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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Stato-mafia: in scena l'autodifesa di Nicola Mancino

Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia: in scena l'autodifesa di Nicola Mancino

mancino nicolaAl processo trattativa le dichiarazioni spontanee dell'ex ministro - Audio
di Francesca Mondin e Miriam Cuccu
Dopo l'audizione che gli valse l'accusa di falsa testimonianza, questa volta Nicola Mancino ha potuto sottrarsi alle domande dei pubblici ministeri. Così, di fronte alla Corte d'Assise di Palermo che celebra il processo trattativa Stato-mafia, l'ex politico Dc nominato ministro tra le bombe di Capaci e via d'Amelio espone le sue verità sugli anni delle stragi in cui esponenti politici presero contatti con Cosa nostra per tramite di rappresentanti del Ros dei Carabinieri.
Mancino, ieri al Viminale, oggi imputato per falsa testimonianza, nelle sue dichiarazioni spontanee difende a spada tratta il proprio “comportamento rigoroso nella lotta contro la mafia”, mostrato a mo' di fiore all'occhiello mentre fa l'elenco di articoli di giornale e interviste dove l'ex ministro si prodigava in discorsi e dichiarazioni da paladino dell'antimafia.
Uno dopo l'altro Mancino ripercorre gli episodi che l'hanno visto protagonista della scena politica, da quando divenne improvvisamente ministro dell'interno al posto di Vincenzo Scotti il 28 giugno '92, poco più di un mese dopo la strage di Capaci e tre settimane prima di quella in via d'Amelio. Ed è proprio il passaggio di testimone da Scotti a Mancino – privo di esperienze ministeriali, di ordine pubblico e di lotta alla mafia – ad essere uno dei tasselli oscuri della scena politica di venticinque anni fa. “Sulla mancata conferma dell'onorevole Scotti a ministro dell'interno aveva influito anche la volontà del medesimo di non rinunciare al mandato parlamentare”, sostiene Mancino, altrimenti “sarebbe stato probabilmente confermato”. Secondo i pm, invece, Scotti “era ritenuto un potenziale ostacolo, mentre Mancino veniva ritenuto più utile in quanto considerato più facilmente influenzabile da politici della sua stessa corrente, ed artefici della trattativa come il coimputato Mannino, e da chi lo circondava, a cominciare dal Capo della Polizia Parisi”. E Scotti, da parte sua, ha sempre raccontato di essere stato a rimosso dall’incarico senza una apparente ragione logica, riferendo di non aver avuto nessuna notizia in anteprima.

Quell'incontro con Borsellino a lungo negato
Il 1° luglio 1992 a seguito dell'insediamento di Nicola Mancino al Ministero dell'Interno ci fu l'incontro tra Paolo Borsellino e il neo ministro al Viminale, secondo le dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo, Borsellino tornò da quell'incontro sconvolto perchè aveva incontrato anche Bruno Contrada (ex funzionario dei servizi segreti poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr), scoprendo che era a conoscenza della collaborazione, top secret appena avviata, di Mutolo. “Non ho mai escluso di aver potuto stringere la mano al giudice Borsellino” si difende oggi l'imputato. Per oltre 15 anni Mancino, in realtà, ha negato di aver incontrato il magistrato antimafia al tempo più famoso d'Italia Paolo Borsellino, se non fosse che nell'agenda grigia degli appuntamenti del magistrato era annotato “Ore 18.30 Parisi, ore 19.30 Mancino”. Solo più tardi l'ex ministro dichiarò di non escludere di aver potuto incontrare Borsellino per una stretta di mano.

“Vittima” di un teorema, poi l'attacco a Ciancimino
Mancino spiega poi che “l’originale del ‘papello’ manoscritto da Riina, impresentabile, non è mai stato rinvenuto nell’originale così come il contropapello, riscritto da Vito Ciancimino, sempre esibito in fotocopia, con tra destinatari: Mancino, che non ancora aveva preso possesso dell’incarico di ministro e Rognoni che ministro non era più. Resta il guardasigilli, con nome sbiadito. Brusca al pm Chelazzi, riferendosi a Vito Ciancimino, ha parlato di millantato credito. Anche io, con un esposto, ho sostenuto trattarsi di millantato credito e di calunnia a mio danno”. Aggiunge poi: “A Riina qualcuno avrà pure fatto il mio nome”. E ancora: “In mancanza di certezze probatorie è stato alimentato un teorema fondato sull’assoluta assenza di prove”, mentre dal Gip Morosini è stato ritenuto colpevole di una “grave e consapevole reticenza” in quanto ha palesemente mentito sui contatti “intrapresi dagli ufficiali del Ros con Vito Ciancimino”, sulle “lagnanze del ministro della Giustizia Martelli sull’operato dello stesso Ros che avvia contatti senza informare ufficialmente l’esecutivo e la magistratura”, e infine sulle motivazioni “che provocarono, nell’ambito della formazione del governo, l’avvicendamento dell’onorevole Scotti nel ruolo di Ministro dell’Interno”.
Mancino, infine, attacca il teste-imputato Massimo Ciancimino: “È inattendibile. Lo dicono anche diverse Procure. Mi limito solo a fare presente che Massimo Ciancimino ha dichiarato più volte ai pm che il padre Vito gli aveva confidato che della trattativa Mancino era a conoscenza. E mente, come in tante occasioni che gli hanno procurato arresti, processi per calunnia e altro”.



Le iniziative del Ros
Nel giugno '92, il capitano Giuseppe De Donno avrebbe comunicato all'allora direttore degli affari penali del Ministero di via Arenula, Liliana Ferraro, l'avvio dell'interlocuzione con l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. In quell'occasione secondo quanto riferito da Ferraro, emerse anche che i Ros “volevano un sostegno politico... in quanto si trattava proprio di un personaggio come Ciancimino”. Claudio Martelli, ministro della giustizia nel '92, ha più volte sostenuto di essersi lamentato con Nicola Mancino della condotta del Ros riferitogli dalla dottoressa Ferraro. “Mi lamentai del comportamento del Ros - aveva spiegato Martelli in sede di confronto con Mancino nel febbraio 2012 - in quanto ritenevo la loro iniziativa arbitraria, in considerazione del fatto che era stata istituita la Dia”. Ed è su questo aneddoto che i due uomini politici non sono mai stati d'accordo, rilasciando dichiarazioni in contrasto tra loro.
“L'onorevole Martelli non mi parlò del comportamento non autorizzato dei Ros - specifica oggi l'ex ministro Mancino in aula - perché parlarmene se lui era il Ministro della Giustizia e poteva rivolgersi al comandante generale dei carabinieri o al Procuratore della Repubblica componente per territorio?”. Da parte sua Martelli il 9 giugno scorso, sentito al processo aveva dichiarato: “Il 4 luglio mi incontrai con Mancino e gli parlai anche di questo comportamento del Ros. Il perché mi pare evidente, era lui l’autorità a cui faceva riferimento l’ufficiale dei Carabinieri”. E ancora: “Aveva un certo sconcerto in riferimento all'iniziativa del Ros, ma non potevo essere più preciso perché non era come Scotti, che conosceva la materia, ma era un neofita”. Quindi aveva aggiunto: “Io parlai a Mancino di chi era Ciancimino. Falcone me lo aveva spiegato”.
A sostegno della propria tesi Mancino chiama in causa il fatto che Martelli inizialmente non ricorda se ne aveva parlato con Scotti o Mancino. Su questo però l'ex guardasigilli si era espresso durante il confronto in modo chiaro: “Tengo a precisare che su questo argomento i miei ricordi sono andati riaffiorando via via rammentando il momento della mia interlocuzione con la dott.ssa Ferraro, avvenuto a fine giugno, quando il ministro Scotti era ormai stato designato Ministro degli Esteri”.

Proroghe mancate
Quanto alla mancata proroga dei 334 decreti di 41 bis per altrettanti boss mafiosi in isolamento, a firma del ministro Giovanni Conso, Mancino si dichiara totalmente estraneo, ricordandola come una mossa compiuta “in assoluta autonomia”, della quale “non sono stato messo al corrente” essendo quello “un periodo impegnativo” tanto che “nemmeno se ne parlò in Consiglio dei ministri”. Conso stesso sostenne di aver agito “in piena solitudine” – nonostante avesse ricevuto alcuni mesi prima un “appunto” del direttore del Dap Capriotti in merito a un “segnale di distensione” – ma pure lui è sospettato di aver mentito, con l'accusa di falsa dichiarazione al pm. E Mancino, per giunta, già in precedenza ricevette una relazione della Dia in cui si parlò esplicitamente dell’“eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’art. 41 bis”, che “potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla 'stagione delle bombe’”. Senza contare che successivamente ammise di aver saputo che nel '92 Cosa nostra era spaccata in due ali – quella “stragista”, di Riina, e quella “politica", di Provenzano – quando informazioni di tale peso non erano di dominio pubblico. Ma come faceva a saperlo? Una questione posta all'ex ministro già al processo Mori-Obinu – quando Mancino si rifugiò dietro un “non ricordo” (uno dei tanti) – e che avrebbe potuto trovare risposte nell'esame mancato di oggi. Ciò che invece è andato in scena, è una serie di aneddoti e verità a metà scese “dall'alto”, imparziali e incomplete poichè private della possibilità di essere approfondite e contestate da accusa e difese.
Il processo è stato rinviato al 17 febbraio, giorno in cui saranno esaminati i teste Teresa Principato e Giuseppe Ayala.

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