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Processo trattativa Stato-Mafia

Processo trattativa, Giraudo: ''Ai Servizi una struttura deviata parallela''

toga web16di Aaron Pettinari e Francesca Mondin
Nelle indagini e, in riferimento a sentenze passate in giudicato, “si è identificato un’attività deviata del Servizio d’informazione e difesa rispetto ai compiti istituzionali del servizio, ed anche un coinvolgimento nelle trame eversive. Quindi c’era tutta un’attività di sostegno agli eversori e di ostacolo nelle attività di indagini che si sviluppavano per non far emergere l’attività eversiva”. E’ diretta la risposta del colonnello Massimo Giraudo alla domanda del pm Tartaglia. Tra i documenti discussi quest’oggi in aula al processo trattativa vi è anche un manoscritto, sequestrato negli anni ’80 dall’allora pm di Roma Domenico Sica in casa di Gianadelio Maletti, latitante in Sudafrica dal 1981. In quel documento si parla chiaramente dell’esistenza di un servizio segreto parallelo attivo negli anni ’70 dentro al Sid (poi divenuto Sismi). Si tratta di un appunto di una ventina di pagine, di cui alcuni passaggi sono stati letti in aula, in cui si fa riferimento ad un’attività di indagine sulle “trame nere” e in cui ad un certo punto si parla di “teste emergenti del Sid parallelo (Marzollo, Venturi, ecc…) ma il più e il meglio rimangono celati”.
Giraudo ha spiegato che Maletti aveva creato una struttura atipica (il Nod - Nucleo operativo diretto) capace di muoversi nell’intero territorio nazionale e che era indipendente dalla Direzione centrale. E Maletti mette in questa struttura il capitano Labruna ed altri sottufficiali.
Ma cosa vuol rappresentare l’ex capo dell’ufficio D del Sid?
In passato Maletti aveva già fatto cenno all’esistenza di un Servizio segreto parallelo davanti la commissione Stragi, volata in Sudafrica per interrogarlo in un’audizione poi secretata. Non solo. In una relazione di Lazzerini, dipendente del ministero dell’Interno che aveva accompagnato in un’occasione il giudice veneziano Felice Casson a Johannesburg proprio per interrogare come testimone Maletti, riporta un’affermazione di quest’ultimo fatta fuori verbale. “Quegli interrogatori sono tra il 19 ed il 21 agosto 1986 - ha letto oggi Giraudo - In una pausa il Generale Maletti ha affermato che ‘all’interno del Sid, all’epoca, era operante un sistema segretissimo ed occulto dipendente direttamente dal Capo Servizio, all’epoca Miceli, e con una scuola di addestramento della quale non ha voluto indicare l’ubicazione”.
Alla domanda del pm Tartaglia se nel corso delle indagini siano emersi altri riferimenti a questa scuola di addestramento Giraudo ha detto che “nell’immediatezza, una volta presa contezza della relazione, si pensò alla struttura Gladio, con il Centro Addestramento Guastatori situato in Sardegna. Tuttavia quando la Commissione stragi si recò in Sud Africa, nel 1997, per adire Maletti, su quel punto ha semplicemente detto che quando ‘si riferiva in maniera approssimativa alla scuola, pensava a tutta altra cosa, non a Gladio ma ad un piccolo gruppo costituito da un tenente colonnello, forse due sottufficiali e altri del raggruppamento del centro di controspionaggio di Roma”.
In un altro appunto di Maletti, esaminato in aula, il generale parla anche di “ipotesi di guerriglia urbana, di intervento dei nuclei segretamente addestrati dal Sid parallelo”. E poi scrive “chi sono i pupari che manovrano in Italia per tenere il Paese vincolato a scelte di 30 anni fa? Torna prepotentemente ad affacciarsi l’ipotesi, che poi tale non è, di forze potenti e influenti che operano in Italia e ne determinano le scelte ed il destino”. “Purtroppo - ha spiegato Giraudo - Capire cosa intendesse Maletti rimane senza risposta. Non siamo in grado di certificare l’affermazione di Maletti”. “Anche in riferimento ai pupari che tengono il Paese vincolato a scelte di 30 anni fa?” ha chiesto Tartaglia. E Giraudo ha abbozzato una risposta: “Io in ogni strage ho sempre trovato qualche collegamento con la FTASE (Comando delle forze terrestri alleate del Sud Europa)”. Ovvero quel comando a cui Mori era predestinato, in caso di emergenza con livelli altissimi di nulla osta di segretezza, quando si trovava al comando della tenenza di Villafranca veronese.

Le parole di Miceli
A confermare l’esistenza di una struttura parallela, poi, il 14 dicembre 1977, davanti ai giudici della prima sezione della corte d'assise di Roma dove si svolse il processo sul tentato golpe Borghese, anche Miceli, ex direttore del Sid, ammise l’esistenza della struttura occulta. Rispondendo ai giudici allora disse: “C'è, ed è sempre esistita, una particolare organizzazione segretissima, della quale sono a conoscenza le massime autorità dello Stato. Vista dall'esterno, da un profano, questa organizzazione può essere interpretata in modo non corretto. Potrebbe apparire come qualcosa di estraneo alla linea ufficiale. Invece si tratta di un organismo inserito nell'ambito del Sid. Se mi chiedete dettagli particolareggiati io dico: non posso rispondere, chiedete alle massime autorità dello Stato, in modo che possa esserci un chiarimento definitivo”. Parole che aveva detto anche ai pm. “Allora - ha detto oggi Giraudo in aula - Lui non entra nei dettagli della struttura perché riteneva di danneggiare la sicurezza nazionale. Fa riferimento all’Unità nazionale per la sicurezza, quindi per sciogliere il vincolo fa riferimento al Presidente del Consiglio”.


Giraudo: “Fonte Gian parlò di manovra contro reparto D a cura di Mori, Marzollo e Venturi”
di Aaron Pettinari e Francesca Mondin
Nel corso delle attività d’indagine sulla carriera di Mario Mori, il colonnello Giraudo, oggi sentito al processo trattativa Stato mafia, ha acquisito documenti in cui si parla “dell’esistenza di una manovra avversa al reparto D del Sid da parte di Venturi, Mori e Marzollo”. Si tratta di carte dattiloscritte non firmate che fanno riferimento al contributo dichiarativo della fonte Gian, criptonimo “di un ufficiale dei carabinieri di nome Giancarlo Servolini (oggi deceduto) il cui ‘manipolatore’ era il dirigente del Nod Antonio Labruna” ha spiegato Giraudo.
“Dal documento si capisce - ha raccontato il teste - che Servolini era utilizzato per identificare le manovre in atto contro il Maletti e il suo operato, quindi anche contro i suoi dipendenti come Labruna e il maresciallo Esposito”.
Nello specifico si trattava di screditare la raccolta probatoria sul Golpe Borghese in particolare in emiro ad alcune registrazioni fatte dal capitano Labruna, di alcuni colloqui avuti con il braccio destro di Borghese, Remo Orlandini, consegnate all’autorità giudiziaria.
“Il fine delle manovre  - ha spiegato Giraudo - era proprio screditare soprattutto le bobine dimostrando che erano state manipolate e quindi annullando la prova che avrebbe dimostrato attività cospirative”. “Labruna, informato che c’era una attività cospirativa in atto, - ha aggiunto - aveva avvicinato il cospiratore per farlo parlare e registrò la conversazione”. “Orlandini parlò del Golpe Borghese e dei soggetti che ci parteciparono? ha chiesto il pm. “Si, certo” ha risposto il teste.  
Secondo quanto descritto negli appunti di Gian, all’interno del gruppo, autore della manovra di annullamento delle prove, non ci sarebbero stati solo i militari (Marzollo, Venturi e Mori) ma anche civili (Gianfranco Ghiron, Taddei e Giraldi, gli ultimi due avvocati difensori di alcuni imputati nel procedimento del Golpe Borghese.
Nel documento si parla di “mezzi illeciti” che la “fonte Gian riferisce essere state delle missioni fatte da Taddei e Ghiron al fine di esercitare pressioni sul perito per pilotare la perizia delle bobine”.
Successivamente, ha spiegato Giraudo cercando di ricostruire punto per punto le cose scritte in questi documenti, “Labruna ed Esposito vengono coinvolti da un’informativa di garanzia e Ghiron riferisce a Gian che Achille Gallucci (giudice istruttore che si occupava del processo Golpe Borghese e che nel 1985 si occupò della P2, con una requisitoria, definita colorita, che portò poi all’assoluzione dei membri della loggia) potrebbe andare oltre”.
Quindi, Tartaglia ha chiesto: “Risulta che lo stesso Ghiron Gianfranco aveva avuto modo di parlare con Achille Gallucci?”. Risposta: “Si si anche telefonicamente ed entrambi erano entusiasti” del risultato della perizia. Praticamente, stando a quanto riferito oggi in aula, Labruna ed Esposito da essere fornitori di prove, vengono a loro volta accusati di manipolazioni delle bobine.

Il mistero delle pagine scomparse
Riguardo l’attività di Mori “La fonte Gian segnala che mentre collaborava con gli ufficiali Mariolo e Venturi, nel tentativo di inquinare le prove…si trovava ancora in servizio al Sid” e che continuò, ha spiegato Giraudo, “anche dopo essere stato destituito”. Fatto strano sottolineato in aula è che “nella prima acquisizione” il documento “era incompleto e mancava la pagina 2, 5 e 6”. Quando poi “abbiamo trovato anche l’altra documentazione che non era stata scansionata” Giraudo poté accertare che “nella pagina due si parlava di Mori” mentre nelle “pagine 5 e 6  si fa riferimento a Orlandini che generò idea di puntare alle bobine” e che “il Ghiron continuava a frequentare il Marzollo con assiduità”. Nella pagina 6 ci sarebbe anche “la richiesta di Emilio Santillo (dirigente dell’ufficio del ministero dell’interno) di incontrarsi con Mori, Venturi e Marzollo” ha raccontato Giraudo che ha specificato esserci l’esistenza “di un riscontro dell’affermazione della fonte perché andando a prendere le carte al Ministero abbiamo trovato un biglietto da visita di Ghiron dove scrive caro Emilio”.
“Questa documentazione acquisita - ha chiesto il pm nel corso dell’udienza - era mai stata oggetto di analisi o studio quando Mori era al Ros?”. Risposta: “Certo fu a disposizione del Ros”.
L’esame del teste continuerà domani.


Processo trattativa, Giraudo spiega l'allontanamento di Mori dal Sid
“Nei documenti riferimento al processo sul Golpe Borghese”

di Aaron Pettinari e Francesca Mondin

Il 4 gennaio del ’75 l’ex generale Gianadelio Maletti (ex numero due del Sid rimasto al Servizio in seguito all’arresto di Miceli) scrive di suo pugno un appunto in cui chiede al direttore del Servizio facente funzioni, l’ammiraglio Mario Casardi (che poi diventerà direttore a tutti gli effetti), di allontanare Mario Mori dal Servizio “nel più breve tempo possibile” ed anche “l’allontanamento dalla Capitale”. Un documento che viene vistato dall’ammiraglio con uno “sta bene” e che il 6 gennaio torna nuovamente in mano a Maletti. Da tenere in considerazione c’è il dato che, in quei giorni, l’inchiesta sulla Rosa dei venti era già arrivata alla Procura di Roma.
Giraudo, nel rispondere alle domande dei pm, ha spiegato che “nel documento con cui Mori viene allontanato vengono ammesse motivazioni di natura caratteriale. Scaturirebbero da un atteggiamento irriguardoso del Mori e formalmente si parla di avventatezza di giudizio, di mancanza di obiettività di assenza del senso di misura (aspetti che si scontrano rispetto ai meriti riconosciuti dallo stesso Sid fino a qualche tempo prima)”. Tuttavia nel documento non si spiega il nesso tra i problemi caratteriali ed il perché Mori debba allontanarsi da Roma. Il 9 gennaio Casardi emette un provvedimento formale in cui dispone l’allontanamento di Mario Mori dal Servizio con effetto immediato.
Così dal 10 gennaio 1975, il capitano Mori termina la sua attività presso il reparto D, quello che si occupa del controspionaggio, e, in attesa di essere restituito all’Arma, viene spostato in un ufficio amministrativo, dove resta fino al 10 febbraio 1975.
Nella sua deposizione il colonnello Giraudo ha anche sottolineato l’insolita richiesta, che l’ammiraglio Casardi fa al generale dell’Arma, ovvero “di segnalare l’opportunità di un ripiego nell’arma nel più breve tempo possibile e per non impiegare Mori a Roma”.
Una richiesta che sarà accolta dall’Arma, tanto che Mori viene trasferito alla Radiomobile di Napoli (quindi non in un reparto investigativo) fino al 1978.
Durante il periodo di allontanamento, tuttavia, non sono mancate richieste per un ritorno di Mori a Roma. “C’è stato il generale Guiducci, il cui fascicolo purtroppo oggi non esiste più negli archivi dell’Arma. In due lettere chiede il trasferimento e nella prima, del novembre ’75, fa un riferimento alle trame nere. O meglio si dice che è arrivato a Napoli a seguito dell’istruttoria sulle trame nere dove sarebbe stato interrogato come teste”.
Successivamente a queste richieste un ufficiale, rimasto ignoto, si arriva presso il colonnello Parente del Sismi, sulla possibilità di trasferire Mori nella Capitale. Parente a sua volta chiede a Romeo, sostituto di Maletti al comando del reparto D, il quale risponde “che sarebbe consigliabile che fino al termine del processo Borghese non vi fosse impiego sulla capitale di Mario Mori”.
E’ questo il primo documento, datato 11 marzo ’78, in cui si spiega perché l’ex capo del Ros è stato allontanato dal Servizio. “Questo documento - ha dichiarato il teste - l’abbiamo trovato nell’archivio dell’Aise ma non nell’archivio del Comando Generale dei carabinieri".
Pochi giorni dopo la risposta arrivata dai Servizi, tuttavia, Mori viene comunque mandato a Roma, poco dopo la strage di via Fani ed il rapimento di Moro. Assume, infatti il comando della sezione anticrimine il giorno 17 marzo. Alla domanda se, quando Mori viene trasferito a Roma nella catena gerarchica vi erano ufficiali iscritti alle logge massoniche Giraudo ha risposto affermativamente: “C’era il Colonnello Cornacchia, iscritto alla loggia P2, e poi il revisore del capitano Mori, Siracusano, anche lui iscritto alla loggia”.


Giraudo: ''Nessun atto documenta rapporto Mori e fratelli Ghiron''
di Aaron Pettinari e Francesca Mondin
“L’attività svolta per il servizio” da Mario Mori nei rapporti con i fratelli Gianfranco e Giancarlo Ghiron “era clandestina, cioé non è registrata in alcun atto”. A dirlo è il colonnello Massimo Giraudo nel riferire alla Corte d’Assise di Palermo le indagini sui documenti sequestrati all’Aisi, riguardanti la carriera di Mario Mori al Sid negli anni ’70. Ci sono solo “dichiarazioni testimoniali sia di Mori che di Gianfranco Ghiron - continua il teste - però noi non abbiamo mai trovato alcun riscontro a quello che sostengono”.
Gianfranco Ghiron - specifica il teste - ha lavorato per il servizio ma non nell’epoca in qui lavorava Mori, ci sono documenti che attestano che svolgeva una collaborazione controinformativa delicatissima oltre cortina ma tra il ’63 e il ’64 viene allontanato perché nascono dei sospetti sulla sua figura e viene ritenuto non affidabile”.
“Reclutamento, coltivazione e manipolazione delle fonti - dice il colonnello Giaraudo spiegando i protocolli operativi da seguire - sono soggette ad attività di verifica e controllo perché ogni fonte poteva essere insidia per un servizio … ogni attività della fonte deve essere documentata, esiste un registro di riscontro a tutte le fonti e una trattazione documentale dove c’è la corrispondenza del nome assegnato di copertura con il nominativo reale”. Documenti che il teste sottolinea non esserci per quanto riguarda i fratelli Ghiron all’epoca di Mori al Sid. Secondo quanto detto da Giraudo emergono solo alcuni documenti riguardo la fonte ‘crocetta’, criptonimo che sarebbe stato utilizzato per uno dei due fratelli, ma nessun atto a firma di Mori o Mariolo in cui comunicano chi è questa fonte manipolata ‘crocetta’.
Mori quindi, secondo quanto detto dal teste nel rispondere alle domande del pm Tartaglia, non avrebbe attestato ufficialmente ai superiori che stava coltivando la fonte Ghiron o Crocetta.
Il colonnello Giraudo ha anche dichiarato, senza entrare nel merito dei verbali che “Emerge da delle dichiarazioni fatte a verbale che il Gianfranco Ghiron gestisce delle fonti che operano in senso controinformativo con i libici assieme ad appartenenti ad un servizio segreto americano e in questa specifica attività ci sono anche occasioni di contatto con esponenti di Cosa nostra”.
Riguardo invece il fratello Giorgio Ghiron, avvocato dell’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, il colonnello racconta che apprende “dalla fonte Gian, fonte documentale di produzione clandestina che noi abbiamo perché un dipendente del servizio la consegna, emerge che Giorgio Ghiron era a conoscenza dell’attività di Gianfranco ma che non lo riteneva affidabile”.


Processo trattativa, Giraudo parla dell'allontanamento di Mori dal Sid
“Una foto del capitano richiesta da Tamburrino che indagava su Rosa dei venti”

di Aaron Pettinari e Francesca Mondin
Negli atti acquisiti dalla Procura dagli archivi dell’Aise (il servizio segreto per la sicurezza esterna) emergono anche ulteriori elementi sul passato di Mori al Sid, in cui si occupò nello specifico di “contatti” con i terroristi neri e fino al dicembre del ’73 i giudizi e le valutazioni sul suo operato da parte dei vertici del Servizio erano eccellenti. Nel dicembre del ’74, però, il giudice istruttore di Padova, Giovanni Tamburino, che indagava sulla Rosa dei venti (organizzazione formata sia da militari con simpatie di estrema destra, da civili e da imprenditori con la funzione di finanziatori il cui scopo era il mutamento istituzionale anti comunista), manda al Sid una richiesta urgente con la quale chiede che sia trasmessa dall’Autorità Giudiziaria di Padova un’immagine fotografica di Mario Mori, senza ulteriori specificazioni.
Un’inchiesta che interviene prima dell’avvento del Colpo di Stato, che porta anche all’arresto dell’ex capo del Sid Vito Miceli (arrestato nel novembre ’74) e che tra gli indagati vede anche.
“L’attività della Rosa dei venti - ha spiegato Giraudo alla Corte - in tutte le inchieste viene connessa al Colpo di stato del 1974, stesso anno in cui vi furono le stragi di Piazza della Loggia e dell’Italicus. In quell’anno vi fu una riunione a Cattolica all’Hotel Giada dove viene deciso l’impulso operativo delle attività di riorganizzazione di Ordine nuovo dopo lo scioglimento. Una riunione a cui partecipano anche elementi che lavoravano per il Sid”. Giraudo ha anche riferito che risulta da una dichiarazione di Umberto Zamponi, uno dei quadri più importanti della struttura di Ordine nuovo, che parla di una partecipazione di Mori alla riunione”. Per questo motivo proprio Tamburino arriva a richiedere al Sid, il 3 dicembre, una fotografia dello stesso Mori, per procedere anche con il riconoscimento fotografico.   
Non può procedere però perché nel frattempo la Cassazione dà ragione alla Procura di Roma che già stavano indagando sul Golpe Borghese. Nello specifico i magistrati romani sostenevano che, anche se non si trattava degli stessi soggetti, si trattava sempre di un colpo di Stato organizzato dai militari e quindi c’era una connessione. Così l’indagine sulla Rosa dei venti viene tolta a Tamburino per essere mandata a Roma così da essere unificata a quella sul Golpe Borghese.
La fototessera richiesta al Sid arriva comunque a Tamburino, nel 1975, che ovviamente provvede ad inviare a Roma. Dalle indagini svolte da Giraudo risulta che la foto di Mori “non venne mostrata ad Amos Piazzi (ufficiale dell’esercito che stava rilasciando dichiarazioni su quel tentativo di golpe). Il documento che abbiamo recuperato dimostra che la foto era ancora spillata alla lettera in cui si scrive chi è il soggetto della fototessera”. Tra i magistrati romani che indagavano sul Golpe vi era il dottor Fiore e come giudice istruttore Achille Gallucci, lo stesso che nella sua requisitoria, definita colorita, portò all’assoluzione di alcuni soggetti della P2.


Giraudo: ''Così Mori arriva al Sid''
di Aaron Pettinari e Francesca Mondin

Entra nel vivo degli accertamenti compiuti sulla carriera di Mario Mori l’audizione del colonnello Giraudo. Quest’ultimo, su mandato della Procura di Palermo, negli anni passati si è occupato di queste indagini sui documenti sequestrati presso gli uffici dell’Aisi che documentano anche l’appartenenza dello stesso Mori, oggi co-imputato al processo trattativa Stato-mafia, al Sid negli anni ’70.
Prima di arrivare al Sid Mori, all’epoca tenente, va a comandare la tenenza di Villafranca veronese dove gli viene assegnato anche il comando FTASE (Comando delle forze terrestri alleate del Sud Europa) che era in istanza a Verona. “Mori- ha spiegato il teste - venne predestinato in caso di emergenza e gli venne attestato anche il Nos ed il segretissimo Cosmic, inserito nell’ambito Nato. Il Nos è il nulla osta di segretezza, il documento che attesta che un soggetto, sia esso militare o civile, ha le credenziali di sicurezza per svolgere determinate funzioni. Tra queste anche l’analisi e la visione dei documenti coperti di segreto militare, in base al tipo di Nos o Cosmic che si detiene”. Rispondendo alle domande del pm Tartaglia Giraudo ha spiegato poi quelli che erano ritenute le occasioni di emergenza. “Al tempo c’era la guerra fredda, l’emergenza era costituita da un’eventualità di un attacco dell’Unione sovietica o dei Paesi satelliti. Ma la Nato aveva anche attivato l’emergenza post assassinio di Kennedy… Ma in queste minacce potevano rientrare anche le insurrezioni interne ed i tentativi di golpe militare”. Un esempio è il fallito Golpe Borghese, proprio nel ’70. “Posso dire che nel corso della mia vita professionale - ha detto Giraudo - non ho mai incontrato un ufficiale con grado di tenente con quel livello di estensione di Nos che era stato certificato a Mori”.
Il colonnello ha poi detto che nelle indagini da lui svolte erano emersi anche collegamenti tra il Comando Ftase con soggetti dell’eversione nera, di Ordine Nuovo: “Erano contatti info operativi, sia per le acquisizioni di informazioni che per intervenire operativamente. Quindi c’era un impiego di soggetti di Ordine Nuovo da parte del comando Ftase”. E questo avviene durante il periodo in cui era prevista l’assegnazione eventuale di Mori.  
Nel settembre del 1972, poi, entra nel Sid. “Dai dati acquisiti c’è una sua richiesta, una domanda di prenotazione, poi la richiesta del generale Miceli e l’assegnazione fatta dal colonnello Marzollo. Venne assegnato al centro di controspionaggio che si occupava dei paesi satelliti dell’Unione sovietica, coordinato dal reparto D, a sua volta guidato da Maletti”. Dai dati acquisiti è emerso che entrambi, sia Miceli che Maletti, erano iscritti alla P2, anche se all’interno dei servizi vi era proprio una spaccatura tra miceliani e malettiani. “Maletti aveva un atteggiamento più filo israeliano rispetto l’emergente terrorismo arabo. Miceli era più filo governativo ed era più morbido. Marzollo apparteneva a questa corrente”.
Giraudo ha poi riferito quelle che nell’ambito delle funzioni espletate da Mori all’interno del Sid lo stesso riceve anche un documento di copertura con il criptonimo di Giancarlo Amici, nato a Verona, con una patente di guida fornita nel 1973 e con residenza in una via di Roma inesistente. “Questa non gli viene data al momento del suo ingresso, ma successivamente. Lui ricevette anche un encomio per aver sventato un attentato nel settembre ’73 nei confronti del primo ministro israeliano”.


Giraudo: ''Mori mi disse di non arrestare terrorista algerino''
di Aaron Pettinari e Francesca Mondin
“Mori mi disse di non procedere all’arresto di un personaggio importante in procinto di essere ricercato a livello internazionale quale responsabile di attentati avvenuti in Marocco, io mentii e gli dissi che avevo già dato l’ok, lui ebbe gesto di stizza e se ne andò via”. Il colonnello Massimo Giraudo, che all’epoca si occupava della criminalità eversiva presso il reparto operativo all’interno del Ros, racconta al processo Trattativa Stato-mafia, come nel 1994 l’allora suo superiore, vicecomandante Mario Mori, avrebbe nel giro di pochi minuti cambiato idea riguardo l’arresto di un terrorista algerino sul quale, spiega il teste, pesava un mandato di arresto internazionale. “Quando un giorno il dispositivo di pedinamento mi avvisa che avevano di fronte il soggetto ricercato -  spiega nello specifico Giraudo rispondendo alle domande del pm - io corsi subito ad informare Mori e lui non sollevò nessun problema, quindi io ritornai in ufficio, non feci nemmeno in tempo a dare il via che Mori  mi raggiunge e mi dice di non procedere all’arresto senza spiegarmi il motivo”.  
L’arresto invece venne effettuato lo stesso perché Giraudo avrebbe mentito dicendo di aver già dato il via all’operazione invece l’ok venne dato dopo: “Appena Mori si allontanò io immediatamente chiamai e dissi di procedere all’arresto”.
Successivamente quando Giraudo venne chiamato da Mori al Sisde per occuparsi di terrorismo internazionale avrebbe avuto modo  di comprendere che questo soggetto “faceva comodo da uomo libero ad americani ed alleati americani”. “I marocchini non erano interessati ad un soggetto di tale importanza perchè in quel momento - racconta il teste - erano stati scoperti enormi quantità giacimenti di metano di tale importanza da essere strategici a livello internazionale e gli americani scommettevano sull’Islam moderato”.


Giraudo: ''Tra il '96 e il '97 contrasti Mori-De Caprio''
di Aaron Pettinari e Francesca Mondin

“Tra il 1996 ed il 1997 ci fu un cambiamento netto di De Caprio (conosciuto anche come capitano Ultimo) nei confronti di Mori. Aveva un atteggiamento critico rispetto alla politica del Ros che era la punta dell’arma dei carabinieri. Era particolarmente irritato. Il motivo? C’era una questione di personale e De Caprio mi manifestò una profonda irritazione per il rinforzo di uomini mancato che lui riteneva necessari per arrivare alla cattura di Provenzano. A chi lo chiese? A Mori”. A raccontare l’episodio è il colonnello Massimo Giraudo, che negli anni Novanta si trovava al Ros presso il raggruppamento che si occupava della criminalità eversiva, oggi sentito al processo trattativa Stato-mafia. Giraudo, rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia (presente in aula assieme a Teresi, Di Matteo e Del Bene) ha riferito che De Caprio, dopo la cattura di Riina “era convinto che il Ros potesse crescere ulteriormente nel contrasto alla criminalità organizzata. Disse anche che ‘se chiediamo un satellite ce lo danno’. Quando chiese però quegli ulteriori uomini ricevette il rifiuto di Mori. Ma non entrai nello specifico. So solo che in quel periodo i rapporti tra loro erano cambiati notevolmente. Io magari difendevo Mori, perché mostrava interesse proprio per il contrasto al terrorismo, ma ogni volta che si parlava di lui De Caprio usava termini duri e diceva ‘M sta per merda, non per Mori’. Comunque frasi di questo tenore. E questa irritazione era legata alla questione di Provenzano, poi non so se De Caprio si occupasse anche di altro”. Quegli attriti tra Mori e De Caprio poi si appianarono… “Posso dire per certo che quando venni chiamato dal Prefetto Mori per lavorare al Servizio di sicurezza De Caprio non c’era. Poi tempo dopo, nel 2007-2008, quando lasciai il servizio e Mori si occupava di sicurezza al comune di Roma (quando sindaco era Alemanno), parlando con Mori scoprii che si erano in qualche modo chiariti. Mi serviva un contatto del Noe e lui mi disse di chiedere a De Caprio”.
Giraudo, che nel corso della sua carriera si è occupato in particolare di indagini sul terrorismo e l’eversione nera sia per l’autorità giudiziaria che per la Commissione antimafia, è stato chiamato a deporre per riferire sull’attività di indagine espletata sulla cosiddetta Falange Armata ed in particolare sulle rivendicazioni di attentati ed omicidi nel corso degli anni 1992 e 1993. Inoltre anche per riferire sulla documentazione acquisita ed agli accertamenti esperiti con riferimento alla carriera professionale di Mori, ai rapporti di questi con i servizi di sicurezza, nonché alle relazioni intrattenute con i fratelli Giorgio e Gianfranco Ghiron (il primo noto avvocato, il secondo imprenditore, entrambi deceduti).
Giraudo ha anche spiegato che quando il prefetto Mori entra al Sisde su nomina dell’ex premier Silvio Berlusconi porta con sé diversi ufficiali del Ros: “All’inizio veniamo chiamati in cinque. Siamo nel 2001 e c’era stato l’attentato alle Torri Gemelle. Mori mi disse che aveva bisogno di me perché aveva bisogno di espandere l’intelligence adeguandole a quelle internazionali. Io avevo dei canali fiduciari e voleva che li portassi all’interno del Sisde. Per me era un campo nuovo e così andai ad occuparmi di terrorismo internazionale. Io andai con un po’ di dispiacere perché quello di estrema destra è stato ed è la mia vita, ma non chiesi comunque nulla”. Nei dialoghi avuti con Mori, Giraudo, avrebbe anche appreso che la preferenza del generale non sarebbe stata per dirigere il Sisde, ma il Sismi, che già conosceva: “Riteneva i servizi di sicurezza militari più efficienti. Poi il premier l’ha nominato al Sisde ma non so le ragioni. Per questo chiese a noi di preparare un lavoro con le modifiche opportune da apportare al Sisde”.

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