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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Liliana Ferraro, il processo Stato-mafia e le ''gocce di memoria''

Processo trattativa Stato-Mafia

Liliana Ferraro, il processo Stato-mafia e le ''gocce di memoria''

toga web15di Aaron Pettinari
“Nel mio ufficio fu redatta la bozza per la nomina di Di Maggio al Dap”

“La nomina di Di Maggio al Dap? Io e la mia segreteria preparammo una bozza di decreto per la nomina a dirigente generale dello Stato. Mi chiese un aiuto. Fu un favore a Franco Di Maggio”. “Le revoche dei 41 bis nel novembre '93? Io mi arrabbiai ne parlai con lui che mi disse: 'mi hanno preso per la mano...sono uno peggio dell'altro'. Poi aggiunse che non era in sintonia con il capo del dipartimento”. Sono queste alcune delle “gocce di memoria” che riemergono, a oltre vent'anni di distanza, nella deposizione dell'ex direttore degli Affari Penali del ministero della Giustizia Liliana Ferraro, al processo trattativa Stato-mafia. Episodi, a suo dire, “ricostruiti nel corso del tempo” dopo la lettura dei contenuti di alcune intercettazioni tra Loris D'Amborsio e Nicola Mancino (quest'ultimo imputato al processo) o addirittura “soltanto questa mattina, grazie alle domande del pm”. Così si aggiungono nuovi tasselli utili alla comprensione di quanto avvenne negli anni tra il 1992 ed il 1994. Un'udienza particolarmente lunga (quasi otto ore) dove la frequenza dei “non ricordo” è presente, anche se in quantità inferiore rispetto a quanto avvenuto ieri durante la testimonianza dell'ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato, e spesso accompagnata dalla formula “è possibile che l'ho detto” ma “non posso dire con precisione”.

L'incontro con De Donno
Punto chiave, ovviamente, è l'incontro che lei stessa ebbe nel giugno 1992 con l'ufficiale dei carabinieri, Giuseppe De Donno, che la informò dell'iniziativa che il Ros stava portando avanti per raggiungere Vito Ciancimino. “Mi venne a salutare poco tempo dopo la morte di Falcone – ricorda rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia (presente in aula assieme a Francesco Del Bene e Nino Di Matteo) – era molto commosso. Mi disse, parlando al plurale, che avrebbero fatto di tutto per scoprire gli assassini di Falcone e che avevano intenzione o avevano preso contatto con Massimo Ciancimino per mettersi in contatto con il padre e vedere se voleva collaborare. Mi chiese di dirlo al ministro Martelli. Ciò avvenne nella settimana del trigesimo della morte di Falcone”. E poi ancora: “ricordo che loro volevano un sostegno politico...in quanto si trattava proprio di un personaggio come Ciancimino..Io risposi che l'avrei fatto, anche se non c'era questo bisogno, ed anzi che secondo me dovevano parlarne con Paolo Borsellino e che io stessa l'avrei avvisato. Lui mi rispose che anche loro avrebbero parlato con il magistrato”.
La Ferraro conferma di aver avvisato sia Martelli, a cui disse che quella iniziativa del Ros era volta a “fermare lo stragismo”, che Borsellino. L'incontro con quest'ultimo avvenne il 25 giugno, all'aeroporto di Fiumicino. “Adesso ci penso io” furono le uniche parole del giudice che, secondo l'ex direttrice dell'ufficio Affari Penali, “non sembrava ancora informato sul punto”.
Le domande di Tartagila proseguono sugli altri incontri avuti con i membri del Ros. Nel luglio '92 partecipò, infatti, ad una cena con Mori e De Donno, dopo la strage di via d'Amelio, e nell'ottobre dello stesso anno ebbe anche un incontro con Mori e De Donno “in cui mi chiesero della possibilità di dare un passaporto a Vito Ciancimino”. “Io – dice rispondendo alle incalzanti domande del pm – intesi che evidentemente con Ciancimino stessero perdendo tempo. Perché lo chiedevano al ministero della giustizia? Non lo so, c'erano quei contrasti con la Procura di Palermo. Io colsi l'anomalia ma non dissi nulla. In quell'occasione non parlammo dei fatti di giugno”. A quel punto Tartaglia ribatte: “Ma come è possibile tenuto conto che lei rispetto all'iniziativa di contatto con Vito Ciancimino aveva dato indicazioni precise di rivolgersi all'autorità giudiziaria e che dopo alcuni mesi di distanza tornarono a fare una richiesta simile? Come è possibile che non chiese anche solo per curiosità, visto che anche Borsellino era morto?”. La risposta è paradossale: “Considerai che stessero perdendo tempo.. avrò sbagliato ma questa fu la mia considerazione. E probabilmente avrò sbagliato nella valutazione”. “Ma almeno al momento della richiesta del passaporto le chiese se avvisarono Borsellino?” domanda nuovamente il pm. “Non ricordo, non credo, ma non mi ricordo..”. “Ma era morto!”. “Posso colpevolizzarmi, posso dire che ho sbagliato, posso dirle questo...” la risposta della donna.
Ed è sempre nell'ambito della questione “passaporto Ciancimino” che la Ferraro, per poco, usa il termine trattativa. “Ricordo che mi parlarono di una possibilità di una richiesta di.. di cosa pensavo di una richiesta di passaporto per Vito Ciancimino. La mia valutazione fu che erano ancora in tratta...in contatto con Ciancimino e pensavo che non avevano concluso niente”.

I colloqui investigativi con Ciancimino
Le richieste del Ros però non si fermarono lì. Poco dopo l'arresto di Riina (erano passati appena cinque giorni) la Ferraro vide arrivare nel suo ufficio una richiesta di colloqui investigativi con Ciancimino senior (in carcere) a firma del generale Subranni. La nota, non ancora acquisita nel dibattimento, è stata trasmessa al Ministero il 20 gennaio 1993 e parla chiaramente di un'autorizzazione per “colloqui finalizzati ad acquisire notizie in merito attività operative in corso e da parte di questo raggruppamento operativo speciale”.
“Rimasi molto stupita di quella richiesta” risponde l'ex vicedirettore degli Affari Penali. Tuttavia, per autorizzare quei colloqui, non ritenne di interloquire sul punto né con Mori e De Donno, che in passato le parlarono proprio dell'iniziativa su Ciancimino, né la Procura di Palermo. “Caselli si era già insediato, seppur da poco – si giustifica la Ferraro – E sapevo che Mori e Caselli si conoscevano già dai tempi delle brigate rosse”.

La nomina di Di Maggio
Sulla nomina di Francesco Di Maggio come vice capo del Dap la Ferraro, oltre a chiarire il dato di aver aiutato a scrivere lei, assieme ai suoi collaboratori, la bozza per superare il problema dei mancati titoli, ricorda anche di aver ricostruito questo passaggio, per lei all'epoca “banale e non rilevante”, soltanto dopo la lettura delle intercettazioni tra Nicola Mancino e Loris D'Ambrosio. E alla domanda del pm Nino Di Matteo sul perché non fosse andata davanti all'autorità giudiziaria ad integrare le sue dichiarazioni dato che le intercettazioni uscirono appena tre mesi dopo il suo interrogatorio di fronte ai pm risponde: “Qualcosa che ho detto oggi l'ho ricordata solo ora, come le parole di Di Maggio al 41 bis. Su questo avrò rielaborato dopo, può darsi che allora non avevo ancora rielaborato”.
E su quella nomina poi aggiunge: “Prima Di Maggio mi disse che aveva concordato di andare al Dap e che ne aveva parlato con Conso. Poi mi disse anche che il Quirinale era informato ma non so dire se era lo stesso incontro o meno”.

Le domande di Chelazzi
Ultimo punto toccato durante l'esame il verbale di sommarie informazioni testimoniali con il pm Gabriele Chelazzi. E' emerso, infatti, su ricordo della teste, che di certi temi non aveva parlato soltanto a partire dal 2009 (quando Martelli le chiese informazioni prima del suo intervento alla trasmissione Annozero) ma anche durante quell'incontro con il magistrato fiorentino. “Agli inizi del 2000 (il 10 maggio 2002, ndr) mi chiama e mi fa una serie di domande sulle modalità di funzionamento del sistema carcerario ed io parlai delle competenze degli Affari penali e del diparitmento. Durante quelle risposte ad un certo punto si affacciò il Procuratore nazionale Vigna ricordando al dottor Chelazzi che avevano un impegno. Quel verbale si interruppe, si stava per stendere e ci fu anche un problema dei tecnici. Inizia così una seconda parte, informale, su una serie di vicende dove lui mi illustrò i suoi obiettivi di andare a vedere come e perché c'era stata la mancata strage dell'Olimpico e cose simili. Ed io lo informai dell'incontro con De Donno, così restammo che mi avrebbe riconvocata perché c'erano altre cose che doveva chiedermi”.
Tuttavia, sia Tartaglia che Di Matteo, recuperando gli audio originali mettono in evidenza un dato: né nel verbale riassuntivo, né nella trascrizione integrale delle registrazioni vocali di quell'interrogatorio vi è un riferimento a quegli argomenti, nonostante lo stesso Chelazzi avesse introdotto la tematica sia sulla mancata conferma dei 41 bis, che su eventuali frequentazioni ministeriali del generale Mori. Il pm Tartaglia ha fatto pure notare la tempistica del colloquio. La fono registrazione di chiude alle 11,30 e l'inizio della trascrizione riassuntiva è segnato alle ore 11,35 e in questa non vi è traccia di quelle dichiarazioni. E sarebbe all'interno di quel "buco" di 5 minuti che la Ferraro sostiene di aver rilasciato le dichiarazioni a Chelazzi sulla visita del capitano del Ros. “Della questione Di Maggio all'epoca non mi sono ricordata. Per quanto riguarda gli incontri con De Donno si vede che mentre registravamo non mi era venuto in mente, mentre quando si spense il registratore lo dico”. Come dire... una memoria dal tempo imperfetto.

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