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Processo trattativa Stato-Mafia

Ilardo e la cattura di Provenzano nelle parole della Principato

principato di matteo proc trattativa 20170303L'ex procuratore aggiunto di Palermo sentita al processo trattativa
di Aaron Pettinari
“Il 2 maggio 1996 è per me una data indimenticabile. In questa data infatti il procuratore Caselli mi chiese di partecipare all’interrogatorio di un teste che aveva intenzione di iniziare a collaborare. Era un confidente del colonnello Riccio, del Ros. Si trattava di Luigi Ilardo, personaggio di grosso calibro di Cosa nostra nissena, imparentato con il boss Madonia, ed aveva già favorito la cattura di personaggi di spicco di Cosa nostra in varie province”. E' iniziata così, questa mattina, la deposizione dell'ex procuratore aggiunto di Palermo Maria Teresa Principato, da poco tornata alla Procura nazionale antimafia, al processo sulla trattativa tra Stato e mafia.
Un incontro che assume ancor più rilevanza se si considera che avvenne una settimana prima che il confidente venisse assassinato a Catania e che venisse “formalizzata” la collaborazione con la giustizia.
A chiedere l'esame del magistrato, su questi temi già sentita anche al processo Mori-Obinu, è stata la difesa del generale Mario Mori, del generale Antonio Subranni e del colonnello Giuseppe De Donno. La magistrato ha dunque ripercorso quanto avvenuto in quella riunione che si tenne presso il comando generale del Ros. “Con me erano presenti i procuratori di Palermo e Caltanissetta, Gian Carlo Caselli e Gianni Tinebra, Mori, Riccio e il confidente Ilardo – ha ricordato – Ricordo che ogni tanto passava il colonnello Obinu mentre Mori lo andammo a salutare una volta giunti in sede. Nel corso di quelle che definisco quasi dichiarazioni spontanee, lui disse di avere la possibilità di incontrare nuovamente Bernardo Provenzano con il quale si scambiava i cosiddetti ‘pizzini’”.
Pur se con qualche difficoltà nel collocare temporalmente alcuni fatti, dovuta al trascorrere del tempo, sollecitata nel ricordo durante il controesame del pm Nino Di Matteo (presente in aula assieme a Vittorio Teresi e Francesco Del Bene), ha ricordato che in quel giorno il confidente parlò anche dell'incontro con Provenzano a Mezzojuso. Tuttavia di quelle dichiarazioni non fu verbalizzato nulla. “Io presi degli appunti ma non furono fatti verbali. Purtroppo questi appunti non li ho più ritrovati. Ciò non fu fatto su richiesta dello stesso Ilardo e di Riccio per evitare che la notizia si diffondesse. Ilardo voleva prima risolvere alcune cose personali. Questa decisione fu avallata da Caselli e Tinebra e mi adeguai mio malgrado. Loro invitarono Riccio a seguire passo passo Ilardo, c'era grande preoccupazione per la sua incolumità. Se fu chiesto di compiere registrazioni però non lo ricordo”.

Le indagini dopo la morte di Ilardo
Fatto sta che la sera del 10 maggio Ilardo viene ucciso davanti casa a Catania e della vicenda di Mezzojuso, nella sua interezza, la Principato ha appreso i particolari in un secondo momento: “Nel giugno del '96 ebbi una serie di incontri con Riccio che mi parlò dei fatti di Mezzojuso. Anche Obinu confermò che c'era stato l'incontro ma che tuttavia in quel momento non c'erano le forze investigative adeguate per fronteggiare eventuali presenze che fossero più numerose di quella del Provenzano”. Sollecitata dalle domande in controesame del pm Di Matteo, rispetto ai mancati approfondimenti investigativi da parte del Ros con alcuni nomi che non erano stati inseriti all'interno dell'informativa Grande Oriente, il teste ha aggiunto: “Io ho il ricordo delle foto delle macchine nei luoghi vicino a Mezzojuso che poi si dimostrarono essere quelle di Ferro e di Napoli. Se non attivai subito intercettazioni o non chiesi di sviluppare subito indagini più approfondite può essere che non sono stata sufficientemente accorta o che comunque non mi furono sottolineati questi nomi in quel momento. Ricordo che il rapporto Grande Oriente è di fine luglio. Io mi occupai di queste cose solo dal 1996, prima c'era Pignatone, ritenevo che sulla vicenda di Mezzojuso avesse fatto tutto lui”. E poi ancora: “Davo per scontato che la notizia riferita fosse stata lavorata e per lavorata intendo con intercettazioni ambientali, video e quant'altro”.

Quando “Ultimo” parlò di Provenzano
Tra i temi affrontati durante l'esame anche l'esistenza di una relazione di servizio del 23 maggio 1996, diretta al Capitano Ierfone ed alla sezione anticrimine di Palermo, sulla presenza nei pressi di un casolare a Mezzojuso di una Fiat Campagnola di colore verde (la stessa che fu segnalata da Ilardo e Riccio) di proprietà di Nicolò La Barbera. Di quell'accertamento svolto la Principato ha detto di non aver mai saputo nulla, così come non seppe niente della nota del Dap del 30 ottobre '92 per cui, da lì a qualche mese, non sarebbero stati prorogati i 41 bis per alcuni boss. “Fui molto sorpresa quando venne fuori questo aspetto della mancata proroga del 41 bis durante le indagini di questo processo – ha ribadito – Noi che eravamo sostituti procuratori di Palermo non avevamo avuto contezza di questa cosa”.
Quindi la Principato ha anche parlato di un episodio che la vide interloquire con il capitano Sergio De Caprio, meglio noto come “Ultimo”, che si occupava delle indagini per la cattura di Bernardo Provenzano. “In un'occasione lamentai un mancato intervento di De Caprio. Lui mi disse che in un casolare che aveva individuato vi era la possibile presenza di Provenzano... Era un'ipotesi ma supportata da elementi ragionevolmente certi. Io lo rimproverai perché dissi che quando si avevano elementi importanti per ritenere certa una presenza si doveva intervenire. Lui disse che in quella occasione aveva rinunciato a seguirlo perché per arrivare a questo casolare, in una trazzera, vi era un'unica strada non asfaltata, non vi erano alberi e la sua presenza sarebbe stata immediatamente notata e per questo non intervenne. In che anni siamo? Non lo ricordo. Se fece una relazione? No non la chiesi. So che quando tornarono nel casolare non vi era più nessuno”.
La Principato ha poi evidenziato come nel Ros, in genere, si prediligeva, nella cattura dei latitanti, una “tecnica attendista” per poter arrivare sempre a qualcosa di più. Una tecnica “che fa parte della cultura del Ros” che lei ha detto di non condividere. Alla richiesta di precisazione dell'avvocato Milio se quella “tecnica attendista” fosse stata svolta per il solo Provenzano o anche per altri la teste ha risposto che questa “veniva adoperata sempre”.
Ad onore del vero, però, in altre occasioni l'operato di “Ultimo” e dei suoi uomini, fu tutt'altro che attendista. Basti pensare a quanto avvenuto il 6 aprile 1993, allorquando a Terme Vigliatore uno di loro vide in un'auto un giovane che sarebbe potuto essere il boss latitante Pietro Aglieri.
Per cercare di fermarlo non solo venne effettuato un inseguimento, ma addirittura De Caprio sparò dei colpi nei confronti dell'uomo che si trovava nella macchina. Quell'uomo, però non era il pericoloso latitante ma un ragazzo incensurato di 26 anni, Fortunato Imbesi, che non assomigliava affatto al boss.
Di questo, ovviamente, non si è parlato oggi in aula, in quanto la dottoressa Principato non si è mai occupata di questa vicenda. Il processo, dunque, è stato rinviato al prossimo 9 marzo, quando saranno citati i testi Tinebra e Pappalardo.

Dossier Processo trattativa Stato-Mafia

Foto © ACFB

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