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Processo trattativa Stato-Mafia

Processo trattativa, si ricomincia dal ''papello''

aula bunker ucciardone1di Aaron Pettinari
Oggi le testimonianze di Masi, Lecca e Mavaro
Si torna in aula dopo la pausa estiva all'aula bunker dell'Ucciardone di Palermo. Il processo trattativa Stato-mafia ricomincia da Massimo Ciancimno, o meglio, dal supposto ritrovamento e dal mancato sequestro del cosiddetto “papello” nel corso di una perquisizione domiciliare nei confronti dello stesso figlio di don Vito, nella sua villa all'Addaura, avvenuta il 17 febbraio 2005.
Testimoni di questo episodio sarebbero il maresciallo dei carabinieri Saverio Masi, l'appuntato Samuele Lecca e Giuseppe Mavaro (quest'ultimo sarà sentito per confermare l'esistenza di una cassaforte nell’abitazione acquistata in località Addaura e già nella disponibilità di Ciancimino). Domani sarà invece la volta del capitano Antonello Angeli (quest'ultimo chiamato in causa dagli altri due, ndr) e del giornalista Saverio Lodato.
I due sottoufficiali, interrogati dai pm, avevano messo a verbale di aver appreso dal loro superiore (dunque il capitano Angeli) che il 'papellò con le richieste del boss Riina allo Stato era in casa ma che è stato solo fotocopiato “su richiesta di Angeli” e poi “rimesso al suo posto”. Sentito sullo stesso argomento Angeli, indagato proprio nell'ambito dell'indagine sulla trattativa Stato-mafia, si avvalse della facoltà di non rispondere. Secondo quanto riferito già ai magistrati il capitano Angeli avrebbe avuto ordini dal suo superiore il colonnello Giammarco Sottili, di non prendere il 'papello' e di lasciarlo in casa Ciancimino.
Sia Masi che Lecca sono stati anche sentiti al processo Mori-Obinu. “Il capitano Angeli trovò il 'papello' a casa di Massimo Ciancimino, disse che era in un controsoffitto – ha raccontato il primo durante il dibattimento per il mancato blitz che avrebbe potuto portare all'arresto di Provenzano - chiamò subito il suo superiore, il colonnello Sottili, informandolo del rinvenimento della documentazione e gli chiese se fosse il caso che Sottili venisse e partecipasse alla perquisizione. Sottili gli rispose invece che non era il caso di procedere al sequestro perchè il 'papellò ce l'avevano già. Angeli rimase esterrefato del contenuto di quella telefonata”.
Questa circostanza fu appresa da Masi soltanto mesi dopo l'arresto di Provenzano. “Egli – riferì al processo Mori-Obinu - mi disse che attribuiva a Riina il documento che aveva trovato nell'abitazione di Massimo Ciancimino e mi disse che conteneva le richieste riferibili a Cosa nostra e che poteva ritenersi una trattativa proprio di interesse di Cosa nostra. Angeli era molto intimorito da questa situazione. Conservò una fotocopia del 'papello' mentre rimise a posto il documento originale, ma non disse dove”.
Masi ha anche parlato di “grossi conflitti” tra Angeli ed i suoi superiori, il comandante del nucleo operativo di allora, Francesco Gosciu e il comandante del reparto operativo Giammarco Sottili: “Mi disse che era in enorme conflitto con i due ufficiali, ci furono degli alterchi molto pesanti e addirittura stavano venendo in un'occasione anche alle mani. Ma Gosciu lasciò le cose come stavano. Angeli voleva togliersi questo peso dalla coscienza ma Gosciu non lo ascoltò”.
Di queste cose il sottoufficiale dell'arma parlò spontaneamente alla Procura di Palermo dopo avere appreso delle notizie di stampa riguardanti Massimo Ciancimino. Ma non si limitò a riferire solo questo. Infatti ha anche parlato di un altro episodio molto simile a quello di Michele Riccio che nel 1995 stava per mettere le mani su Bernardo Provenzano. Saverio Masi ha testimoniato delle difficoltà avute all’interno nel suo corpo nelle indagini protese alla cattura del boss corleonese.
Le indagini, infatti, l’avevano portato a un casolare sperduto nei pressi di Ciminna. Il giorno dopo la cattura di Benedetto Spera, uno dei principali fiancheggiatori di Provenzano, era stata allacciata l’energia elettrica e l’intestatario del contratto apparteneva alla stessa famiglia che aveva firmato il contratto per la luce nel covo di Spera. Abbastanza per indagare su chi vi abitasse all'interno ma dopo una serie di vicissitudini l'inchiesta venne stoppata. Masi avrebbe poi avuto anche una buona pista per arrivare al boss Matteo Messina Denaro.
Samuele Lecca, invece, che all'epoca partecipò direttamente alla perquisizione nella casa di Ciancimino, raccontò di aver rinvenuto in uno scatolo che si trovava in un magazzino di pertinenza di Massimo Ciancimino, a poche centinaia di metri dalla casa all'Addaura, in un controsoffitto “una sorta di libro rilegato al cui interno c'erano diversi fogli, alcuni erano manoscritti e altri dattiloscritti”. “Li portai al mio Comandante Angeli – disse in aula al processo sul mancato blitz a Mezzojuso - Dopo averli sfogliati fece una telefonata. Subito dopo mi disse 'Conosci da queste parti una fotocopisteria? Vai a fare subito, da solo, una fotocopia di questi documenti. Ci vediamo in Caserma'. Così andai a fare le fotocopie e le pagai 19 euro. Mentre andavo a fare le fotocopie il capitano Angeli mi telefonò per dirmi 'Sbrigati, a che punto sei? Le hai fatte le fotocopie?'. Ma io ancora ero per strada perché il posto era lontano. Dopo poco tempo mi richiamò per dirmi 'Spiacciati, qui abbiamo quasi finito'. Poi, dopo avere fatto le fotocopie, portai tutta la documentazione in Caserma, nel suo ufficio. Lasciai sia gli originali che le fotocopie sulla scrivania del capitano Angeli”. Lecca ha quindi sottolineato che “Era la prima volta che mi venisse chiesto di fare delle fotocopie fuori dalla Caserma non mi era mai successo. Durante le operazioni di catalogazione non ho più visto la documentazione che avevo consegnato”.

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