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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia, Lipari: ''Dietro la trattativa entità superiori''

burattinaio sfondo nerodi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
“Nel '92-'93 gia' si parlava della nascita di Forza Italia"

“Non poteva essere una iniziativa personale dei Carabinieri quella di intraprendere una trattativa se non ci fosse stata dietro una entità superiore. Sicuramente Mori avrebbe potuto avere un incarico da persone sopra di lui, dal ministro o dell'interno o da altri... Chi me l’ha detto questo? Provenzano”. Nonostante gli 81 anni di età Pino Lipari, coperto da un paravento per evitare di essere visto in volto dagli imputati collegati in videoconferenza (quindi i mafiosi), ha risposto con estrema lucidità alle domande dei pm. Un’udienza fiume dove, così come aveva fatto nel 2002, torna a parlare delle confidenze ricevute su quei contatti tra Vito Ciancimino ed i Carabinieri.
A dire il vero l’ex consigliori di Riina e Provenzano, quando venne interrogato da Piero Grasso il 28 novembre 2002, in merito alla confidenza di “Binnu u tratturi”, disse che per quest’ultimo la trattativa “non poteva essere fatta solo da ufficiali ma ci dovevano essere dietro persone delle istituzioni, lui faceva riferimento ai servizi segreti” e dopo la sollecitazione del pm ha confermato anche questo passaggio. Successivamente Lipari è tornato nuovamente sulla consegna del “papello” fatta da Cinà a casa Ciancimino, descrivendo nei particolari le circostanze della confidenza ricevuta nel 2000: “A un certo punto Provenzano mi dice di contattare Cinà per avere dei farmaci per la prostata e così ci incontrammo. Gli dissi che Provenzano aveva bisogno di farmaci e fu in quella occasione che gli dissi ‘la sai questa storia?’ E lui mi disse di essere stato contattato in ospedale dal figlio di Ciancimino il quale gli aveva detto che il papà gli voleva parlare. Lui, pensando che si trattasse di qualche malattia andò a casa sua. Cinà mi raccontò le parole di Ciancimino, questi aveva necessità assoluta di parlare con il ‘primario’ (Riina) per una situazione che poteva portare dei vantaggi all'organizzazione. Cinà mi disse che appena aveva sentito quella cosa voleva defilarsi e disse: ‘don Vito veda di lasciarmi in pace e sistemi le sue cose’. E lui: ‘no, lei deve riferire a Riina assumendosi una grossa responsabilità, c’è questa situazione con i Carabinieri che chiedono di sapere cosa desidera Cosa nostra per far finire queste stragi e lei non si può togliere’. E lui disse che avrebbe cercato di far avere una risposta. Già quando uscì si sentì pedinato. Poi portò questa notizia al Riina, non mi disse per quale via. Mi racconta che questi gli ha dato un foglio di carta in una busta e che l’ha lasciata in portineria in via Sciuti (dove abitava Ciancimino). La sua opinione (di Cinà) era che questo incontro serviva per far arrestare Riina tanto che lo definì ‘il maresciallo Ciancimino”. Con Cinà, Lipari, avrebbe anche parlato del contenuto del papello e, confermando quanto già riferito in passato, ha ricordato che lo stesso Cinà raccontò che Riina, al momento del ritiro del documento gli disse: "'questo è stato compilato un po' da tutti’, inteso dai vertici di Cosa nostra”.

Berlusconi e Forza Italia
Nella sua deposizione Lipari ha anche parlato degli agganci politici di Cosa nostra in particolare nel momenti in cui “si lasciò la Dc per passare al Psi”. Addirittura ha riferito di aver saputo da Riina che tramite Berlusconi c’era un aggancio con Craxi (“Riina mi disse che questo gruppo imprenditoriale aveva la possibilità di arrivare a Craxi, visto che con Martelli non c'era riuscito. Questo me lo disse in un colloquio”). Dopo iniziò a circolare la notizia della formazione di una nuova forza politica. Nel 2002 il teste disse che ciò “avvenne nel ’92-’93 e che ad un certo punto ci fu la discesa in campo di Berlusconi ma che indubbiamente covava sotto prima un programma e l’ideologo del partito non è stato Berlusconi ma Dell’Utri”. “Questo discorso io lo seppi nel ‘91 da Provenzano”. Oggi ha confermato: “Era risaputo da tutti. Se ne parlava nell'ambiente della mafia. Si sapeva che la discesa in campo di Berlusconi era sicuramente preceduta da tante riunioni dove l'ideologo era Dell'Utri. Lo dicevano tutti e lo pensavo anch'io”.
Tempo dopo, della nascita di Forza Italia, avrebbe parlato anche con Bernardo Provenzano: “Ancora non era costituita, ma si pensava di abbandonare la linea della DC e inserirsi in questa nuova realtà. Io ne parlo con Provenzano, lui ne ha parlato a me… Questi colloqui sono antecedenti all'arresto di Riina”.
Successivamente con il boss corleonese avrebbe anche parlato di una trattativa “che questi ha voluto cercare verso la nuova attualità politica per interventi legislativi”. Ed in aula oggi ha ripetuto: “Una sola volta ho visto Provenzano dopo l'arresto di Riina, tra gennaio e maggio '93, lui mi diceva vediamo cosa possiamo ottenere un vantaggio legislativo... In quel periodo già si sapeva che c'era questo movimento politico che camminava…”. Nel ’96 poi sarebbero tornati sull’argomento accennando al “decreto Biondi”. Il cosiddetto decreto “Salvaladri”, varato il 14 luglio ’94 e poi ritirato dallo stesso governo per la protesta dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, di tutta la Lega e di An. Di fatto l’art. 2 del decreto Biondi prevedeva che anche per i delitti di mafia il giudice, prima di applicare la custodia in carcere, avrebbe dovuto cercare e illustrare le esigenze cautelari, prima date per scontate. E restringeva ulteriormente la possibilità di arresto preventivo in caso di pericolo di fuga: non bastava più il “concreto pericolo che l’imputato si dia alla fuga”, ma occorreva provare che l’indagato “stia per darsi alla fuga”. Una vera e propria manna per la Cosa Nostra. Certo è che nel 2001 Lipari ha raccontato di come si parlava negli ambienti mafiosi di quelli che erano gli auspicati interventi legislativi: “Sicuramente l’amnistia, qualche decreto che potesse andare incontro alle necessità dei carcerati... anche in materia di comunicare subito a un indagato quando una procura lo iscriveva nel registro degli indagati”. Quindi ha aggiunto: “Io stesso parlai con il mio avvocato Nino Mormino (ex vice-presidente della commissione Giustizia della Camera in quel periodo, nonché ex deputato di Forza Italia, ndr). Provenzano mi disse, ‘tu che hai Mormino come difensore vedi di parlarci, per vedere di portare avanti un discorso di amnistia. Io ne parlai con il figlio di Mormino, anch’egli avvocato, e lui mi disse che non era possibile, ci volevano i 2 terzi del parlamento per un'amnistia”.
“Lei sa che poi ci fu una proposta di legge sull'amnistia (poi non approvata, ndr) a firma Mormino-Pisapia?”, ha chiesto quindi Di Matteo. “Si ne parlavano tutti”, è stata la laconica risposta di Lipari.
Il processo è stato dunque rinviato a domani per il controesame dello stesso Lipari e di Massimo Giraudo. La deposizione del teste Maroni, infatti, è stata posticipata al 15 dicembre per un impedimento certificato dallo stesso presidente della Regione Lombardia.

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