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Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa, Tartaglia: ''Così Cosa nostra passa dalla vendetta alla finalità terrorista''

aulabunker pa requisitoria tartagliaNella requisitoria il pm ricostruisce la prima fase
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari
Nel corso della requisitoria il sostituto procuratore Roberto Tartaglia (presente in aula assieme a Vittorio Teresi, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene) ha ricostruito il clima di attesa che era presente in Cosa nostra rispetto alla sentenza di Cassazione del Maxiprocesso. “C’era una crisi irreversibile con i referenti politici che Cosa nostra aveva avuto fino a quel momento - ha detto il pm rivolgendosi alla Corte - Dal 1986 al 1991 c’era un’attesa, uno stand-by dato da Riina rispetto a quella sentenza. Sul Maxiprocesso il vertice di Cosa nostra si era giocato la faccia dicendo che sarebbe ‘finito bene’”.
In particolare ha ricordato le dichiarazioni del pentito Leonardo Messina e di Pino Lipari, con quest’ultimo che aveva saputo da Riina che Ignazio Salvo aveva portato notizie da Roma di un interesse sempre vivo e acceso di Salvo Lima sul Maxi, che tutto si sarebbe aggiustato a Roma e che bisognava aspettare”. Successivamente, però, il Capo dei capi e tutta Cosa nostra si sarebbero resi conto che quell’obiettivo non era raggiungibile.

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Giovanni Falcone © Shobha


Falcone spartiacque nella lotta ai boss
Primo ostacolo le iniziative di Giovanni Falcone giunto all’Ufficio affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia.
Giovanni Falcone nel 1991 segnò uno spartiacque nella lotta a Cosa nostra - ha detto Tartaglia - da quel momento è mutata la strategia nei confronti di Cosa nostra". "Cosa nostra vede in soggetti come Falcone e l'allora ministro dell'Interno Vincenzo Scotti l'emblema del cambiamento - ha detto ancora il magistrato - Viene modificato, ad esempio, il regime sulla custodia cautelare, viene introdotto il doppio binario. Il primo marzo 1991 viene approvato il decreto legge di interpretazione che fa il governo su articoli che disciplinano il calcolo della decorrenza della custodia. E' un effetto che agli occhi di Cosa nostra è stato devastante".
Altra azione decisiva è stata poi l’introduzione della regola della turnazione in Cassazione dei processi di mafia spostando l’assegnazione dalla I° sezione, presieduta da Carnevale, ad altre sezioni. “Brusca disse che era diventata un’ossessione per Riina la mano di Falcone in Cassazione. La colpa veniva data a Falcone, Lima, Andreotti e Martelli”. E’ in quel momento che, secondo la ricostruzione del pm, “Cosa nostra diventa consapevole di non poter acquisire quel risultato sul Maxi e questa convinzione viene maturata mentre si fa un tragico tentativo attraverso l’omicidio di Scopelliti”. “Nel sopralluogo di Martelli e Falcone in Calabria - ha ricordato Tartaglia - Falcone dice “Questa è cosa siciliana, lo hanno ucciso per il Maxi”. E questo è confermato da Gaspare Mutolo. Giuseppe Giacomo Gambino è legatissimo a Riina, Gambino dice a Mutolo che dentro Cosa nostra si era detto che Scopelliti stava studiando il Maxi e si era deciso per questo di ucciderlo sfruttando un tema di un rapporto stretto tra Cosa nostra corleonese e la ‘Ndrangheta”.

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Il magistrato Antonino Scopelliti © l'Unità


Il caos e la vendetta politica
Tartaglia ha ricordato le parole del pentito Leonardo Messina sulla “fase di caos” e le “recriminazioni sul vertice politico perché non avevano mantenuto il patto”. Quindi ha fatto riferimento alle stesse dichiarazioni di Riina, intercettato il 7 settembre del 2014: “Io posso dire che questo Lima disse che non poteva andare a parlare con Andreotti, ma come prima ci portava voti ad Andreotti... e ora perché non ci deve andare più? E allora dato che non ci deve andare più... (gesti di Riina indice e medio pugno chiuso, gesto della morte)”.
E’ così che inizia la fase della vendetta rispetto alle “promesse che non erano state mantenute”. Da Rosario Naimo a Francesco Onorato, diversi pentiti hanno raccontato che “a quel punto dovevano morire quelli che avevano voltato le spalle”. E’ un dato di fatto che dopo il 30 gennaio 1992 vanno spontaneamente in carcere, perché hanno capito che dal giorno dopo sarebbe iniziata la guerra, un elenco di soggetti tra cui Pino Lipari, Salvino Marchese e Diego Di Trapani.

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Il Capo dei capi, Salvatore "Totò" Riina


Il cambio degli obiettivi, la riunione di Enna
Tartaglia, proseguendo la requisitoria, ha poi parlato delle riunioni della commissione regionale e delle commissioni provinciali che si tennero tra l’ottobre 1991 ed il gennaio 1992. Tra queste vi è la riunione di Enna. “E’ in questa fase - ha detto Tartaglia - che Cosa nostra elabora una strategia di risposta con due direzioni. Vendicarsi e punire chi non ha mantenuto i patti ed iniziare l’intimidazione di chi era al Governo e di chi ci poteva andare”.
Parlando della finalità terrorista il pm ha ricordato le parole di Malvagna il quale riferì di aver saputo da Malpassotu che Riina disse: “Ora dobbiamo fare la guerra per poi fare la pace”. Non solo. “Bisognava fare atti di pressione sullo Stato per farlo scendere a compromessi... fare una pressione psicologica sulle persone delle istituzioni... ora che gli accordi con il potere politico erano venuti meno bisognava fare pressione allo Stato per farli venire a delle trattative con noi, con la mafia”.
E di guerra e pace parlava anche Riina durante i colloqui in carcere con Alberto Lorusso.
Poi ci sono le parole di Totò Cancemi, collaboratore di giustizia oggi deceduto, che già nei verbali del marzo 1994 parlava chiaramente della strategia stragista spiegando che il Capo dei capi ed il suo cerchio ristretto “erano convinti che con quegli atti eclatanti avrebbero portato a una trattativa per i personaggi dello Stato che avevano nelle mani”. “In quel verbale il pm chiese: ‘ma non pensa che questo obiettivo non è andato a buon fine?” e Cancemi rispose ‘vedremo vedremo, intanto Provenzano è ancora libero...'.

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Giovanni Brusca in una foto d'archivio


Dopo Enna
Tartaglia ha ripercorso anche le riunioni successive a quella di Enna ricordando “l’atmosfera glaciale” nella riunione degli auguri di Natale a casa di Guddo, descritta dai pentiti Brusca e Giuffré. “E’ in quell’atmosfera che viene elencato il calendario degli obiettivi da colpire - ha ricordato il pm - e cioè: oltre a Falcone, Salvo Lima, Mannino, Vizzini e Andò. Giuffré dice che Riina disse degli obiettivi che poi troveremo nel papello, quell’elenco racchiude un percorso. Primo obiettivo era trovare il modo di superare la sentenza del Maxi prima o dopo. Secondo punto è l’abolizione dell’ergastolo. Il terzo obiettivo riguarda i pentiti. Il quarto obiettivo è la pressione enorme che arriva dal carcerario. C’è già quasi tutto in quella riunione”.
Rispetto alla strategia già impressa ad Enna, Tartaglia ha ricordato anche quanto riferito da Malvagna rispetto a riunioni con massoni e politici. E’ il collaboratore Maurizio Avola a dire che “subito dopo le riunioni di Enna, Eugenio Galea, dice che lo zio Totò ha detto che anche a Catania bisognava toccare tutto ciò che era lo Stato, traghetti treni, tralicci ecc. I vecchi parlamentari non stavano mantenendo e bisognava parlare di un nuovo partito”. E’ sempre alla fine del 1991 che il pentito Di Giacomo avrebbe saputo da Santo Mazzei che c’era un progetto di attaccare lo Stato al cuore delle istituzioni per creare terrore e per assoggettare le istituzioni”. Ciò, secondo i pm, dimostrerebbe come ben prima della strage di Capaci si sapeva del progetto di attacco alle istituzioni.
Ma Mazzei aveva anche detto che “principali obiettivi degli attacchi erano l’ammorbidimento sui carcerati con riferimento all’abolizione dell’ergastolo e che quella stessa strategia stragista era già stata chiesta dai corleonesi ai calabresi della ‘Ndrangheta.

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