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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia: la difesa Subranni-Mori, atto sesto

di Aaron Pettinari
“Il passato di Mori? La Procura di Palermo parla di 'matrice genetica strana'. Con questo inciso il pm non ha fatto altro che richiamare una concezione dicendo che Mori è deviato perché e stato al Sid (Servizi segreti ndr) e da lì avrebbe commesso altri reati, come la trattativa ma questa impostazione fondata dalla colpa d'autore era in voga soltanto al tempo dei regimi totalitari nazisti, oggi non più. Parliamo di fatti e vicende che si realizzano 40 anni fa e sono precedenti rispetto al capo di imputazione”. E' con queste parole che Basilio Milio, legale degli ex ufficiali Mario Mori ed Antonio Subranni, ha proseguito oggi la sua arringa difensiva al processo trattativa Stato-mafia, in corso davanti alla Corte d'assise di Palermo. Mori e Subranni sono imputati per minaccia a corpo politico dello Stato, insieme con l'ex senatore Marcello Dell'Utri e boss mafiosi del calibro di Leoluca Bagarella o Antonino Cinà. Imputato anche l'ex Presidente del Senato Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza.
“Queste vicende - ha proseguito Milio - non sono state trattate al Processo Mori e in appello dei giudici le hanno ritenute irrilevanti. E allora perché sono state ammesse in questa sede? La spiegazione è la seguente. Sono state ammesse perché consone e confacenti all'obiettivo della Procura a mascariare e gettare fango sui carabinieri”. Parole forti, dure, che hanno costretto il Presidente Alfredo Montalto ad intervenire per un chiarimento: “Sta attribuendo un giudizio alla Corte? E' improprio in questa fase. La Corte si pronunzierà nella Camera di Consiglio”. “Non sono stato felice nella formulazione - ha replicato il legale - ma ribadisco quello che ho detto all'inizio cioè l'intento della Procura di 'mascariare'. Perché i pm di Palermo non potendo ottenere una condanna, perché non esiste nessun reato commesso dai carabinieri, né sotto il profilo soggettivo né sotto il profilo oggettivo, provano a gettare fango sul generale Mori”. Il ritratto del Mori “eroe” (“Mori diventa direttore del Sisde 20 giorni dopo le stragi dell'11 settembre 2001: lo si deve a lui se in quegli anni non è successo niente in Italia”) con tanto di encomi (“per aver sventato un attentato terroristico nel 1973”) e successi (“ha lavorato con Dalla Chiesa ed ha arrestato Riina”) nell'intento del difensore sarebbe il controaltare rispetto a quanto rappresentato dall'accusa e dalla testimonianza del colonnello Massimo Giraudo. Giraudo, per Milio soggetto “inattendibile” le cui ipotesi investigative sono “prive di supporto probatorio”, che ha contribuito ad indagini come quelle sulla strategia della tensione degli anni Settanta e di Piazza della Loggia.

Mori e il Sid
Quella che per l'accusa è un'anomalia, ovvero l'assegnazione a Mori, quando era al comando della tenenza di Villafranca veronese, del comando Ftase (Comando delle forze terrestri alleate del Sud Europa) e l'affidamento del Nos al massimo livello (nulla osta di segretezza, il documento che attesta che un soggetto, sia esso militare o civile, ha le credenziali di sicurezza per svolgere determinate funzioni, tra cui l’analisi e la visione dei documenti coperti di segreto militare), per la difesa non era nulla più che un'assegnazione che si attivava “solo in caso di emergenza”. Con quali compiti? Semplicemente “per la sicurezza della base Nato a tutela dell'infrastruttura”. E il “Nos Cosmic era necessario per identificare tutti coloro che entravano ed uscivano dalla base”. Milio, citando un documento dell'aprile 1971 ha anche sostenuto che quel nulla osta di sicurezza non fu concesso prima di quella data. Milio ha sottolineato che Mori non è stato mai indagato per vicende come quella sul Golpe Borghese o la Rosa dei Venti ed in replica alla richiesta del giudice Tamburino (che si occupava delle indagini sulla seconda, un’organizzazione il cui scopo era un mutamento istituzionale in funzione anticomunista attraverso un colpo di stato alimentato dalle bombe del ‘74, Italicus e piazza della Loggia), di avere una foto di Mori per mostrarla ad Amos Piazzi, uno degli arrestati che aveva iniziato a collaborare, il legale ha evidenziato soltanto che non è vero (citando alcune note del Sid) che i giudizi su Mori cambiarono. Resta il fatto che quella fotografia al giudice non arrivò in tempo.

Tra falsi e difese non richieste
Per mettere in evidenza “il metodo degli schizzi di fango” per “indurre i testimoni a farsi dire ciò che si vuole sentire” messo in atto, a suo dire, dai pm e dal colonnello Giraudo, Milio si è anche avventurato in un paragone assolutamente gratuito rispetto agli interrogatori compiuti dal sostituto procuratore della Dna, Gianfranco Donadio, ad alcuni collaboratori di giustizia in riferimento a Giovanni Aiello, anche noto come “Faccia da Mostro”, oggi deceduto. Atti che non hanno nulla a che vedere con il processo palermitano.
Per quanto concerne l'allontanamento del Sid Milio ha evidenziato che “come si evince nelle lettere i motivi non hanno a che fare con le indagini sulle trame nere” ma che tutto rientra in seno agli “scontri” tra le due correnti dei Servizi, ovvero quella di Miceli (a cui Mori apparteneva) e quella di Maletti, con quest'ultimo che rappresentava difetti comportamentali e caratteriali nell'ex ufficiale del Ros. Sempre per Milio non sono altro che da considerare come false le dichiarazioni contenute in alcuni dattiloscritti non firmati in cui si fa riferimento al contributo dichiarativo della fonte Gian (criptonimo “di un ufficiale dei carabinieri di nome Giancarlo Servolini (oggi deceduto) il cui ‘manipolatore’ era il dirigente del Nod Antonio Labruna”). “Quei documenti – ha detto Milio – sono redatti dal manipolatore e sono volti per danneggiare la corrente di Miceli, Venturi e Mori. E vengono creati dopo che sulla stampa si è diffusa la notizia che quattro bobine contenenti la registrazione delle rivelazioni di Orlandini sul golpe Borghese dove vi erano proprio i 'maletiani coinvolti' non erano gli originali ma copie forse depurate. Maletti, Labruna e soci saranno anche condannati come depistatori, ci sono le sentenze”.
Proseguendo con la discussione il legale ha anche sminuito le dichiarazioni di Venturi, raccolte nel 2013. Ai pm aveva dichiarato di aver ricevuto una proposta da Mori di “essere presentato a Gelli per essere iscritto nella P2 in una lista riservata dove Mori era iscritto”. Sempre Venturi aveva poi parlato del rapporto tra Mori e Pecorelli con il primo che si sarebbe servito dei materiali di OP per far circolare degli anonimi.
Rispetto al bigliettino che Gianfranco Ghiron avrebbe ricevuto nel 1974 da “Piero”, ovvero Amedeo Vecchiotti, (un estremista di destra) in cui si diceva che la settimana successiva Licio Gelli (nel bigliettino è scritto Gerli, ndr) sarebbe partito per la Francia per poi proseguire verso l'Argentina in quanto qualcuno lo aveva avvisato dell'arrivo di un mandato di cattura nei suoi riguardi, Milio ha evidenziato il dettaglio che “il dottor Amici” di cui si parla, non sarebbe Mori ma Venturi.

Carceri e 41 bis
Citando a più riprese la sentenza “Mori-Obinu” Milio ha proseguito parlando della cattura di Riina, della mancata perquisizione del covo, dell'avvicendamento ai vertici del Dap e delle discussioni sulle proroghe del 41 bis. “Cosa c'entrano i carabinieri con l'avvicendamento del Dap? Nulla - ha detto l'avvocato - Per la Procura chi ha un ruolo su tutta quest'ultima vicenda sono Scalfaro, Conso, Capriotti e Di Maggio. Ma quest'ultimo era a favore del 41 bis e lo ha detto chiaramente e dimostrato anche suo fratello Tito Di Maggio. Il fratello era esautorato da Capriotti sui 41 bis”. Sempre appellandosi alla sentenza di primo grado sulla mancata cattura di Provenzano Milio ha sminuito i toni della lettera anonima del 17 febbraio del 1993, indirizzata a Scalfaro, al Papa da sedicenti familiari dei detenuti. Una lettera in cui si chiede anche di togliere Amato dal Dap. “Non c'è alcun disegno dietro sostituzione di Nicolò Amato – ha detto Milio – Lo stesso Amato lo chiede a Ciampi, è scritto nelle sue Agende”. Ma in quelle agende c'è anche dell'altro. Il 6 giugno ’93, ovvero il giorno in cui viene nominato Adalberto Capriotti al vertice del Dap al posto di Nicolò Amato. Si parla del vice e in un primo momento l'indicazione sembrava essere quella di scegliere Giuseppe Falcone, ma vertici istituzionali lo considerano “troppo duro”.
L'allora presidente del Consiglio mette nero su bianco: “Colloquio con presidente della Repubblica Scalfaro, rappresenta preoccupazioni per il seguito della successione di Nicolò Amato alla direzione delle carceri. Conso avrebbe nominato anche un vice, troppo duro. Suggerisce che gli venga affiancato giudice Di Maggio, fa capire che è stato interessato da Parisi. Chiamo quest’ultimo che conferma quanto sopra. Chiamo allora Conso, che al contrario mi riferisce che tutto procede nel miglior modo. Gli suggerisco di mandare messaggio che politica carceraria non cambia. E’ d’accordo. Domani viene da me. Riferisco a Scalfaro tra 22 e 22.30”.
Per i pm è la prova che Scalfaro, interrogato dai magistrati il 15 dicembre 2010, non ha detto il vero quando ha assicurato di non saper nulla sull'avvicendamento ai vertici del Dap.

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