assolutamente fragili e, quindi, conseguentemente, destinate a crollare miseramente come è accaduto in occasione di vicende che hanno visto il Ciancimino protagonista negativo in separate ma correlate indagini".
Addirittura avrebbe "disegnato per sé un ruolo di quasi protagonista certamente incompatibile, soprattutto sotto il profilo conoscitivo, con il ruolo svolto in concreto qual è stato quello di mero esecutore di direttive paterne, mai accompagnate, come peraltro riconosciuto dallo stesso Massimo Ciancimino, dalla possibilità di interloquire col genitore e di ottenere spiegazioni di sorta sugli incarichi materiali di volta in volta affidatigli". E i giudici lo ritengono non credibile al punto che lo hanno assolto dall'accusa di concorso esterno, che gli era stata mossa proprio alla luce delle sue stesse dichiarazioni.
E qui sorge la prima domanda. Davvero Ciancimino, che tutto aveva da perdere anche autoaccusandosi può aver architettato una "fiction" così realistica? E perché?
A detta dei giudici, leggendo le motivazioni della sentenza, proprio i documenti del padre e gli elementi acquisiti sono stati la base per "costituire il 'canovaccio' sul quale il predetto dichiarante ha imbastito le sue "storie", riuscendo almeno a tratti, persino a dare un'impressione, se non di verità, quanto meno, in taluni casi, di verosimiglianza.
E, però, è evidente che non possono essere quegli scritti autografi del padre ad assurgere a riscontro del racconto poi elaborato dal dichiarante sulla base di tali acquisite conoscenze, utili, come detto, soltanto a dare una parvenza di verosimiglianza, ma non certo a confermare le effettive e dirette conoscenze del dichiarante medesimo". E nel volersi screditare come "testimone insostituibile delle vicende oggetto del processo", secondo la Corte ha iniziato ad "integrare" la documentazione ereditata dal padre con quelli che sono ritenuti di dubbia paternità (i pizzini attribuiti a Bernardo Provenzano) o i falsi, come quello in cui fu annotato il nome dell'ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, che di fatto è costato la condanna per calunnia nei suoi confronti (lui stesso "ha ammesso la sua consapevolezza della falsificazione medesima quanto meno nel senso della non vera formazione in sua presenza nella parte della cerchiatura e della scrittura del nome De Gennaro") anche se, come si legge nel documento, "il termine massimo di prescrizione sarà decorso prima di potere depositare la motivazione della sentenza".

Il papello
Tra i documenti ritenuti non veri vi è anche quello consegnato dopo un lunghissimo tira e molla ai pm e che è stato definito come "papello".
Su quel documento i periti hanno evidenziato come non vi sia stata traccia di manomissione anche se non è stato possibile accertare l'autore della grafia di tale documento. Tuttavia i giudici rappresentano "forti dubbi sull'autenticità" di quel documento, consegnato da Ciancimino jr, rispetto al fatto che possa effettivamente essere l'elenco delle richieste dei boss al Governo. E il punto viene messo in discussione proprio perché a riferire della sua autenticità vi è solo il figlio di don Vito. Poiché le dichiarazioni di quest'ultimo non vengono prese in considerazione anche quell'elenco viene messo da parte, dai giudici, senza che possa assumere il valore di prova.
Tuttavia, scrivono sempre i giudici, "la probabile falsità del detto documento (così come per gli altri di cui, invece, la falsità è certa) non significa che Vito Ciancimino non sia stato effettivamente destinatario di richieste (eventualmente anche scritte: v. dichiarazioni di Roberto Ciancimino e Pino Lipari) dei vertici mafiosi quali, almeno in parte, quelle contenute nel 'papello' esibito da Massimo Ciancimino e qui acquisito agli atti".
Al di là della sua veridicità o meno resta sconcertante il dato che alcune delle richieste di Cosa nostra contenute anche in quel documento (oltre che quelle riferite dai collaboratori di giustizia, ndr) si sono realizzate o stavano per esserlo. Basta seguire i fatti, cominciando dal "segnale di distensione" inviato con i mancati rinnovi di oltre 300 decreti di 41 bis nel '93, per poi passare ai numerosi disegni di legge per la revisione dei processi che si sono susseguiti negli anni, alla chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara, alle numerose proposte di abolire l’ergastolo o i tentativi per favorire la “dissociazione” dei mafiosi in maniera indolore. E cosa dire degli indulti estesi ai reati dei mafiosi diversi da quelli associativi (che comprendevano ad esempio il voto di scambio), la legge (ambigua) che "stabilizzava" il 41-bis rendendone di fatto più facili le revoche, la norma che svuotava il sequestro dei beni mafiosi prevedendo la possibilità di metterli all’asta (facendo in modo di farli ricomprare dai prestanome dei mafiosi)?

Il nucleo di verità
La Corte si sofferma anche su quel nucleo di dichiarazioni di Ciancimino che possono ritenersi vere, ovvero penalmente provate. Si tratta di quelle vicende che lo stesso imputato Mario Mori, come ricordano i giudici, "non ha esitato a definire come 'trattativa' e che venne intavolata con Vito Ciancimino, quanto meno all'indomani della strage di Capaci, prima tramite De Donno e poi anche direttamente dallo stesso Mori".
Elementi concreti rispetto a quel dialogo emergono dallo stesso Massimo Ciancimino, scrive la Corte, "in questo caso per conoscenza diretta (incontestata perché confermata, appunto, da De Donno e Mori)"; da alcuni "sia pure evidentemente reticenti e in qualche caso confusi accenni dello stesso Vito Ciancimino"; ed anche "dalle stesse ricostruzioni fatte dai predetti imputati Mori e De Donno sin da quando sono stati sentiti, in qualità di testimoni, nel processo per le stragi del continente svoltosi a Firenze (v. sentenze in atti), nonché, per quanto riguarda l'imputato Mori, anche nel memoriale consegnato alle Procure della Repubblica di Firenze e Caltanissetta rispettivamente il 1°agosto e il 23 settembre 1997".
"Analoghe considerazioni - aggiungono ancora gli estensori - valgono anche per il canale allora individuato da Vito Ciancimino per contattare i vertici di Cosa nostra e, specificamente, il suo allora incontrastato capo, Salvatore Riina: anche in questo caso, il nome dell'odierno imputato Cinà, pure indicato da Massimo Ciancimino, in realtà già emerge dalle dichiarazioni del padre Vito, suffragate, sul punto, anche dalla stessa ricostruzione dell'imputato Mori seppur con la precisazione di questi di avere appreso l'identità del Cinà soltanto a vicenda conclusa".
Ciò significa che "al di là di alcune difformità sulla sequenza degli incontri tra De Donno-Mori e Vito Ciancimino, emerge dalla ricostruzione dei primi due (e, specificamente, di Mori nel memoriale sopra richiamato) uno sviluppo della 'trattativa' concordante con l'iter riferito da Massimo Ciancimino e, in particolare, laddove si evidenzia quel passaggio da una prima fase in cui l'intendimento di Mori-De Donno era quello di evitare nuove stragi ad una seconda fase mirata alla cattura del latitante Riina".

Il signor "Franco" e "Rosselli"
Per quanto riguarda i misteriosi personaggi di cui Ciancimino ha parlato nel corso degli anni i giudici scrivono che "vi sono inconfutabili elementi di fatto per ritenere che il 'signor Franco' sia frutto della sfrenata fantasia del dichiarante Massimo Ciancimino e, quindi, di una di quelle sovrastrutture create dal predetto per mere ragioni di sensazionalismo".
Già i pm durante la requisitoria avevano evidenziato come su questa figura e su quella di “Rosselli-Rossetti” non vi erano significativi riscontri. I pm avevano evidenziato come queste due figure fossero state "caricate", individuando anche un'aggravante in particolare per quanto concerne l'individuazione mancata di Rosselli. "Non è logicamente sostenibile che Massimo Ciancimino vuole far credere di non sapere chi sia questo soggetto che ha consegnato i documenti e che suggeriva i tempi ed i modi per produrli ai magistrati” avevano detto i pm. E sostanzialmente anche i giudici concordano nelle motivazioni della sentenza.

La perquisizione a Casa Ciancimino
Particolarmente intricato è anche l'episodio della perquisizione del 17 febbraio 2005 nell'abitazione di Ciancimino. Secondo la Corte non mancano le "anomalie" nel fatto specifico ma i fatti che si sono consumati non sarebbero comunque da considerare come "riscontro" per la credibilità del figlio di don Vito.
Quindi i giudici analizzano le testimonianze degli ufficiali dei carabinieri in servizio in quel giorno. In particolare si evidenzia quella di Antonello Angeli, "un altro dei (non pochi) testimoni 'sconcertanti' apparsi sul proscenio di questo processo". "Da un ufficiale dell'Arma dei Carabinieri con una brillante carriera che lo ha condotto al grado di colonnello e ad incarichi di sicuro prestigio, quale quello di Comandante del Nucleo addetto alla vigilanza del Palazzo del Quirinale e, persino, di addetto alla scorta personale del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - scrivono i giudici - ci si attenderebbe il massimo sforzo di collaborazione con la Giustizia e comportamenti corretti e lineari. Sennonché, il Col. Angeli, sentito dal Pubblico Ministero nel 2009 come persona informata dei fatti, come si evince dalle puntuali contestazioni fattegli durante l'esame e sopra riportate, ha certamente nascosto fatti di cui era a conoscenza ed, in alcuni casi, non ha detto la verità".
Si legge ancora che "E' evidente ed indubitabile, dunque, alla stregua di quanto emerso, che il Col. Angeli ha deliberatamente omesso di riferire tutta quella vicenda che fa emergere aspetti comportamentali (eufemisticamente) non certo edificanti posti in essere dallo stesso Angeli e dai suoi superiori in quella occasione". In particolare, contro Angeli, hanno deposto il Maresciallo Saverio Masi e l'appuntato Lecca. Entrambi i loro racconti vengono definiti come "più veritieri".
Inoltre è da "ritenersi accertato che i Carabinieri effettuarono la perquisizione della abitazione del Ciancimino con assoluta superficialità, tanto da non accorgersi della presenza della cassaforte (certamente allora già esistente) ancorché celata dietro un quadro appeso alla parete". Tanto in questo episodio, quanto nella questione del rilascio del passaporto dopo la nascita, nel 2004, del figlio, o nella vicenda del trasferimento dell'agente di polizia Angela Cuccio per i giudici "v'è un minimale nucleo di fatti veri che può essere riscontrato, ma che è sostanzialmente irrilevante, unito al racconto di fatti sensazionali smentiti o, quanto meno, non provati".

Quell'input agli smemorati
La Corte, comunque, al figlio di don Vito riconosce il merito del “risultato di avere stimolato il ricordo di testi fino ad allora silenti”. Un input, di fatto, indiscutibile, che ha portato anche a dichiarazioni straordinarie ed inaspettate, che in diversi contenuti confermavano la versione data da Ciancimino jr. Basti pensare, ad esempio, ai "tardivi ricordi dei testi Violante, Martelli e Ferraro (ma ve ne sono anche altri in situazioni sostanzialmente analoghe) che possano apparire come un formidabile riscontro alla attendibilità delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e come tale sono stati, infatti, presentati dal Pubblico Ministero".
E' un fatto incontrovertibile che dopo l’inizio della sua collaborazione, alcuni rappresentanti delle istituzioni hanno recuperato la memoria. Soggetti che hanno chiesto di essere sentiti dalla procura di Palermo, anche se su quei mesi del 1992 erano già stati citati nei processi per le stragi. Ma questo, per i giudici, non è sufficiente.
Alle dichiarazioni di Ciancimino, dunque, "può attribuirsi esclusivamente il 'merito' del risultato, non è dato sapere quanto voluto o previsto dall'interessato, di avere così stimolato i ricordi di testi sino ad allora silenti costringendoli ad 'uscire allo scoperto'"; nulla di più.
Ed ugualmente i detrattori non possono dire che certe prove "non possono di certo essere vanificate o ritenute ugualmente inattendibili per il solo fatto che coincidano con il racconto intuitivamente fatto in modo artificioso dal Ciancimino medesimo".
Alcuni esempi? La Corte li scrive nero su bianco a cominciare dalla "trattativa" intavolata tra i Carabinieri e Vito Ciancimino per poi continuare con i contatti tra Vito Ciancimino ed i servizi di sicurezza. Pur in assenza del signor "Franco" i giudici parlano di "effettivi contatti avuti da Vito Ciancimino con i medesimi servizi di sicurezza confermati, peraltro, più o meno esplicitamente, anche da Giovanni Ciancimino secondo quanto riferito in questa sede (essendosi quest'ultimo avvalso della facoltà di non rispondere) da Francesco La Licata.

Il cerino in mano
Certo è che dopo la lunga serie di errori e contraddizioni, così come aveva detto il pm Di Matteo in sede di requisitoria, la figura di Ciancimino jr è diventata "un facile bersaglio". Forse è vero che "non gli hanno perdonato di aver smosso le acque placide di una vicenda che doveva restare definitivamente sepolta dietro il muro di gomma di non dichiarati segreti di stato”. Ed è altrettanto vero che è grazie alle dichiarazioni del medesimo Ciancimino che è stato ritrovato l'esplosivo nella sua abitazione, che lo ha portato a subire una condanna. Se non avesse parlato, se avesse taciuto come tanti altri nel corso del dibattimento, forse non sarebbe oggi in carcere. Per l'accusa, ad un certo punto, nel corso del suo contributo dichiarativo “Ciancimino si è volontariamente suicidato, creando i presupposti per non essere creduto neppure nei punti in cui ha detto la verità. Un tentativo eterodiretto ma assecondato, un suicidio assistito ed eterodiretto che però non riuscirà a portare all'azzeramento del suo apporto dichiarativo”.
I giudici della Corte d'assise hanno deciso diversamente e, sgomberato il campo dalle criticità, dalle eventuali aggiunte e dalle "fantasie", in oltre cinquemila pagine di motivazioni di sentenza hanno vagliato una lunghissima serie di fatti, tanto veri quanto concreti.
E di Ciancimino jr cosa resta? Massimo Ciancimino paga gli errori commessi e, forse, anche quel coraggio avuto nello squarciare l'omertoso silenzio che per vent'anni si era manifestato su certi episodi.
Sicuramente vengono in mente le sue stesse parole, quando all'udienza del 26 settembre 2013, concludendo le sue dichiarazioni spontanee, aveva giurato sul proprio figlio promettendo anche a Salvatore Borsellino che non si sarebbe tirato indietro. "E’ proprio a loro e per loro che ho deciso che non avrei fatto marcia indietro rispetto alla ricerca della verità - aveva concluso - ed intendo mantenere fede a questo impegno”. Durante il dibattimento ha ammesso alcuni di questi errori e solo in un'occasione si è avvalso della facoltà di non rispondere, lasciando a ben altri soggetti la sfilza dei "non ricordo" o dei "non sapevo". L'atto finale, però, è che oggi, oltre ai mafiosi, l'unico a scontare le pene in carcere, rimasto con il cerino in mano, è proprio lui.

Foto © Imagoeconomica

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