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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Maroni e la trattativa: un decreto, la mafia e quella norma aggiunta

Processo trattativa Stato-Mafia

Maroni e la trattativa: un decreto, la mafia e quella norma aggiunta

maroni processo trattativadi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Palermo. Bastano un paio di botta e risposta per riassumere l'udienza odierna al processo sulla trattativa Stato-mafia. Dopo un lungo esame condotto dal pm Francesco Del Bene è il suo collega Nino Di Matteo a focalizzare ulteriormente uno dei punti nevralgici della deposizione del Presidente della Regione Roberto Maroni.
“Abbiamo già assodato – esordisce Di Matteo – che l'intervista da lei resa al Tg3 il 16 luglio '94 avviene in un momento in cui il decreto è già stato approvato ed è in vigore. Il successivo 23 luglio il decreto viene ritirato per una questione relativa alla ritenuta mancanza di motivi di urgenza. Così come ha denunciato in quella intervista, lei aveva letto prima dell'approvazione una versione del decreto differente da quella poi effettivamente adottata”. Di fronte alla Corte di Assise presieduta da Alfredo Montalto l'ex Capo del Viminale nel primo governo Berlusconi del '94 non si scompone, sotto le mani del ministro leghista era effettivamente passato quel decreto, soprannominato “salva-ladri”, a firma dell'allora Guardasigilli Alfredo Biondi.
Di Matteo insiste: “Entriamo nello specifico in merito alla norma che riguardava e rendeva secondo il dott. Gian Carlo Caselli più difficili o addirittura impossibili le indagini sulla mafia. All’art. 9 di quel decreto, in quel momento in vigore, si legge: 'Nell’art. 335 del C.C.P. il comma 3 è sostituito dal seguente: le iscrizioni previste dai commi 1 e 2 sono comunicati alla persona alla quale il reato è attribuito, al suo difensore e alla persona offesa che ne facciano richiesta. Se sussistono specifiche esigenze attinenti all’attività di indagine il pubblico ministero può disporre con decreto motivato il segreto sulle iscrizioni per un periodo non superiore complessivamente a 3 mesi'. Questo è il testo approvato ed effettivamente non c’è nessuna differenza e nessuna esclusione per i reati di mafia”. Il pm si rivolge quindi in maniera esplicita al teste: “E' questa una di quelle norme che la sorpresero, una norma che lei e i suoi collaboratori non avevano letto nel momento in cui le era stato sottoposto il decreto? Era una norma dalla quale in quei momenti evinse la diversità tra il testo che le era stato sottoposto e il testo approvato?”. La risposta di Maroni è lapidaria: “Escludo che fosse nel testo che ci era stato mandato dal ministero. Ricordo bene che quando ricevetti il testo lo passai all'Ufficio legislativo, al Dipartimento della Pubblica sicurezza chiedendo se c'erano conseguenze sul tema della lotta alla mafia su cui ero molto sensibile e dissi: 'ditemi se ci sono conseguenze per quanto riguarda l'ordine pubblico – ripercussioni che mi vennero segnalate e le misi nella relazione del Consiglio dei Ministri – e se ci sono conseguenze nella lotta alla mafia. Nessuno mi segnalò una cosa del genere. Me ne sarei accorto perché non appena Caselli me la segnala io mi accorgo e capisco subito che si tratta di qualcosa che rende più difficile le indagini complicate relative alla lotta alla mafia”.
“E' corretto dire che questa norma era stata inserita a sua insaputa? A insaputa del Ministro dell'Interno?”, chiede Di Matteo. “Si questo è quello che ritenni quando dissi: 'sono stato imbrogliato'”, replica di getto Maroni.

Un ministro tenuto all'oscuro
Man mano che procede la deposizione del Presidente della Lombardia si delinea uno scenario dai contorni sempre più grigi. La “manina” che ha aggiunto quella norma in favore della mafia aveva probabilmente dei “suggeritori” che andavano al di là di Alfredo Biondi, Cesare Previti, e dello stesso Silvio Berlusconi.
“Lei – prosegue Di Matteo –, Ministro dell'Interno subentrato a Nicola Mancino, è stato mai informato di una nota mandata da Gianni De Gennaro a Nicola Mancino l’11 agosto del ’93, non molto tempo prima del suo insediamento (maggio '94, ndr), in cui si ipotizzava che le ragioni delle stragi, in particolare del ’93, fossero ravvisabili in un tentativo di Cosa Nostra di ricattare lo Stato, di indurlo ad una trattativa per ammorbidire il 41 bis?”.
“No. Non ricordo che nessuno mi segnalò questa nota”, risponde Maroni.
“Le venne segnalato – continua il pm – che pochi mesi prima erano state trasmesse, da parte del Sismi, delle note che riguardavano il pericolo, la probabilità, di attentati nei confronti dell'allora Presidente della Camera, Giorgio Napolitano e dell'allora Presidente del Senato Spadolini?. Nel formulare la domanda Di Matteo insiste sul contenuto di questa nota in cui “era stato ipotizzato, non da un qualunque investigatore, ma dal dott. De Gennaro, un pericolo di continuazione degli attentati anche nei confronti di alte personalità dello Stato. Lei non ha una interlocuzione... nessuno le viene a fare il punto della situazione?”.
“No – risponde con convinzione Maroni –. Nessuno mi disse 'questo è uno dei dossier rilevanti di cui si deve occupare il Ministro degli Interni'”.
Per riassumere: a meno di un anno dalle stragi del '93 nessuno si premura di informare il nuovo Ministro dell'Interno di quelle note. Nessuno lo informa delle analisi impietose degli apparati e di alcuni investigatori di primo livello sul rischio di nuovi attentati all'ombra di veri e propri patti tra Stato e mafia.

L'arma del dossieraggio
Dopo aver assistito alle miriadi di vergognosi “non ricordo” da parte di coloro che hanno ricoperto importanti ruoli istituzionali nel biennio '92/'94, la testimonianza di Roberto Maroni riaccende i riflettori su quegli anni in cui il dossieraggio era florido quanto oggi: un Paese sotto ricatto. E non solo dalla mafia. Maroni ripercorre quanto dichiarato a verbale al pool di Palermo e ricorda quei fascicoli del Sisde “che riguardavano di fatto un'attività di dossieraggio nei confronti di esponenti dei vari partiti politici tra i quali uno sul mio predecessore al Viminale: Nicola Mancino”. E a fronte di quei tanti dossier l'ex Ministro dell'Interno rammenta la sua decisione di rimuovere l'allora direttore del Sisde Domenico Salazar. “Comunicai la mia decisione di nominare uno nuovo, fu una persona sconosciuta a tutti: Gaetano Marino generale dei Carabinieri”, evidenzia Maroni. Che, subito dopo, sottolinea come, tra i nomi segnalati per sostituire Salazar dall'allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi, c'era anche quello di Mario Mori. “Non mi ricordo se era il primo o il secondo nome ma era nella lista. Mi pare di averlo incontrato. Parisi fu molto sorpreso della mia decisione di scegliere il generale Marino e disse che non si poteva mettere un militare a capo dei servizi civili, ma io gli risposi che quella era la mia decisione, altrimenti mi sarei dimesso”. Di Matteo fa notare che anche Mori era un militare. “Si, infatti, Parisi mi disse che però Mori aveva delle competenze che Marino non aveva. Ma era un argomento che non aveva quella forza che Parisi voleva sottolineare”. E così la nomina di Mori sfumò. Per lo meno fino al 2001 quando poi ci arrivò con tutti gli onori assumendone la direzione fino al 2006.
Udienza rimandata a domani per la deposizione dell'investigatore della Dia Salvatore Bonferraro.

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