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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Processo trattativa, Di Matteo: ''Mancino ha detto il falso''

Processo trattativa Stato-Mafia

Processo trattativa, Di Matteo: ''Mancino ha detto il falso''

di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
“Reticenze e menzogne anche per difendere posizione dei carabinieri”

“L’ex ministro degli Interni, Nicola Mancino ha detto il falso ed ha taciuto in parte su alcuni argomenti. Ha scelto la reticenza, la menzogna su dichiarazioni che avrebbero potuto recare pregiudizio non alla sua posizione processuale ma principalmente alla posizione dei carabinieri. Per questo Mancino sceglie di negare tutto”. E’ così che il sostituto procuratore antimafia, Nino Di Matteo, inizia la discussione della posizione dell’ex senatore durante la requisitoria del processo trattativa Stato-mafia. Secondo l’accusa, dunque, Mancino ha commesso il reato di falsa testimonianza quando è stato sentito in aula al processo sulla mancata perquisizione del covo di Provenzano, che vedeva imputati Mario Mori e Mauro Obinu. In base al capo di imputazione Mancino sarebbe stato mendace e reticente su quanto a sua conoscenza rispetto “ai contatti intrapresi dopo la strage di Capaci tra esponenti delle istituzioni del Ros con Vito Ciancimino e Cosa nostra, sulle lagnanze del ministro della Giustizia Claudio Martelli rispetto l’operato di Mori e De Donno e riguardo le motivazioni che provocarono l’avvicendamento di Scotti al ministero dell’Interno”. “In certi momenti del processo è sembrato che l’imputato Mancino, più che difendersi dal capo di imputazione contestato si sia difeso dall’accusa di concorso in associazione mafiosa - dice Di Matteo (in aula assieme ai pm Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene) - Un’accusa quest’ultima che non gli è stata mossa. Lo si ricava dalle due dichiarazioni spontanee ed anche dalle sue produzioni documentali”.

L’incontro con Borsellino
Nella sua esposizione il pm ricorda anche le dichiarazioni “oscillanti e contraddittorie” dell’imputato rispetto all’incontro che ha avuto con il giudice Paolo Borsellino al Viminale nel giorno dell'insediamento come ministro dell'Interno.
“Fino al 2010 Mancino aveva sempre sostenuto di non avere alcun ricordo dell’incontro con il giudice Borsellino tramite un’argomentazione poco plausibile: ‘anche se lo avessi incontrato probabilmente non lo avrei riconosciuto’. In Commissione antimafia, l’8 novembre 2010, affermava che ‘rispetto al presunto incontro tra il Ministro dell’Interno e Borsellino, ho sempre sostenuto di non aver mai incontrato Borsellino. Escludo di aver avuto con lui un colloquio. Avrò anche potuto stringergli la mano’. Dopo il 2010, quando la questione è stata dibattuta mediaticamente, sentito in aula cambia versione e ricorda addirittura il dato che l’incontro, che si continua a raccontare come un semplice saluto, fu anticipato da una comunicazione del capo della polizia Parisi che chiese la disponibilità ad incontrare il giudice Borsellino”.

La doppia ala di Cosa nostra
Ma non è solo la vicenda dell’incontro con Borsellino a rientrare nel campo delle dichiarazioni “contraddittorie”. Sempre davanti alla Commissione antimafia, infatti, Mancino aveva espresso la sua consapevolezza, già nel 1992, di una spaccatura tra l’ala stragista di Cosa nostra di Riina e quella moderata di Provenzano (“C’erano infatti due brutte correnti mafiose, la militarista e la trattativista, dialogante a livello locale e non con lo Stato. Tra chi voleva colpire uomini delle istituzioni che faceva capo a Riina e chi era dell’avviso di rinunciare a colpi eclatanti, che faceva capo a Provenzano”).
“L’unica fonte ad aver dipinto quella situazione era stato Vito Ciancimino - evidenzia Di Matteo - E’ lui l’unico ad aver descritto al Ros l’esisteza di una divergenza di strategia tra Riina e Provenzano. In Commissione antimafia Mancino ribadisce di averlo saputo in quel periodo invitando a verificare se vi fosse una relazione fatta dai due maggiori responsabili della Dia, De Gennaro ed Arlacchi. Dobbiamo sottolineare che non si è mai ricavato il dato che in quel momento, da fonti diverse rispetto a quelle a cui attingevano il Ros, e cioè Vito Ciancimino, fosse stato delineato il quadro di una spaccatura in Cosa nostra”. Una tesi che è stata smentita in aula, durante il dibattimento, dallo stesso Gianni De Gennaro, che invece ribadiva come “le risultanze investigative dell’epoca portavano piena identità di vedute di strategia tra Riina e Provenzano”.

Le lamentele di Martelli

Rispetto all’incontro del 4 luglio 1992 con il ministro della Giustizia Martelli e le lamentele di quest’ultimo sull’operato del Ros Di Matteo ricorda le dichiarazioni dell’ex Guardasigilli: “Martelli ha affermato senza mezzi termini di aver chiesto conto e ragione a Mancino dei colloqui riservati, ‘anomali’ fra gli ufficiali del Ros e l'ex sindaco mafioso di Palermo. Mancino ha sempre negato: ha detto di non avere mai parlato del Ros e di Ciancimino con Claudio Martelli. Dice il falso e quando nega quello che era stato il contenuto dell’incontro del 4 luglio con Martelli, non lo fa per un cattivo ricordo ma per una precisa volontà. Di fronte al timore di un coinvolgimento più diretto sceglie volutamente la reticenza, la menzogna e l’omertà istituzionale fino alla falsità della testimonianza resa ai magistrati. La scelta di non ammettere un dato essenziale che avrebbe recato pregiudizio alla posizione dei carabinieri. Per questo Mancino sceglie di negare tutto, anche quello che Martelli gli aveva detto”.
Nella prospettazione della Procura l'ex ministro dell'Interno, messo al posto del suo predecessore Enzo Scotti perché favorevole a una linea di dialogo con la mafia, avrebbe dunque negato il dialogo con Martelli proprio per "proteggere" il Ros che aveva avviato un contatto con Ciancimino. "Martelli non ha pregiudizi accusatori verso il collega di governo, anzi pare preoccupato delle conseguenze delle sue dichiarazioni per Mancino - spiega Di Matteo - Martelli non nutriva sospetti su Mancino allora, né sull'esistenza di trattative in corso".
Anche riguardo all’avvicendamento con Scotti, secondo i pm, Mancino avrebbe cambiato completamente la sua versione. “Solo dopo l’udienza del 24 febbraio - dice il pm - ha parlato dei problemi di incompatibilità tra il ruolo di Ministro e quello di Parlamentare ed ha fatto riferimento a Gava che fu dirottato verso l’incarico in precedenza ricoperto da Mancino. Inoltre solo dopo le contestazioni dei pm e l’intervento del Presidente al processo Mori ha confermato quanto gli fu detto da Mannino: ‘ho paura. Il prossimo sono io’”.

Foto originale © Ansa

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