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Processo trattativa Stato-Mafia

Processo trattativa, difesa Cinà: ''No prove su consegna del papello''

tribunale palermo 2L'avvocato Folli chiede l'assoluzione
di Aaron Pettinari
Che Antonino Cinà sia stato il latore del papello (l'elenco di richieste che Riina fece allo Stato per mettere fine alle stragi, ndr) non è affatto provato”. Sono questi i presupposti che l'avvocato Federica Folli, legale del medico Antonino Cinà, imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia, ha esposto durante l'arringa difensiva per chiedere l'assoluzione del proprio assistito. “Chiedo l'assoluzione perché il fatto non sussiste per mancanza dell'elemento oggettivo del reato - ha detto il legale nelle conclusioni - sia laddove sia qualificato quale fattispecie di cui l'articolo 338 cpp. Sia laddove venga sussunto nella fattispecie dell'articolo 289 cpp. Nella formulazione vigente nel 1992. In subordine chiedo l'assoluzione perché il fatto non costituisce reato, per mancanza dell'elemento soggettivo, e il non doversi procedere previa riqualificazione del fatto come delitto 289 cpp, con il reato istinto per pervenuta prescrizione ed in via ulteriore l'intervenuta prescrizione previa esclusione dell'aggravante di cui l'articolo 339 comma 2 del cpp”. Dunque, per l'ennesima volta, è stato messo in discussione proprio il reato contestato (“attentato a corpo politico”), anche se vi è una sentenza della Corte di Cassazione del 2 settembre 2005 in cui, con riferimento all’articolo 338 gli ermellini hanno di fatto sancito che: “Per corpi politici vengono intesi quegli organismi che svolgono una funzione politica, come il Parlamento, il Governo e le Assemblee Regionali, purchè il fatto se configurabile non realizzi l’ipotesi del reato di cui all’art. 289, che sanziona invece la condotta quando essa sia impeditiva e non soltanto turbativa dell’attività del corpo politico minacciato”.
La Folli nel suo intervento ha persino sostenuto che “non vi è la prova certa che tutti gli eventi criminosi, dall'omicidio Lima alle stragi del 1992, l'omicidio Lizio, quello di Salvo, l'attentato a Germanà, le stragi in Continente, avessero come scopo il voler turbare l'esercizio delle attività governative o più realisticamente altri scopi”.
Secondo l'impianto accusatorio, così come scritto nella memoria della Procura di Palermo, depositata a novembre 2012 nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa, i boss mafiosi Riina, Provenzano, Brusca, Bagarella e proprio il “postino” del papello Antonino Cinà, sono “gli autori immediati del delitto principale, in quanto hanno commesso, in tempi diversi, la condotta tipica di minaccia ad un Corpo Politico dello Stato, in questo caso il Governo, con condotte diverse ma avvinte dal medesimo disegno criminoso, a cominciare dal delitto Lima”.
Durante la requisitoria, in riferimento alle accuse nei confronti del medico, per cui è stata chiesta la condanna a 12 anni di carcere, sono state ricordate le parole di alcuni collaboratori di giustizia come Rosario Naimo il quale ha riferito di un incontro con Riina in cui  il Capo dei capi disse: “Saruzzo tu che stai bene con Cinà, questo se ne vuole andare in America, ci vuole lassare soli… cerca di levarglielo dalla testa questo fatto perché lui ha molte responsabilità… noi dipendiamo molto da lui… stiamo cercando di avere qualcosa… qualche privilegio… stiamo aspettando qualcosa...”. Ed è sempre Naimo ad aver raccontato le parole di Cinà: “ho troppe responsabilità, devo contattare politici, tutto sulle mie spalle... prima facevo solo il medico… ora mi mettono tutte cose sulle mie spalle...”. Dichiarazioni secondo la Folli “tardive” ed “inattendibili”, così come quelle del pentito Di Giacomo, detenuto per un lungo periodo al 41 bis a Tolmezzo nello stesso reparto con Cinà, in due celle adiacenti, il quale ha riferito in aula come il medico, lamentandosi, avrebbe detto che “l'origine dei suoi guai è sempre consistita nella vicenda del papello”.
Di Giacomo - ha detto la Folli - ha fatto un racconto inverosimile tenuto conto che i boss al 41 bis sono monitorati di continuo”. E ancora più “incredibili”, secondo il legale, sarebbero le parole di Carmelo D'Amico il quale parlò di quanto gli fu detto da Antonino Rotolo. Ma del papello e di Cinà avevano parlato, pur offrendo indicazioni diverse, anche Pino Lipari, Totò Cancemi, Giovanni Brusca e Nino Giuffré.
Cancemi, Brusca e Giuffré non attribuiscono un ruolo a Cinà mentre Lipari è totalmente inattendibile”. In particolare Lipari, sentito in aula nel novembre 2016, aveva descritto nei particolari le circostanze della confidenza ricevuta nel 2000 proprio dallo stesso Cinà. “A un certo punto Provenzano mi dice di contattare Cinà per avere dei farmaci per la prostata e così ci incontrammo. Gli dissi che Provenzano aveva bisogno di farmaci e fu in quella occasione che gli dissi ‘la sai questa storia?’ E lui mi disse di essere stato contattato in ospedale dal figlio di Ciancimino il quale gli aveva detto che il papà gli voleva parlare. Lui, pensando che si trattasse di qualche malattia andò a casa sua. Cinà mi raccontò le parole di Ciancimino, questi aveva necessità assoluta di parlare con il ‘primario’ (Riina) per una situazione che poteva portare dei vantaggi all'organizzazione. Cinà mi disse che appena aveva sentito quella cosa voleva defilarsi e disse: ‘don Vito veda di lasciarmi in pace e sistemi le sue cose’. E lui: ‘no, lei deve riferire a Riina assumendosi una grossa responsabilità, c’è questa situazione con i Carabinieri che chiedono di sapere cosa desidera Cosa nostra per far finire queste stragi e lei non si può togliere’. E lui disse che avrebbe cercato di far avere una risposta. Già quando uscì si sentì pedinato. Poi portò questa notizia al Riina, non mi disse per quale via. Mi racconta che questi gli ha dato un foglio di carta in una busta e che l’ha lasciata in portineria in via Sciuti (dove abitava Ciancimino). La sua opinione (di Cinà) era che questo incontro serviva per far arrestare Riina tanto che lo definì ‘il maresciallo Ciancimino”.
Quelle dichiarazioni, secondo la Folli, “non sono credibili e sono il frutto di ripetute contestazioni da parte del pm e non di un fluido ricordo del teste”.
Di Cinà parla anche Vito Ciancimino nei primi interrogatori dove lo definisce come interlocutore a cui avrebbe raccontato del colloquio con i carabinieri. “Da quello che dice Ciancimino padre - ha detto la Folli - l'interlocutore mostrò più meraviglia che interesse a sapere cosa volessero”. Un capitolo a parte, nella ricostruzione del difensore del medico è dedicato a Ciancimino jr: “La sua è una figura ambigua e sulla consegna del papello da parte di Cinà non vi è chiarezza e ne parla solo dopo diversi verbali. Ed anche sulla data ed il luogo della consegna del papello c'è confusione”. Il figlio di don Vito in aula ha ricordato che il 29 giugno, al bar Caflisch di Mondello proprio Cinà avrebbe consegnato il 'papello' e che nei giorni successivi consegnò quella busta al padre, nella Capitale. Secondo la Folli però quella ricostruzione non sarebbe credibile in quanto il 30 gennaio Vito Ciancimino doveva essere a Palermo come testimone di un processo “quindi il papello non poteva essere stato consegnato a Roma”. “A voi giudici - ha concluso l'avvocato - chiedo di togliere l'etichetta di 'postino' a Cinà. Un'etichetta che è stata a lui attribuita mediaticamente”. Il processo è stato rinviato a domani con la discussione dell'avvocato Di Peri, difensore dell'ex senatore Marcello Dell'Utri.

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