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Processo trattativa Stato-Mafia

Processo trattativa, Villani: ''L'esplosivo per le stragi partito dalla 'Ndrangheta''

toga codice penaledi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
“Il tritolo per le stragi siciliane è partito dalla ‘Ndrangheta, questo mi è stato riferito da sempre, poi non so se è effettivamente così”. A raccontare il dato è il collaboratore di giustizia Consolato Villani, sentito oggi in videoconferenza al processo trattativa Stato-mafia. Il pentito calabrese, ex membro della cosca Lo Giudice ricorda l’esistenza di una nave “affondata vicino a Melito Porto Salvo (il riferimento è alla Laura C, ndr). Questa nave trasportava dell'esplosivo e in fondo al mare veniva rubato dalle organizzazioni criminali della zona. Da questa nave mi è stato riferito che è partito anche l'esplosivo per le stragi. C’era una disponibilità pazzesca”.
Ma non è questa l’unica confidenza che avrebbe raccolto dal capobastone. “Nino Lo Giudice mi parlò di un uomo e una donna dei servizi deviati, erano l'anello di congiunzione su traffici e interessi per l'approvvigionamento di esplosivo e armamenti tra ‘Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra. Come si ci fosse stata una regia di personaggi che facevano parte di questi apparati, di questo antistato che io ho conosciuto involontariamente”.
Alla domanda sul perché riguardo al collegamento degli attentati ai carabinieri con l’azione di contrasto allo Stato non aveva parlato da subito il pentito risponde che “erano discorsi che lo impaurivano”. “Io ho iniziato a collaborare il 29 settembre 2010, ero in attesa della Cassazione, della conferma della condanna dei 30 anni - ricorda - Queste dichiarazioni non le faccio nella prima fase della mia collaborazione anche perché io non sapevo a cosa andavo incontro. Poi mi sono detto che dovevo dire tutto. All'inizio non ho detto la motivazione per cui sono avvenuti gli attentati dei carabinieri, ero in dubbio per la mia famiglia poi mi sono deciso dopo il verbale illustrativo della Dna fatto da Donadio ho deciso di parlare. Dissi che erano stati degli attentati decisi per uccidere i carabinieri. Io non sapevo se mia moglie e le mie due figlie sarebbero state al sicuro, non avevo la fiducia piena nello Stato. Poi l'apertura totale è partita da ottobre 2012”. Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo Villani ricorda che è grazie alle sue rivelazioni che sono stati scoperti gli esecutori dell’attentato davanti al tribunale di Reggio Calabria che doveva colpire il Pg Di Landro, così come aveva contribuito al ritrovamento del bazooka che era destinato ad essere utilizzato per colpire il magistrato Pignatone. L’esame del pm si conclude con le domande su alcuni nomi degli esponenti ‘Ndranghetisti inseriti nell’elenco degli oltre trecento 41 bis non prorogati nel novembre 1993. Il pentito li riconosce rivelandone il ruolo all’interno dell’organizzazione criminale.


Processo trattativa, Villani: ''Lo Giudice mi disse che nelle stragi c'erano pezzi deviati dello Stato''
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Consolato Villani, dopo aver ricordato la sua carriera criminale, passato da picciotto camorrista (soldato) fino a santista (nel 2002) e poi vangelista (nel 2005) ricorda il suo stretto rapporto con Antonino Lo Giudice, capobastone della cosca: Ero il braccio destro di Nino Lo Giudice e lui inizia a mettermi al corrente di alcune dinamiche all'interno della 'Ndrangheta. Lui mi parla di servizi segreti deviati dello Stato e che le stragi avvenute in Sicilia e gli attentati a Reggio Calabria venivano gestiti dall'antistato, pezzi deviati dello Stato. Queste cose non avevo fatto alcun approfondimento, ma le dovevo sapere per il grado della Santa che mi dava la possibilità di avere contatti con esponenti dello Stato”. Inoltre, sempre Lo Giudice gli avrebbe parlato del ruolo di Riina in merito alla pacificazione dopo la guerra di ‘Ndrangheta. “Lui - racconta il pentito - mi disse che tra Cosa nostra e ‘Ndrangherta c'è sempre stato un legame, e Riina voleva essere supportato nella strategia stragista che aveva fatto in Sicilia e la voleva portare anche in Calabria. Dopo questa pacificazione Riina ha chiesto l'uccisione di Scopelliti ai De Stefano”. In merito a questa idea di attaccare lo Stato anche in Calabria Villani specifica anche che “alcuni erano favorevoli altri meno, ci sono state cosche che ufficiosamente hanno aderito anche se avevano detto di non aderire. I De Stefano hanno aderito a questa strategia facendo uccidere Scopelliti. Nel 2006-2007 venni messo a conoscenza di una riunione a Piana di Gioia Tauro tra esponenti di Cosa nostra e personaggi di spicco della 'Ndrangehta tra cui Rocco Filippone. In questa riunione si parlò di azioni di ritorsione verso lo Stato prima che avvenissero le stragi.Ci sono state famiglie della 'Ndranghheta che non hanno appoggiato”.


Processo trattativa, Villani: “Nel febbraio 1994 abbiamo mollato presa su attentati”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
“Dopo i primi tre agguati c’erano in programma altri attentati ma poi c’è stato un fermo. Il 24 febbraio è stato trovato un arsenale di armi che per una metà era nostro ed è stato arrestato mio padre. Avevamo i Carabinieri addosso e abbiamo dovuto mollare la presa. A Reggio Calabria c’era anche l’esercito”. Prosegue l’esame del collaboratore di giustizia Consolato Villani. Alla domanda del pm Di Matteo sui possibili collegamenti tra gli agguati calabresi ed i fatti avvenuti in Sicilia o sul territorio nazionale risponde: “Calabrò accostava le azioni che noi stavamo facendo contro lo Stato a una sorta di ribellione delle varie mafie contro lo Stato. La cosa era di colpire lo Stato perché si stava comportando male. E si doveva fare come stavano facendo in Sicilia. Mi riferisco alle stragi in Sicilia e anche a Reggio Calabria si voleva colpire lo Stato. Qualche anno prima era stato ucciso il giudice Scopelliti. Calabrò me lo dice, lui aveva paura di parlare in maniera approfondita ma mi dà la conferma”.


Processo trattativa, Villani: ''Gli attentati ai carabinieri? Escludo iniziativa di Calabrò''
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Gli agguati ai carabinieri “non erano una spontanea iniziativa di Calabrò, lo escludo, sarebbe stato ucciso dalle altre cosche”. E’ categorico Consolato Villani, il pentito di ‘Ndrangheta sentito oggi al processo trattativa Stato-mafia in merito alla serie di attentati avvenuti tra il 1993 ed il 1994 in Calabria nei confronti dei carabinieri. Durante la deposizione il pentito specifica che Calabrò non era un affiliato ma era comunque vicino alla famiglia Latella-Ficara poi prosegue: “Se Calabrò mi dice 'non ti posso dire niente' io non chiedevo nulla. Io avevo capito che Calabrò era gestito. Lo zio di Calabrò, che era stato un referente delle cosche della 'Ndrangheta, quando ha appreso di quello che aveva fatto Calabrò non gli diceva 'cosa stai facendo?’. A me era stato detto di non parlare”. Rispondendo alle domande del pm Di Matteo sul terzo agguato il collaboratore di giustizia calabrese ricorda che avvenne sula statale 106, allo svincolo Pellaro. “Si trova vicino alla stessa zona dove era avvenuto il primo agguato - aggiunge - Calabrò lo prepara assieme a me, mi diceva che lo voleva fare davanti alla piazzola davanti alla Citroen dove i Carabinieri spesso facevano dei posti di blocco. Mi dice che dovevamo fare un altro agguato ai Carabinieri subito dopo i funerali dei due carabinieri uccisi nel secondo attentato. Quindi il 2 febbraio '93 siamo partiti da casa di Calabrò. Ci appostiamo, arriva una 'gazzella' dei Carabinieri e Calabrò inizia subito a sparare con l'M12, anch'io comincio a sparare. La macchina comincia a sbandare, uno dei due Carabinieri cerca di uscire dalla macchina e cerca di rispondere al fuoco e poi cade a terra. Noi scappiamo, io torno a casa mi faccio la doccia, torno sul luogo dell'agguato per sapere se i Carabinieri erano morti o no ma il terzo attentato non riesce come volevamo Perché usavamo le stesse armi per gli agguati? Non lo so. Io dicevo di buttare ma Calabrò mi diceva che dovevamo fare gli attentati con queste armi ed io eseguivo”. Più volte Villani ribadisce che “la direttiva era uccidere i Carabinieri e colpire lo Stato”. Quindi ricorda che in quell’occasione “i carabinieri riportarono conseguenze gravi, con ferite gravissime”. Per quanto riguarda il terzo attentato Villani fornisce poi alcuni particolari: “Calabrò, dopo il terzo attentato, mi disse che la ‘gazzella’ dei carabinieri aveva dei documenti importanti in macchina. Io non so perché lo sapesse, non l'abbiamo mai approfondita. Ha nominato la Uno bianca, quello che succedeva in Sicilia”. Poi ricorda anche di aver fatto una telefonata di rivendicazione: “Durante il secondo attentato ho chiamato ai carabinieri. Dissi che la festa era solo all'inizio e che da lì a poco li avremmo ammazzati tutti, l'ho fatta da una cabina telefonica di Reggio Calabria. Era Calabrò ad avermi detto quello che dovevo dire”.


Processo trattativa, Villani: ''Al secondo tentativo non fallimmo''
Il racconto del duplice omicidio del 18 gennaio 1994
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Il 18 gennaio 1994 la ‘Ndrangheta torna a colpire, stavolta raggiungendo l’obiettivo e uccidendo due carabinieri, Vincenzo Garofalo e Antonino Fava, 31 e 36 anni, entrambi sposati, due figli il primo, tre il secondo. I due, entrambi appuntati, originari rispettivamente di Scicli in provincia di Ragusa e di Taurianova, nel Reggino, erano in servizio al Nucleo Radiomobile della Compagnia di Palmi. Furono crivellati a colpi di mitraglietta calibro nove e kalashnikov. “Dopo il fallimento del primo agguato Calabrò era rimasto malissimo - racconta il pentito Villani, sentito oggi in videoconferenza al processo trattativa Stato-mafia - Il secondo agguato viene preparato nei minimi particolari, Calabrò mi disse che si stava organizzando per colpirli fuori da Reggio Calabria. Questo succede pochi giorni dopo il mancato attentato. Calabrò mi dice che ha trovato un posto e che non si può sbagliare, alla piazzola panoramica dell’autostrada del sole tra Bagnara e Scilla. In questa piazzola facevano le ricognizioni i poliziotti e i Carabinieri. Lui mi disse andiamo lì e aspettiamo i Carabinieri, facciamo l'agguato e ce ne andiamo”.
Villani poi racconta che la macchina utilizzata venne rubata dopo le feste di Natale: “Prepariamo le armi, noi avevamo una grande disponibilità di armi. Partiamo da Reggio Calabria e andiamo alla piazzola panoramica, da lì a poco transitò una 'gazzella' dei Carabinieri quindi noi gli andammo dietro, prima di affiancarla abbiamo fatto un po' di km. Calabrò mi dice di affiancarmi, mi metto al fianco e Calabrò inizia a sparare verso i Carabinieri. Ci siamo poi accorti che i Carabinieri erano morti. Poi siamo arrivati a Reggio Calabria al tirassegno. Esultammo mentre le televisioni parlavano dell’attentato”.


Processo trattativa, Villani: ''I carabinieri dovevano essere uccisi''
“Calabrò mi disse che dovevamo colpire lo Stato”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari

“Due giorni prima dell’agguato della sera del 2 dicembre 1993 Giuseppe Calabrò mi disse che dovevamo fare un'azione di fuoco contro i Carabinieri, contro lo Stato”. Entra nel vivo l’esame del collaboratore di giustizia calabrese, Consolato Villani. Il pentito sta raccontando le fasi che hanno portato agli attentati tra la fine del 1993 ed il 1994 contro i militari, a cui lui stesso partecipò: “I carabinieri dovevano essere uccisi. Per mettermi in mostra gli ho detto subito di sì a questo battesimo del fuoco. Ricordo che Calabrò mi fece capire che si doveva colpire lo Stato, mi fece capire che dovevo eseguire e basta senza fare domande e che si doveva colpire lo Stato in maniera di intimorirlo per creare caos generale”.
“Dopo questo primo colloquio - aggiunge raccontando i particolari del primo agguato - lui doveva organizzare questo agguato, a un certo punto mi disse che non dovevano risultare tracce. Noi avevamo una macchina pulita e lui ci dice anche di rubare due targhe e per metterle sulla macchina. Lui parlava in generale di Carabinieri, andavamo in cerca della 'gazzella'. La vediamo, era davanti a noi, poi lui ha avuto un attimo di esitazione e questo ha salvato i Carabinieri, si avvicinano con le sirene intimandoci di fermarci. I Carabinieri ci sparano ma non ci feriscono. Così siamo noi a sparare e poi scappiamo. In seguito Calabrò brucia la macchina”.


Trattativa Stato-mafia, il pentito calabrese Villani in aula
Riprende il processo nell’aula bunker

di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
E’ il giorno del collaboratore di giustizia Consolato Villani al processo trattativa Stato-mafia, ripreso dopo la sosta dovuta alle commemorazioni per la strage di Capaci. Collegato in videoconferenza il pentito di ‘Ndrangheta, picciotto, camorrista, poi santista e quindi vangelista della cosca Lo Giudice (cugino del capobastone Antonino, ndr), sta rispondendo alle domande dei pm Nino Di Matteo (presente assieme ai magistrati Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene).
“Mi trovo detenuto - dice Villani - devo scontare una pena a 30 anni per i fatti che sono accaduti tra il '93 e il '94 a Reggio Calabria, ovvero degli agguati ai Carabinieri.
Il Tribunale dei minorenni mi condannò, poi la corte di appello mi comminò la condanna a 30 anni e la Cassazione conferma. Sono stato condannato anche per associazione mafiosa, ‘ndranghetista, fino al giorno della mia collaborazione. Mia madre è parente di Antonino Lo Giudice. Sono sempre cresciuto in questo ambiente di ‘Ndrangheta. Nel '93 io ero minorenne, non avevo neanche 17 anni. Fino a quel momento avevo già commesso reati, avevo dimestichezza con le armi, sparatorie”.
Il pentito poi spiega le vicissitudini della Cosca Lo Giudice nella guerra di ‘Ndrangheta.   
“I capi erano detenuti perché arrestati nel '91, erano Antonino Lo Giudice (al 41bis) che rappresentava la cosca Lo Giudice anche presso le altre cosche, poi c'era suo cognato Bruno Schiro, i fratelli Domenico Vincenzo e Giovanni Lo Giudice, mentre fuori erano rimasti dei giovani della cosca Lo Giudice che eravamo gestiti da un killer spietato della cosca Lo Giudice e dal rappresentante delle cosche Condello, uomo di fiducia per i Lo Giudice”. “Nel '91 - prosegue - a Reggio Calabria c’è stata una pacificazione dopo la guerra di mafia che ha fatto 1000 morti, c'è stata anche la mediazione di Salvatore Riina. A uccidere Salvatore Lo Giudice non erano state le famiglie contrapposte De Stefano e Condello. La famiglia Lo Giudice si schiera con i Condello e insieme a loro si iniziano a commettere reati di vendetta per l'omicidio di Salvatore Lo Giudice. Dopo quella guerra, comunque i Lo Giudice fanno un salto di qualità, il legame con i Condello si rafforza”.

Gli attentati dei carabinieri
In particolare Villani è stato chiamato a testimoniare per chiarire la causale di 3 attentati nei confronti dei Carabinieri ai quali lui stesso ha partecipato tra il mese di dicembre del ’93 e il febbraio del ’94. I magistrati lo hanno chiamato soprattutto “per riferire quanto a sua conoscenza sulla connessione di tali delitti contro i Carabinieri in Calabria con la strategia stragista di Cosa Nostra e con la causale degli omicidi e delle stragi compiuti nel ’92 in Sicilia e nel ’93 a Roma, Firenze e Milano”.
Nelle scorse udienze proprio Di Matteo aveva sottolineato come la “pertinenza” di questa testimonianza sia strettamente collegata alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. Secondo Spatuzza, infatti, c’erano anche i calabresi a spingere per una trattativa Stato-mafia. Di fatto nel primo periodo della sua detenzione il pentito aveva riferito al boss di Brancaccio Giuseppe Graviano di alcune “lamentele che giravano in carcere” per opera “soprattutto di napoletani e di qualche calabrese” che “attribuivano a noi siciliani la responsabilità del 41bis… all’ala stragista”. Dal canto suo Graviano aveva replicato: “E’ bene che parlassero con i loro padri che gli sanno dare tutte le indicazioni dovute”. Per ‘padri’ il capomafia intendeva “i responsabili, i capifamiglia” che, sia in Calabria che in Campania, sarebbero stati parte attiva, “tutti partecipi a questo colpo di Stato”. Altrimenti, aveva aggiunto Spatuzza, “non avrebbe senso per Giuseppe (Graviano, ndr) dirmi che ‘i calabresi si sono mossi’…”.